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Un "PattoXRestare" in Sicilia: c'è un progetto per chi non vuole andare via

Restare significa tantissime cose. La rete ha scelto di guardare altrove: la mobilità come valore e non come condanna e la responsabilità verso il luogo in cui si vive

Giulia Ortaggio
Studentessa di Scienze della Comunicazione
  • 5 maggio 2026

"PattoXRestare"

«Il conto alla rovescia sulle persone che se ne vanno è sempre più fitto e ci potrebbe essere un punto di non ritorno molto rilevante e che non è così lontano. Carmelo Traina, coordinatore del centro studi Giuseppe Gatì di Campobello di Licata, descrive così l’emergenza generazionale che sta svuotando l'Isola.

Traina è uno dei coordinatori di "PattoXRestare", una rete di sessanta organizzazioni siciliane che lo scorso 29 aprile ha presentato all'Assemblea Regionale Siciliana una proposta di legge sul lavoro scritta interamente dal basso. Si chiama "Sicilia Zero Disoccupazione". Non è una petizione, ma un documento con dati, un modello operativo e una stima dei costi per la Regione.

L’idea di partenza è che in Sicilia non mancano le persone capaci di lavorare, ma i canali per connetterle con i bisogni del territorio. Il movimento nasce tre anni fa a Campobello di Licata proprio dalla consapevolezza che lamentarsi non bastasse. Il passaggio decisivo, spiega Traina, è stato trasformare il malessere in un’azione politica: «L'accettazione che questa cosa non fosse solo un problema di singoli individui, ma fosse invece un problema di sistema. Il personale doveva diventare politico. Trasformare quelle che erano delle istanze separate di individui e di organizzazioni in una voce politica che potesse incidere nelle scelte dei nostri territori».

Il 15 novembre scorso a San Giovanni Gemini sessanta realtà si sono unite firmando il patto. Vengono da contesti diversi: il Flet di Piana degli Albanesi, Babbaluci fuori dal guscio di San Giuseppe Iato, il Catania Book Festival e Terrae APS.

A tenerle insieme è una parola, restanza, liberata però dalla retorica del sacrificio. Il primo passo è stato proprio mettersi d’accordo sul suo significato. «Restare significa tantissime cose», dice Traina. La rete ha scelto di guardare altrove: la mobilità come valore e non come condanna, e la cittadinanza come responsabilità verso il luogo in cui si vive.

La scelta di non limitarsi a manifestare è stata una conseguenza naturale per chi è abituato a lavorare sul campo. Simone Dei Pieri, del Catania Book Festival, racconta il lavoro dietro le quinte: «Il fatto di fare soltanto protesta è qualcosa che non ci è mai appartenuto. L'idea di passare alla proposta è stata automatica. Non restare solo fuori a gridare, ma far presente che noi siamo una realtà piena di persone e di storie, con una proposta solida, portata laddove le proposte si discutono».

Il progetto "Sicilia Zero Disoccupazione" si ispira a un modello francese "I Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée", attivo dal 2016 in 83 territori con oltre quattromila persone assunte. La proposta chiede alla Regione di finanziare imprese sociali per assumere con contratti a tempo indeterminato persone che vogliono restare o tornare, coprendo attività che il mercato privato non garantisce: dall'assistenza domiciliare al trasporto nelle aree interne, fino alla cura del patrimonio culturale.

Dietro la parola “restare” si nasconde però un dilemma più ampio. È davvero un atto di coraggio o solo una scelta possibile? Sofia Cimini di Terrae Aps ricorda il peso culturale da cui la sua generazione sta cercando di liberarsi: «Siamo figli di una generazione che ci ha insegnato il famosissimo “cu nesci, arrinesci”. Ci hanno detto che ci stai a fare qua, è una terra persa. L'abbiamo interiorizzato al punto che per un attimo ci abbiamo anche creduto».

Oggi, però, questa rassegnazione viene vissuta ed esaminata con sfumature diverse, che interrogano il significato di successo e realizzazione personale. Claudio Scalia, di Flet (Piana degli Albanesi), sposta l’attenzione su cosa significhi inseguire il successo fuori dall’Isola: «Credo che ci sia anche un'ansia del successo. Forse le opportunità che può dare fuori sono maggiori, ma forse perseguiamo queste opportunità perché tendiamo a qualcosa che non è materiale. Anche qui, nonostante ci siano situazioni di precarietà, si possono trovare le opportunità, però mettendoci più sforzo e più coraggio rispetto ad altre parti».

Il ritorno o la permanenza assumono quindi significati differenti a seconda dei percorsi: c’è chi vi attribuisce un senso di responsabilità, come Carmelo Traina dopo undici anni fuori: «Il mio saluto alla Sicilia quando sono andato via aveva già scritto che l'obiettivo era rientrare. Provare a capire se tutto quello che stavo facendo fuori poteva avere un senso a casa mia, e direi che sta funzionando».

Altre volte, invece, la scelta di rimanere nasce dall’esigenza di inventare i propri spazi: «Paradossalmente c'è meno spazio e quindi lo spazio te lo puoi creare con più facilità - aggiunge Giuseppe Rumore -. Se riesci a trovare gli strumenti e le connessioni giuste è una scelta che rivendico, ma che non mi costa, non lo vedo come una rinuncia.

Ci sono molte persone che restano per inerzia perché non possono andare via. Quindi può anche essere un po' un discorso da chi vive nel privilegio inquadrarlo come un atto solo coraggioso. L'obiettivo finale non è tanto restare o partire: è creare qui le condizioni di vita dignitose per tutti, e da lì viene tutto il resto».

Quella presentata all'Ars è la prima proposta, non l'ultima. Il movimento ha già lanciato la campagna "Non Restiamo Senza", con l'obiettivo di raccogliere almeno mille volti su una mappa pubblica. Per il movimento si tratta di un'operazione che va ben oltre la semplice raccolta di firme o adesioni.

È il tentativo di ribaltare il modo in cui si è sempre raccontato lo spopolamento. Se di solito a questo fenomeno si associano solo statistiche fredde (quanti giovani partono, che titolo di studio hanno, in quanto tempo), la campagna vuole dare a questo tema un volto e una storia concreta.

Ogni volto sulla mappa viene associato al luogo in cui si vuole restare o tornare e a un “senza”: un'urgenza, un servizio o una mancanza che rende difficile la vita sul territorio: «Stiamo cercando di dare una forma di vita a questo tema dandogli dei volti. Dietro ogni numero c'è una persona, dietro ogni persona c'è un'istanza, un territorio», racconta Traina.

Simone Dei Pieri conclude: «Fare politica vuol dire tenere i piedi per terra, mettere i propri interessi al centro del tavolo e dire: discutiamo assieme, troviamo una soluzione assieme».
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