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Vince a Tokyo con i "suoi" pupi: il fotografo che ti fa venire voglia di visitare Palermo

Fin da bambino ha mostrato una propensione per l’arte. Alla fotografia ci arriva dopo che un problema alla mano lo costringe a rinunciare alla musica

Jana Cardinale
Giornalista
  • 12 gennaio 2024

Alessandro Ingoglia

«La fotografia è un mezzo per andare in profondità nelle cose, e anche in me stesso».

È questa la definizione di questa forma d'arte di Alessandro Ingoglia, palermitano di nascita e marsalese d'adozione, che ha iniziato a dedicarsi a questa grande passione all'età di 18 anni, grazie al regalo per la maturità di uno zio - la sua prima macchina Olympus OM10 - che gli ha cambiato il modo di vedere e vivere la vita, spingendolo a seguire corsi e workshop con fotografi "blasonati" per specializzarsi, fino a ottenere riconoscimenti prestigiosi e internazionali.

Alessandro Ingoglia fin da bambino ha mostrato una propensione per l’arte: dal disegno alla pittura e alla musica, per approdare alla fotografia.

A 14 anni scopre la chitarra, impugnando per la prima volta quella del nonno, e inizia così a frequentare nel Conservatorio della sua città, e poi di Trapani, i corsi di chitarra classica e composizione.
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A 18 anni riceve in regalo la sua prima vera macchina fotografica che ha fatto da registratore di ricordi per tanti anni.

Nel 2003 un problema alla mano lo costringe a rinunciare completamente alla musica e la sua creatività si sposta sulla fotografia che diventa una forma di linguaggio e di espressione artistica.

Comincia a guardare il mondo con occhi nuovi e a studiare sui libri i grandi maestri: da Bresson a Koudelka, da Webb a Robert Frank, seguendo corsi con fotoreporter di livello internazionale (Fausto Podavini, Patrice Terraze, Letizia Battaglia, Sandro Iovine) che gli hanno permesso di migliorarsi non solo nella tecnica ma anche nel linguaggio.

Predilige la fotografia che gli permette di raccontare qualcosa e per questo ama andare per strada e aspettare che una storia si presenti ai suoi occhi.

Oggi oltre ad occuparsi di reportage, ha cominciato il cammino verso un linguaggio fotografico più intimo e riflessivo scegliendo come mezzi espressivi la pellicola e le cosiddette toy-cameras con cui ha prodotto il progetto "Punti di fuga" commissionato nel 2022 dall’Ancona Foto Festival ed esposto alla Mole di Ancona Vanvitelliana per il ciclo "Frontiere". Un lavoro che conteneva foto panoramiche scattate tra Trapani, Mazara e Marsala.

Nel 2016 vince il concorso di National Geographic "Diario di viaggio" con un reportage sulla Cina e da lì in poi riceve altri riconoscimenti nazionali e internazionali.

L'ultimo è quello per 'L’Anima dei pupi', sia in forma di portfolio che in forma di dummie, destinatario di diverse gratificazioni internazionali con relative esposizioni tra cui il Kolga Tbilisi Photo Awards, Il MIFA (Moscow International Fotography Awards), con un lavoro su "I Misteri di Trapani", nel 2019, TIFA (Tokyo International Fotography Awards), e PX3 (Paris International Fotography Awards).

Ha esposto i suoi lavori in mostre collettive e personali ad Ancona, ai Cantieri Culturali alla Zisa a Palermo, a San Benedetto del Tronto e a Grottaglie.

«Fin da bambino ho manifestato la mia inclinazione per le arti. Ricordo – dice - che prima di poter scrivere, disegnavo Topolino e Paperino copiando dai fumetti. Crescendo ho osservato mio padre, pittore di professione, e ho imparato la tempera e l'acquerello.

Nel 2003 un problema alla mano mi ha costretto ad abbandonare completamente la musica ed è stato grazie alla mia creatività che ho iniziato a concepire la fotografia come non avevo mai fatto prima: una forma di linguaggio, di espressione artistica.

