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Una tragedia segnò la sua condanna: cosa rimane della "regina" dello zolfo in Sicilia

Aperta nel 1839 e chiusa nel 1986, è stata una delle prime industrie regine dello zolfo in Sicilia, con un'attività d'estrazione sulfurea che si è protratta per oltre 100 anni

  • 21 giugno 2020

La miniera abbandonata in provincia di Caltanissetta (foto di Cristiano La Mantia)

Qualcuno potrebbe dire "quel che è fatto, è fatto". E invece no, perché ci sono volte in cui quel che è stato fatto non andava fatto. Lo sanno bene i "carusi" lavoratori, rimasti vittime nell’incendio scoppiato in questa ex miniera sulfurea che, a seguito del tragico episodio, oggi giace abbandonata nel cuore dell’entroterra siciliano.

È stata una delle prime industrie regine dello zolfo in Sicilia, con un'attività d'estrazione sulfurea che si è protratta per oltre 100 anni.

Aperta nel 1839, e chiusa definitivamente soltanto nel 1986, questo luogo oggi dimenticato dall’uomo, e restituito alla natura, per anni è stato un grande centro siciliano di estrazione dello zolfo che, per poche lire, ha impiegato centinaia di persone tra adulti e bambini lavoratori.

Una storia che ha conosciuto la parola “fine”, solo la mattina del 2 novembre del 1881 quando un violento incendio, causato dallo scoppio di una lampada ad acetilene, si propagò rapidamente tra i vicoli e le cave della miniera decretando la morte di oltre 60 anime della manovalanza, 19 delle quali erano bambini, tra i 7 e i 14 anni.



Inutili i soccorsi. Una tragedia più che consumata, che ha portato con sé anche lo scandalo dei “baby minatori” che per anni sono stati utilizzati come forza lavoro per estrarre lo zolfo da questa maledetta miniera che ne ospita ancora oggi i corpi all’interno del cimitero costruito a pochi passi da li, e in cui si trovano affisse nel terreno delle piccole croci bianche in loro memoria.

Quei “carusi” lavoravano insieme ai minatori adulti dentro i cunicoli sottoterra dal terribile odore sulfureo, in cui le temperature sfiorano i 50 gradi. Erano considerati manovalanza d’occasione sia per le famiglie, che li barattavano in cambio di un prestito in denaro di poche lire o di derrate alimentari, sia per i proprietari della miniera che potevano così beneficiare di scavatori eccellenti adatti ad infilarsi nei più piccoli fori irraggiungibili dai grandi.

Uno scenario raccapricciante che è stato documentato dal fotografo siciliano Cristiano La Mantia, co-fondatore del collettivo fotografico Liotrum Urbex Sicilia, che in occasione di un raportage fotografico ha così descritto lo stato di questo luogo abbandonato e dimenticato.

«È stato davvero emozionante scoprire il piccolo cimitero dedicato alle vittime del dramma vissuto in questa miniera ed è stato impressionante pensare quanti "carusi", ancora a quei tempi, venivano impiegati come forza-lavoro in questi luoghi così usuranti e pericolosi - dice Cristiano.

Vicino al cimitero si trova la miniera dove è accaduto il fatto in cui oggi regna un silenzio sacrale. La natura, come al solito succede in questi casi di non curanza e abbandono, si sta lentamente riappropriando degli spazi che le sono stati sottratti.

Oggi, infatti, questo ecomostro è ormai perfettamente inglobato nella natura circostante come fossimo sul set del film Jumanji».

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