BLOG

HomeBlog › Amazing (dis)Grace

Una cartolina di ricordi che non sbiadisce: quando ho visto Mondello per la prima volta

Prima i piedi in ammollo nell'acqua cristallina, poi la passeggiata fino in paese e l'immancabile brioche col gelato: la prima volta nel mare di Palermo non si scorda mai

Grazia La Paglia
Giornalista e blogger
  • 12 maggio 2020

Mondello, una foto scattata dalla terrazza dell'Antico Stabilimento

La vidi in un giorno di primavera. Era una lunga distesa di sabbia dorata - ma di un dorato chiaro, tenue e delicato. L'acqua azzurra, in fondo, l'acqua verde, vicino la riva. Di un verde chiaro, di una intesità lieve, di una limpidezza totale. Vedevo i miei piedi con una impeccabile nitidezza - i miei piedi in ammollo, nell'attesa dell'estate.

Zaino in spalla, libri che si sarebbero riempiti di piccoli granelli in poco tempo. Una tovaglia trovata per puro caso nell'armadio un po' antico e sgangherato, che spesso arredava le stanze di noi studenti fuorisede. Vivevo a Palermo da appena due anni, forse era la primavera del mio terzo anno di università.

Fino ad allora, Mondello era stato solo un nome, quasi mitologico, per me che in quella città mi spostavo solo con la 101. Per me che conoscevo - ai tempi - solo i mercati storici, il Teatro Massimo, il Teatro Politeama, via Libertà e lo Stadio. Lì, al Barbera, si fermava - in quel periodo - la mia conoscenza di quella città che ancora oggi è un ricordo vivo e importante.



Iniziava alla stazione centrale, si fermava allo Stadio. Stop.

Eppure - da quel giorno in cui scoprii Mondello in poi - avrei scorto oltre quel limite "imposto" dalla 101 un mondo ancora più affascinante, altri volti di quella città e della sua periferia che le avrebbero dato tutta un'altra connotazione, tra gli album delle istantanee custodite nella mia memoria.

La Palazzina Cinese, per dirne una. Ma anche Villa Niscemi. Ma anche i quartieri di Cruillas e San Lorenzo, per poi finire e Tommaso Natale e ritrovarmi a Sferracavallo, davanti al mare. Quello stesso mare in cui, in quel giorno di primavera, affondavo i piedi. A Mondello. La mia prima volta nel mare di Palermo era una giornata con un'amica che come me sognava di scrivere pagine e pagine, riempirle di inchiostro nero ogni giorno.

La mia prima volta nel mare di Palermo aveva il sapore del gelato al cioccolato racchiuso dentro una brioche, ricoperto di panna che reggeva a sua volta dei biscotti. Il metabolismo, a vent'anni, ti fa dimenticare i grassi, gli zuccheri, il deficit calorico da mantenere se vuoi la vita sottile.

La mia prima volta nel mare di Palermo era chiedermi cosa fosse quell'imponente struttura color del deserto che abbracciava - o si lasciava abbracciare - dal mare. La mia amica, palermitana di nascita, era la mia guida in quella passeggiata sotto il sole che iniziava a farsi sempre più bollente. E noi toglievamo i giubotti di ecopelle, le sciarpe.

Avvolgevamo tutto alla vita e continuavamo a camminare per raggiungere la piazza del paese, le barchette azzurre dei pescatori ormeggiate tra le reti stese ad asciugare. Ci sedemmo lì per un po', su una panchina, visi in alto a lasciarsi scottare dal sole. Dopo, tra la sabbia e le tovaglie stese con l'aiuto del vento, avremmo iniziato a studiare. Tolte le scarpe, avremmo subito immerso in acqua i nostri piedi nudi.

Ripenso a quel giorno, oggi, dopo quasi dodici anni di distanza. Ripenso a quante altre volte - innumerevoli volte - tornai in quella spiaggia. Anche in inverno, anche di sera, anche la domenica mattina, anche durante le vacanze di Natale, quando atterri a Punta Raisi e non vedi l'ora di rimettere i piedi tra i granelli dorati. Ripenso a quei libri che non abbiamo aperto, alle parole che abbiamo appuntato sui nostri bloc notes. Ma che adesso non troviamo più.

Perse tra un trasloco e un altro, perse forse tra le valigie da imbarcare per cercare lavoro altrove. Oppure custodite - forse - in quella casa del Vallone dove sono cresciuta. Custodite in quelle scatole che portai in paese quando, dopo dieci anni, lasciai Palermo. Scatole che attendono ancora di essere aperte, dopo quasi tre anni.

«Poi sistemo - dico ogni volta che torno nel mio paese dell'entroterra siciliano - Dopo guardo meglio cosa c'è dentro». Libri, quaderni, oggetti che ricordano momenti e istanti di quella lunga parentesi di vita vissuta nel capoluogo siciliano.

Poi subentra la pigrizia, il conteggio dei pochi giorni che restano per stare giù, la consapevolezza che manca - alla fine - sempre troppo poco tempo per ripartire, per tornare "su".

E quegli appunti di primavera restano lì, ancora una volta. Ad attendere il mio prossimo ritorno giù per risfogliare quelle pagine tenute insieme da anelli di plastica e che forse nascondono ancora qualche granello.

ARTICOLI RECENTI