Ho guardato il mondo con nuovi occhi e ho studiato dai più grandi maestri. In realtà preferisco la Ffotografia che mi permetta di raccontare qualcosa ed è per questo motivo che amo passeggiare per le strade e aspettare che una storia si manifesti davanti a me. Come dice Charles Harbutt: «Non faccio foto; le foto mi prendono», quindi, devo solo assicurarmi che la mia macchina fotografica sia carica di pellicola ed essere pronto».

E su "L'Anima dei pupi" dice: «È certamente più semplice affascinare con foto di paesi lontani, con ambientazioni diverse; più difficile è raccontare una storia che abbiamo sotto casa, che vediamo, passandoci davanti senza magari soffermarci. Ecco, il mio progetto è questo: è la storia della mia città, che ho voluto raccontare con attenzione» .

Alessandro, che vive a Marsala da quattro anni per stare vicino alla sua famiglia, tiene a sottolineare che ha guardato fotografi e letto libri di foto, ma ha fatto anche tanto altro, perché «più fotografo più mi rendo conto che bisogna vedere anche film, ascoltare musica... Tutto quanto è utile per arricchirsi e portare fuori quello che si ha dentro». Il suo modo di intendere la fotografia è una sorta di sfogo personale.

«Ho scelto di non vivere di fotografia; sono un informatore scientifico del farmaco per una grande azienda farmaceutica italiana, ma c'è stato un momento in cui stavo pensando di lasciare il mio lavoro per fare il fotografo. Poi ho cambiato idea».

Alessandro Ingoglia è tra i vincitori del Tokyo International Foto Awards proprio con il suo libro "L’ Anima dei Pupi", che ha la prefazione di Fabio Stassi.

E l'omonima mostra, esposta al Collegio dei Gesuiti di Mazara del Vallo nei mesi scorsi, è un estratto del libro fotografico: 30 foto scelte insieme a Carla Messina tra le 115 che compongono il libro e il lavoro nella sua interezza, che si articolano in due capitoli: "La bottega", con foto in bianco e nero, e "La messa in scena", con foto a colori.

Il duplice linguaggio cromatico, che solitamente non viene mischiato nell’ambito di un unico lavoro fotografico, è una scelta autoriale ben precisa: il bianco e nero rappresenta la mancanza di un’anima che in modo embrionale viene trasferita durante la costruzione con il legno.

«Da quando fotografo con la consapevolezza di voler raccontare qualcosa, ho sempre pensato che la fotografia fosse un mezzo per creare nuove relazioni, sia con i soggetti delle storie sia con chi poi vedrà quelle storie – conclude -. La fotografia unisce e ne ho avuto conferma conoscendo una persona che dopo aver acquistato il mio libro ha deciso di venire in vacanza in Sicilia passando da Palermo per vedere uno spettacolo dell’opera dei pupi e incontrarmi.

Sono onorato e felice di questa cosa, perché non avrei immaginato che delle mie fotografie potessero spingere qualcuno a fare un viaggio per approcciare il mondo che in esse è rappresentato».

Un interesse autentico e forte il suo per quest'antica tradizione che lo ha spinto a realizzare un lavoro che sta emozionando una vasta platea.

«Costruire un pupo per un Puparo è come avere un altro figlio. "L’anima dei pupi" è un progetto fotografico che va nel profondo di un’arte antica che dura da circa due secoli e che si tramanda di padre in figlio.

È uno spaccato di Palermo e di uno dei suoi più antichi costumi: come nasce e prende vita un pupo siciliano attraverso le sapienti mani di Salvatore Bumbello, che ha imparato questo lavoro fin da bambino, prima giocando e poi aiutando il genitore prima di restare orfano.

Dal 2001 "L’opera dei pupi" è entrata a far parte del patrimonio Culturale Immateriale Unesco, e Salvatore, con la sua famiglia, la tiene in vita e tenta di innovarla coinvolgendo in questa attività i suoi figli e alcuni nipoti, facendo sì che un giorno possano portare avanti e sviluppare la tradizione familiare e la sua compagnia "Opera dei pupi Brigliadoro"».
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