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Alla scoperta di villa Igiea: storia, decorazioni e valore del simbolo Liberty

Quanti amanti si sono conosciuti tra le quinte floreali della sala da pranzo? Palermo, la Capitale italiana della Cultura si è dimenticata della sua icona più grande

Danilo Maniscalco
Architetto, artista e attivista
  • 5 dicembre 2017

Villa Igiea a Palermo

«Tu non saprai chi io sia e tuttavia sarò per te salutare...». Questo delicato inciso del maestro del romanticismo americano Walt Whitman, mi ha sempre fatto pensare il ciclo decorativo-simbolico della sala da pranzo di villa Igiea, il centro del mondo della produzione Art Nouveau europea, qui dove la meraviglia e lo stupore incontrano il sogno.

"Higea Salutis Dea" il mantra dell'intero complesso architettonico realizzato e non a caso nella borgata dell'Acquasanta. Qui dove il mito vuole sorgano acque curative, il triumvirato Basile-Cervello-Florio imposta la costruzione del più grande sanatorio per tisici della belle Epoque, luogo in cui alla cura del fisico, associare la cura dello spirito in un armonico rapporto col paesaggio a metà tra il monte Pellegrino e il mare nostrum.

Si, il Grand Hotel Villa Igiea nasce come sanatorio ma viene facilmente convertito in struttura ricettiva di lusso. Zar, re e regnanti di tutta Europa faranno a gara per soggiornarvi tra le perle e la grazia di Donna Franca e lo squisito gusto che attraverso la creatività di Ernesto Basile prende le forme del mecenatismo di Ignazio e Vincenzo Florio.

E già, questo capolavoro assoluto di stile ed estetica, simbolo altissimo e unico di un intero mondo perduto, non è spiegabile senza la contemporanea volontà e presenza nel palcoscenico locale di questo eccezionale duo-duale, in cui condizione necessaria e sufficiente è la loro presenza in forma di sodalizio unitario di intenti.

Ernesto sta ad Ignazio come la bellezza Liberty sta alla borghesia illuminata palermitana. Privi noi di questa equazione, privi ancora noi di tutta questa bellezza "oggi inspiegabilmente" senza navigatore.

Villa Igiea non apre semplicemente, insieme alla Cappella Lanza ed il villino Florio, il Novecento artistico italiano e forse europeo: questa incredibile opera d'arte integrale, è il centro del mondo del linguaggio Art Nouveau, un gradino sopra la gesamtkustwerk del palazzo della secession viennese nella capitale d'Austria.

Loro hanno l'eternità del fregio klimtiano di Beethoven, noi, il ciclo della rinascita floreale nella sala da pranzo disegnata dal maestro Liberty e arredata dalla maestria del legno Ducrot, nelle pareti della quale si sviluppa il capolavoro di Ettore De Maria Bergler, Michele Cortegiani, Luigi di Giovanni.

Con la costruzione di questo capolavoro, gli artisti decoratori del ciclo pittorico del Teatro Massimo, incidono sulle pareti di questa sala il proprio nome tra le pagine più importanti dei manuali di storia dell'arte.

Un vero e proprio trattato di estetica unico e unitario, realizzato per il piacere degli occhi e il lusso smodato della città felice dei Florio in cui tutti volevano un pezzo del racconto corale.

Quanti amanti si saranno conosciuti e innamorati tra le quinte floreali di questa sala dal gusto imperiale? Quante le invidie, i desideri e le armonie qui rivelatesi? Quante trame potrebbero raccontare queste quattro pareti a cui manca soltanto il respiro per muoversi?

Quanti intellettuali, artisti, poeti, regnanti, scrittori, si sono scoperti qui con lo stupore che hanno solo i bambini? Quanti e quali racconti custoditi in questo scrigno della grande bellezza di inizio secolo quando tutto quanto sembrava possibile tra i profumi di agrumi e gelsomino, i cilindri sulle teste, guanti e bastone e le prime dedicate automobili prologo al desiderio di inventare la Targa Florio?

Architettura, design, pittura e scultura, paesaggio, decorazione, arte e artigianato, tutti elementi concorrenti al risultato finale di bellezza calibrata dal pensiero di questo grandissimo protagonista del gusto europeo che seppe traghettare le conquiste delle maturazioni stilistiche ottocentesche nel pantheon delle necessità linguistiche del Liberty o modernismo italiano.

Seppe come insegnare agli allievi lui, seppe costruire un mondo migliore di quello che arrivò alla sua dipartita, sepper costruire valore senza mai dimenticare il primato dell'intelletto sulla barbarie del mero profitto.

Se qualcuno avesse ancora dubbi sulla necessità di intestare a Ernesto, il primato d'esser Icona Urbana della città di Palermo alla stregua di Gaudì a Barcellona o Makintosh a Glasgow, inviterei "sua-miopia" a una passeggiata di due ore all'interno di questo simposio di matrice illuminista, l'edificio laico, più spirituale dell'intera Sicilia.

Qui, tra il il gruppo bronzeo dedicato alla dea Higiea di Ettore Ximenes, qui tra i capitelli floreali e le capriate dai rimandi carnivalireschi, qui dove la salvezza del corpo si misura con il bisogno di salvezza dello spirito, tra Bergler, Cortegiani, Di Giovanni, Basile, Ducrot, Florio, si nascondo le nostre più vivaci radici culturali, quelle che seppero fare di Palermo come ebbe a scrivere Gianni Pirrone «Una capitale floreale e assoluta del gusto e del passo modernista».

Non si può veramente comprendere cosa sia stato il movimento Art Nouveau, senza passare da Villa Igiea, da Palermo e dalle sue opere d'arte integrali!

Me ne prendo e a ben volere, la responsabilità di questa affermazione all'interno della quale iscrivere a mio giudizio, il successo di un linguaggio che attraverso il maestro e i suoi più brillanti allievi, seppe colonizzare attraverso la costruzione diffusa di bellezza l'intera isola.

Si, Palermo è il centro Mediterraneo, siamone consapoli custodi e valorizzatori, che la capitale italiana della cultura si accorga di aver dimenticato l'icona più grande.

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