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Un esperimento nella Sicilia degli anni 60: come nacque la "scuola dei geni" di Palermo

Un esperimento pioneristico iniziato a Petralia Soprana nel 1967 che diventò oggetto di studi di rilevanza internazionale. Ecco la storia del "Villaggio Maurizio Carollo"

Elena Cicardo
Digital strategist
  • 31 gennaio 2021

Alcuni allievi di un laboratorio di lingue del "Villaggio Maurizio Carollo" a Petralia Soprana

Era il 1967 e in contrada Cerasella, appena fuori dal piccolo comune di Petralia Soprana, don Calogero La Placa, il sacerdote scomparso qualche giorno fa all’età di 96 anni, dava vita a una strana scuola.

All’interno del "Villaggio Maurizio Carollo”, o come altri lo chiamavano il "villaggio del superdotato", don Calogero aveva radunato i ragazzini della provincia di Palermo con un quoziente intellettivo più alto della media.

«Ricordo che un gruppo di assistenti sociali venne nella scuola elementare che frequentavo a Marineo – racconta Salvatore Pulizzotto, uno degli ex-allievi della scuola -. Chiesero agli insegnanti di segnalare loro i bambini più vivaci e con una creatività più spiccata».

Don Calogero era uno dei primi componenti italiani del "Mensa", l’associazione internazionale riservata a chi possiede un elevato quoziente intellettivo e i bambini e i ragazzi selezionati dovevano superare una rigorosa serie di test curati da psicologi ed esperti.



L’esperienza iniziò con 16 ragazzi per arrivare poi, nel corso degli anni, a circa 50 allievi. Fu così singolare, perlomeno in Sicilia, che quell'esperimento pionieristico (che si concluse nel 1975) divenne oggetto di studi di rilevanza internazionale, per esempio di quelli dell’antropologa statunitense Margaret Mead che alla fine degli anni Sessanta fu ospite per qualche settimana a Cerasella insieme alla sua allieva di origini siciliane Josephine Danna.

La didattica era assolutamente non convenzionale. Nel corso dell’intera giornata si studiavano le materie classiche, tra cui italiano, greco, latino, matematica, storia, scienze ma anche musica, pianoforte e flauto con un’insegnante statunitense, c’erano laboratori d’avanguardia di chimica e di lingue, con insegnanti madrelingua.

A insegnare spagnolo era un professore arrivato dal Nicaragua, si organizzavano cineforum e avevano persino creato un gruppo musicale che si esibiva in occasione dei matrimoni.

Facevano ginnastica, giocavano a calcio e a pallavolo, praticavano sci ed equitazione. Tutti i ragazzini vivevano lì. C’era il complesso centrale della scuola e attorno refettorio e dormitorio, poi vennero anche costruiti dei piccoli bungalow in cui vivevano gli insegnanti e gli studenti a piccoli gruppetti.

I ragazzini che componevano il centro provenivano da famiglie non particolarmente agiate, non erano affatto benestanti, erano figli di contadini e di operai.

È il caso ad esempio di Salvatore Lanasa, oggi chirurgo e proprietario di una clinica privata in Virginia, negli Stati Uniti, figlio di un bracciante agricolo stagionale che - come racconta Salvatore Pulizzotto - arrivò nella scuola addirittura senza scarpe e con pochissimi vestiti a disposizione.

Per gran parte di loro, quella che di don Calogero fu un’incredibile opportunità di proseguire gli studi anche universitari.

«Io entrai al secondo anno – continua Pulizzotto – era il 1968. Mio padre era un contadino. Sono entrato nel centro di don Calogero a 10 anni, è stata un’esperienza fondamentale di vita, dal punto di vista della formazione sicuramente ma anche dal punto di vista delle relazioni. Ancora oggi, dopo quasi 50 anni siamo rimasti tutti in contatto».

Tra le attività extra c’era anche una piccola fattoria. «Avevamo una ventina di mucche e producevamo il latte che vendevamo porta a porta in paese, burro, formaggio e ricotta - aggiunge -. Avevamo anche maiali, galline, era un avviamento delle attività zootecniche che ci hanno permesso per lungo tempo di sostentarci».

Dopo i primi anni, i ragazzi potevano scegliere liberamente quali materie seguire e quali attività extra svolgere a seconda delle proprie attitudini.

Le parole chiave del centro, di questo microcosmo che gli allievi oggi definiscono un po' anarchico, erano infatti "libertà e responsabilità". E il principio di don Calogero era proprio quello: non perdere delle intelligenze ma, al contrario, metterle a servizio dell’umanità.
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