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Vita, morte e misfatti dell'inafferrabile bandito Capraro: la Sicilia e la mafia malandrinesca

In provincia di Girgenti alla fine dell'800 fecero scalpore le vicende del brigante di Sciacca. Per anni Carabinieri e agenti di pubblica sicurezza vennero impegnati nella sua cattura

Elio Di Bella
Docente e giornalista
  • 15 giugno 2021

Banditi siciliani (foto dal web)

Le imprese dei briganti siciliani hanno riempito per anni le cronache dei giornali degli ultimi due secoli. Le loro gesta venivano enfaticamente raccontate di città in città anche dai cantastorie e il loro mito ha incantato intere popolazioni.

In provincia di Girgenti (oggi Agrigento) alla fine dell'Ottocento fecero scalpore le vicende del brigante Vincenzo Capraro, originario di Sciacca. Centinaia di Carabinieri e agenti di pubblica sicurezza vennero impegnati per diversi anni nella sua cattura.

Il quartiere generale di Capraro era ubicato nelle montagne tra Giuliana, Burgio e S. Margherita, al confine tra le province di Agrigento, Palermo e Trapani. Come altri masnadieri aveva scelto una località di confine fra diverse province per sottrarsi alla sfera di competenza delle relative polizie.

L'inafferrabile Capraro arrivò ad avere alle proprie dipendenze un nucleo di 24 banditi, con cui controllava direttamente o indirettamente una larga parte della Sicilia occidentale e conservò questo potere per almeno 7 anni.



Sul "Giornale di Sicilia" del 24 agosto 1878 il cronista ci da un quadro quanto mai efficace della terribile attività della banda di Capraro: "Le grassazioni, devastazioni, assassinii, ribellioni armate, estorsioni e ricatti della banda Capraro dal 1868 al 1878 furono innumerevoli, i soli reati principali denunciati e conosciuti furono non meno che 38 e fra essi erano non meno di nove sequestri di persona.".

Mentre il Prefetto di Palermo, in un rapporto di Gabinetto del 30 luglio 1874, scriveva: "L'unica vera banda, composta non si sa con precisione se di 9 o più malfattori tutti a cavallo, sarebbe quella comandata dal Capraro nella provincia di Girgenti e questa, com'è solito fare appena passato l'inverno, è a fare le sue scorrerie in questa provincia". E dava anche notizia dell'unione di "questa grossa e audace banda" con i banditi capitanati da Leone, Di Pasquale, Rocca e Rinaldi.

Il Prefetto è certo che queste bande siciliane "compirono tutti quei delitti che tennero in continuo timore le popolazione delle campagne ed offrirono argomento alla stampa". Sempre con Leone e Rinaldi, nell'aprile del 1875, spalleggiato dai briganti Alfano e Merlo, Vincenzo Capraro cercò di sequestrare, senza però riuscirvi, il possedente Stivala di Cerami.

Dopo questa impresa il Capraro si diede alla latitanza e da allora "furono senza numero i furti, gli assassini, i ricatti, le uccisioni di animali, commessi da lui e dalla sua banda", scrive lo storico Nino Genovese. Spesso bastava anche molto poco: una parola, un sospetto, un rifiuto di ospitalità o di pagamento di taglia per indurre lui e la sua banda a inappellabili condanne a morte.

Nè faceva distinzione di classe, perchè "ricchi proprietari di terre e i grossi fittavoli ne furono ognora le vittime predestinate; ma spesso anche la sua crudeltà fu miseramente provata da poveri guardiani di campi, di null'altro rei che di mostrarsi fedeli ai loro padroni"

Non mancano naturalmente intorno al brigante Vincenzo Capraro le note caratteristiche del bandito che toglie ai ricchi per dare ai poveri o che si sostituisce allo Stato per imporre l'ordine. Infatti - scrive Genovese - si narra che "fosse largo di sovvenzioni e d'aiuti coi poverelli che a lui ricorrevano o coi quali semplicemente s'incontrava; e si dice che spesso ebbe a punire di morte qualche ladruncolo che, abusando del nome di Capraro, rubava grano o animali a poveri contadini".

Questo "Robin Hood" della nostra provincia era "perseguitato dalla giustizia che mise su di lui una taglia di ben 20.000 lire. Ma spesso ebbe la meglio nei conflitti con la forza pubblica godendo di non poche protezioni nei nostri paesi.

Non mancano naturalmente gustosi aneddoti. Più volte si recò, vestito da ricco proprietario, nei migliori alberghi, dove alloggiavano quei comandanti e militi che erano alla sua ricerca. Mangiava accanto a loro, con loro conversava e nessuno lo riconosceva. Una volta, dopo avere finito di desinare in uno di questi ostelli, ebbe l'ardire di tagliare le cinghie dei cavalli della milizia e fuggì, non senza aver mandato i propri saluti ai comandanti e dir loro che restava molto grato per la bella e festosa accoglienza che aveva avuto da loro in quelle ore.

Genovese è certo che Capraro aveva amicizie presso le famiglie ricche, ma anche tra la forza pubblica e che "non di rado capi di partito si avvalessero dell'opera sua criminosa per compiere le loro vendette". Nel giugno del 1875 Capraro restò nella trappola tesagli dalle forze dell'ordine e venne trucidato nel conflitto a fuoco che ne seguì; i giornali riportarono con rilievo la notizia della fine del pericoloso elemento.

Il "Giornale di Sicilia" del 4 Ottobre seguente, riferendosi a quanto aveva pubblicato la "Gazzetta di Girgenti" del 2 Ottobre, scriveva fra l'altro: "Il feroce e famigerato Vincenzo Capraro che da molti anni teneva in allarme con le sue audaci e sanguinarie imprese la provincia di Palermo, la nostra e quella di Trapani, e nel quale era personificata la vera mafia malandrinesca militante, quest'uomo insozzato dei più audaci e nefandi misfatti, che viveva coi suoi di ogni sorta di ruberie, che negli scontri frequenti con la forza pubblica vide in passato cadere a sé d’intorno ed arrestati e uccisi i più audaci e feroci briganti della Sicilia senza incapparvi esso mai, fece anch’egli la fine comune ed inevitabile a tutti i masnadieri, vale a dire cadde ucciso sotto il piombo della forza pubblica".
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