Una scuola per ricominciare a Palermo: qui puoi avere una seconda possibilità
È una scuola a valenza multietnica, frequentata anche da studenti palermitani che provengono da zone particolarmente disagiate della città: ve la raccontiamo
"Fuori registro" è il progetto della scuola Nelson Mandela (foto di Alessandra Sicilia e Giulia Antioco)
«Il CPIA (Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti) è una scuola frequentata soprattutto da studenti migranti, arrivati principalmente dall'Africa e dall'Asia, ma anche qualcuno dal Sud America – dichiara a Balarm Nicoletta Campisi, docente dell’istituto-.
È una scuola a valenza fortemente multietnica, frequentata anche da studenti palermitani che provengono da zone particolarmente disagiate della città, che non hanno completato il ciclo dell'obbligo scolastico e che quindi ritornano a scuola. Abbiamo un'utenza particolare formata da gruppi sociali plurietnici e da soggetti autoctoni che provengono da aree di esclusione sociale ed economica.
Dobbiamo affrontare diverse criticità, ma le più grandi sono quelle di natura socioeconomica, cognitiva e relazionale, vissute da tutti perché stiamo parlando di persone che hanno affrontato esperienze esistenziali traumatiche».
La scuola diventa quindi un’opportunità di reinventarsi, crescere, di avere un luogo sicuro, al di fuori dei giudizi, per poter realmente produrre cultura.
Con il Progetto “Fuori Registro”, il CPIA vuole fare però un passo in più: portare fuori dalle mura degli edifici scolastici le storie di chi vive ogni giorno problematiche di quel tipo. Gli alunni della scuola hanno prodotto due albi illustrati e un fumetto.
Non ci si limita a raccontare, ma si restituisce dignità a esperienze spesso taciute, rimosse o fraintese: storie di migrazione, detenzione, fratture personali e sociali che trovano gli strumenti per uscire fuori da sé, per essere finalmente visibili, senza però essere spettacolarizzate.
«Pensiamo ai migranti che arrivano con i barconi. Ci sono anche tanti minori stranieri non accompagnati, donne che lasciano a casa i bimbi piccoli – continua la professoressa -. Sono persone che vivono forme di deprivazione materiale ed esistenziale. In questo contesto, la scuola propone attività interdisciplinari e progetti ad ampio respiro realizzati insieme ad associazioni e centri di accoglienza.
Il progetto che stiamo realizzando, si propone di affrontare diverse difficoltà mediante strumenti innovativi sul piano didattico: tra questi laboratori di narrazione, per favorire lo scambio di storie di diversa tradizione e dare voce all'esperienza dello studente e la realizzazione di albi illustrati, realizzati con la tecnica della serigrafia e rilegati a mano dai ragazzi insieme a esperti di una casa editrice romana».
Gli albi trattano temi centrali all’interno dell’esperienza di vita degli allievi: «Gli studenti del CPIA hanno realizzato due albi illustrati: “Ritratto di donna”, riguardo la narrazione di figure femminili significative della loro vita come madri, sorelle, maestre, personaggi politici del paese di provenienza.
Il secondo è “Luoghi dell’anima”, che vuole essere una riflessione sui loghi del passato, del presente e un esercizio di sperimentazione per immaginare una città ideale del futuro. Al carcere dell'Ucciardone, invece, detenuti hanno realizzato un fumetto dal titolo “Nel frattempo”, raccontando il proprio vissuto dietro le sbarre mentre, fuori, la vita continua».
La volontà del CPIA è quindi quella di rendersi un servizio a disposizione non solo degli alunni dell’istituto ma di tutta la comunità, attraverso momenti di consapevolezza e valorizzazione: «Sono fondamentali la sensibilizzazione e l'empatia. Spesso la gente guarda al fenomeno migratorio o alle storie dei detenuti solo superficialmente, come una minaccia alla propria sicurezza.
La migrazione è anche un problema di narrazione e di come viene posta all'opinione pubblica. Noi ci prendiamo cura di questa umanità ferita e siamo orgogliosi di venire a contatto con l'umanità autentica. Questa mostra, attraverso la conoscenza dell'interiorità dei nostri studenti, serve proprio al superamento delle paure e dei pregiudizi che alimentano l'esclusione sociale».
Portare queste testimonianze fuori significa dunque trasformare la scuola in un ponte: tra dentro e fuori, tra invisibilità e riconoscimento. Significa ricordare che cultura, quando è davvero tale, non si limita a intrattenere o celebrare: serve a far emergere ciò che pesa, ciò che chiede di essere compreso. Ridare, in sintesi, la cultura a tutti e smettere di trattarla come una questione elitaria che si possa attribuire soltanto ad un certo tipo di persona, di luogo, di metodo.
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