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L'antidoto alla mafia sono i teatri di frontiera: grazie di esistere al Teatro Savio di Palermo

Dei malviventi hanno chiesto il pizzo a Francesco Giacalone, direttore del Teatro Savio di Palermo. Una notizia che ha sconvolto la città e il mondo della cultura

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 26 marzo 2019

Francesco Giacalone

Anni fa contattai Wim Wenders per proporre un film sulla mia città. Al primo contatto gli dissi «hai piena libertà creativa ma non deve essere un film sulla mafia». Lui accettò, rispondendomi che se avevo contattato lui immaginava fosse proprio perché non era regista da film sulla mafia, e sette anni dopo realizzò Palermo Shooting. Un film che io trovo bellissimo, che non ebbe un grosso successo di botteghino, ma che la critica sta sempre più rivalutando.

Durante la riprese di Palermo Shooting, parlai a Wim di un’altra idea, un film, stavolta sulla mafia, per la regia di Quentin Tarantino. Immaginate. Un film di Tarantino sulla mafia potrebbe essere esilarante, con la sua capacita dissacrante di narrazione sulla violenza e sul potere. Wim mi disse che quando volevo mi avrebbe presentato Tarantino.

Così per mesi raccolsi appunti su racconti ed episodi di Mafia. Avevo anche già scritto l’inizio del film. Sapete che negli anni settanta ed ottanta esistevano i bordelli della mafia. Non ricordo più dove ho letto che in questi bordelli esistevano dei cesti pieni di bambole che costavano carissime e che venivano regalate dai mafiosi più ricchi e facoltosi alle loro pupille.

La mia storia iniziava in uno di questi bordelli, nel quale un mafioso particolarmente potente ed il suo seguito entrano nel locale si siedono e cominciano ad ordinare gli champagne più costosi. Ad un certo punto una ragazza particolarmente avvenente si siede sulle ginocchia del boss in questione.

Questi la guarda con sospetto e le chiede: «dimmi la verità sei venuta da me per i soldi, no perché sono bello». La ragazza timidamente preoccupata conferma. Tutti attorno guardano preoccupati la possibile reazione del boss, il quale, dopo una interminabile pausa urla battendo le mani sul tavolo: «mi sei piaciuta… oneste mi piacciono le donne. Che dicono la verità. E ti voglio premiare…. Baaaaambole per tuutttti». E cosi prende tutte le bambole in vendita a cifre astronomiche e le regala ai presenti.
Dopo questa scena partivano i titoli.

Abbandonai il progetto, perché questo necessitava di un partner forte, la Regione Siciliana, non tanto per i soldi - se Tarantino decide di fare un film non ha problemi a finanziarlo -, quanto per tutto il supporto logistico che una produzione del genere potrebbe necessitare in Sicilia. Abbiamo avuto governi troppo inconsistenti in questi anni per pensare seriamente ad una cosa del genere, già solo a spiegarne valore e potenziale ad uno dei nostri ultimi presidenti mi viene il freddo.

Il film surreale sulla mafia con la regia di Tarantino mi è tornato in mente in questi giorni. La scena finale perfetta potrebbe essere quella di due sgherri, molto vicini al boss straricco del prologo, che caduti in bassa fortuna non hanno soldi neanche per mangiare e sono messi al bando, finché per disperazione entrano in un teatro, non sanno cosa sia un teatro, non hanno mia visto un teatro in vita loro.

Entrano, incontrano il direttore con l'intenzione di chiedere il pizzo, ma è in corso uno spettacolo sulla mafia e in una scena di violenza si riconoscono e capiscono quanto squallidi sono nelle loro azioni e cambiano vita, tornano da loro boss e lo picchiano a colpi di bambole. Parliamo di sogni impossibili, non tanto che Tarantino faccia un film dissacrante sulla mafia. Quanto che
un mafioso possa realmente prendere atto dello squallore che rappresenta.

La richiesta del Pizzo fatta qualche giorno fa al Teatro Savio, di proprietà dei Salesiani, è un po' la misura di questo squallore senza fine e l'idea che quei malviventi possano tornare dal proprio boss e picchiarlo a colpi di bambole è solo un improbabile finale di un sognatore con sempre meno speranze.

E però resto convinto che l'ultima arma che ancora abbiamo per contrastare la banalità di questo male sia proprio nei teatri di frontiera, come il Savio. Va pertanto la mia solidarietà (e quella di tutta la redazione, ndr) al suo direttore, Francesco Giacalone, oltre che per avere detto no al pizzo, per una ragione ancora più preziosa. Per il fatto di esistere.

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