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Un inglese sbarcò a Marsala 250 anni fa: come nasce il vino che cambiò il modo di bere

Il Marsala è un vino che scandisce ritmi antichi, richiede attenzione e lentezza per essere assaporato, perfetto da sorseggiare nei lunghi pomeriggi di quarantena

Valeria Lopis
Giornalista e Sommelier
  • 4 aprile 2020

Un poster pubblicitario del Marsala (foto duca.it)

Il Marsala tanto caro ai nostri nonni che sapevano magnificarlo in putìa alla domenica con l’uovo sodo all’ora dell’aperitivo e a merenda nelle più nobili case con zabaione e biscotti secchi, vive oggi vicende alterne che lo vedono ancora come un simbolo tutto da riscoprire.

Un archetipo che prescinde il solo mondo del vino e deborda in altri contesti culturali, come il suo leggendario colore premiato nel 2015 dal Pantone Institute come tonalità dell’anno.

Il Marsala inizia la sua storia circa 250 anni fa con uno sbarco avvenuto nel 1773 quando John Woodhouse approdò con il suo equipaggio di bordo nel porto di Marsala, piccola cittadina ad ovest dell’Isola.

Abile mercante di vini, Sir Woodhouse comprese immediatamente il potenziale di quel vino maturato al sole battente di Sicilia, apprezzandone anche il metodo di produzione perpetuum, una tecnica di travasi di vino nuovo dentro botti contenenti vini già invecchiati.



Conoscitore delle mode del momento e dei gusti del mercato europeo, Woodhouse inventò quello che poi divenne lo stile del Marsala: un’aggiunta di acquavite per "fortificare" il vino e renderlo stabile e inalterato durante la traversata di mare fino alle coste britanniche.

Nacque così un nuovo modo di bere: un vino adatto alla meditazione, da consumare a metà del pomeriggio o nel dopo cena, l'alto titolo alcolometrico invita a sorseggiarlo lentamente per godere dei ricchi sentori prima e della preziosità all’assaggio poi.

Una tendenza che conquistò le nobili famiglie europee del tempo e che attirò anche bevitori più comuni, sedotti da quel nettare meno costoso di Sherry e Madeira ma altrettanto maestoso: un business fiorente per i commercianti inglesi che ne beneficiarono più dei produttori marsalesi.

Sulle orme del successo inglese, 60 anni dopo arrivarono i Florio che capitanati da Don Vincenzo fecero di quel Marsala un brand di famiglia talmente forte da ispirare storie e romanzi, lasciando un'impronta indelebile sul consumo siciliano di quella bevanda che divenne familiare un po' in tutto il territorio, grazie anche agli usi cortesi e ammirati di Donna Franca.

Il Marsala ottenne la DOC e un disciplinare dedicato solo nel 1969, l’aggiornamento del 1984 ha incentivato la qualità rispetto alla quantità, scoraggiando aggiunte e aromatizzazioni che di fatto snaturavano la tipicità del vino stesso.

Le uve ammesse dal disciplinare alla produzione sono vitigni autoctoni che rappresentano in pieno il territorio siciliano: Grillo, Inzolia, Catarratto nelle tipologie comune e lucido, Pignatello, Nerello Mascalese, Nero d’Avola e Damaschino.

Il Marsala può essere di color oro, ambra e rubino, tonalità che dipende dal vino base utilizzato ed essere classificato secondo il residuo zuccherino dei vini: secco (max 40 g/l), semisecco (40-100 g/l) e dolce (più di 100 g/l); la maturazione lo classifica in 5 tipologie: fine (un anno), superiore (due anni), superiore riserva (quattro anni), vergine o soleras (cinque anni) e infine vergine o soleras stravecchio (dieci anni).

Il Marsala mantiene inalterato il fascino di un vino trasversale, adatto al pasto a seconda delle caratteristiche e al contempo bevibile tout court semplicemente lasciandosi trascinare dalle sensazioni olfattive che variano soprattutto al variare del vitigno utilizzato, caratteristica comune ad ogni tipologia di degustazione è la lentezza del sorso: è un vino che scandisce ritmi antichi, richiede attenzione e lentezza per essere assaporato, un vino adatto ai lunghi pomeriggi in tempi di quarantena.

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