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Nessuno di noi è stato pagato per scrivere che questo posto, a Ortigia, è magico

Siamo al civico 122 di via Roma, nel centro storico di Siracusa in Sicilia: questa non è la storia di un ristorante, ma di un progetto che tutta l'Isola dovrebbe abbracciare

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 1 ottobre 2019

In via Roma 112, ad Ortigia, camminando mi imbatto in un locale che ha un che di insolito. Non saprei dire cosa esattamente. Non so se mi hanno incuriosito gli arredi, un po’ fuori registro rispetto ai locali vicini, non so se è stato il nome, Moon, che significa luna, e nelle intenzioni dei proprietari è acronimo di una frase che vuol dire "porta Ortigia fuori dall’ordinario".

Qualunque cosa mi abbia attratto, senza avere particolare fame, anzi, con il pensiero alla dieta in corso, entro. All’ingresso mi accoglie un ragazza splendidamente sorridente, con un abito a fiori gialli che sprigiona gioia esso stesso.

Ero entrato per curiosità, decido di mangiare qualcosa. Il ristorante è vegano, il che lo rende ancora più anomalo, in un posto che pullula di turisti e che potresti anche immaginare pieno di luoghi dozzinali a prezzo fisso.

Mi seggo ed uno dei camerieri mi chiede in inglese se voglio acqua. Rispondo di sì e, ridendo in inglese, dico che posso anche ordinare in italiano. Il ragazzo mi spiega che la maggior parte dei clienti sono turisti e stranieri e quindi vanno in automatico con l’inglese. Scoprirò, orecchiando mentre prendono le comande agli altri tavoli, che tutti gli addetti al servizio parlano inglese fluidamente. Ortigia è realmente piena di turisti, uno spettacolo che riempie di gioia.

Il menu prevede quanto di prassi in un ristorante vegano. Tofu, tempeth, hummus. Ma non pensate a cibi scialbi e senza sapore. Tutt’altro. Ordino una carbonara vegana con pasta integrale. Arriva una pasta bianca, non integrale. L’aspetto è splendido, ed anche il gusto. Veramente buona.

Mi viene chiesto con cortesia se tutto è a posto, dico sì perché il posto è bello, il servizio accogliente, il cibo buono; faccio notare che la pasta non sembra integrale. Si propongono di rifare il piatto, ma va bene così. C’era fin troppo lavoro e cura in quel piatto perché facesse una brutta fine. Al momento di pagare ricevo un congruo sconto, non l’ho richiesto, non era necessario, ho apprezzato in realtà più per il gesto che per il risparmio in sé.

Sono tornato il giorno dopo, ho provato l’hummus ed un tofu al nero d’avola, i cibi restituiscono un’atmosfera mediterranea che non ti aspetteresti.

Ho indagato sul sito per scoprire che lo chef è un giovane di Ortigia. Sarà campanilismo, ma nei piatti sentivo il cuore delle nostre parti. Il suo lavoro è la prova che esiste un modo moderno di interpretare l’essere siciliani, molto oltre lo stereotipo della coppola e della lupara. Con questi sapori, usando anche materie prime non della tradizione, ha dimostrato una capacità di innovazione che arricchisce la nostra identità. Bravo.

Parlando scopro che la bella ragazza che mi ha accolto è della provincia di Padova, come il suo fidanzato che lavora a sua volta nel locale, mentre i proprietari sono di Carpi. La Sicilia in questo caso è luogo di immigrazione. Per chi volesse ancora dimostrazione che le risorse le abbiamo. Ma non sempre siamo in grado di coglierle e valorizzarle.

Questa storia non parla di un ristorante, di cibo, di capacità di accogliere con un sorriso e di restituire un servizio all’altezza di quel sorriso. Non parla dell’assumersi la responsabilità di un errore, anche quando chi lo subisce non mostra di averne risentito. Non parla di un locale che ha uno standard sopra la media, e camerieri che parlano inglese. Non parla di immigrazione, né di valore aggiunto.

Questa storia parla di un modo di fare che io credo possa essere il paradigma di un progetto culturale e turistico generale della nostra terra. Se fossi assessore al turismo della nostra regione cercherei i posti come questo, ce ne sono altri in Sicilia.

E chiederei ai gestori ed a chi vi lavora di formare altri, ed altri ancora, facendo diventare questa eccellenza, che è anche il frutto dell’incontro di storie e tradizioni culturali ed imprenditoriali diverse, uno standard, un modello, un progetto generale: sorridere con gioia sincera e fare bene il proprio lavoro. Sembra una ricetta facile tutto sommato. Provate ad immaginare che terra sarebbe la nostra se tutti facessimo sempre così.

Chi segue le cose che scrivo sa che odio la frase "potremmo vivere di turismo". Moon è la dimostrazione che di turismo si vive, se hai competenze, e se sei disponibile ad operare con standard europei e cuore siciliano. Magari provando a pensare che puoi portare il luogo nel quale vivi e lavori fuori dall’ordinario. Non so dove, non so come, ma quel quid in più, quel qualcosa di non ordinario che c’è dietro la filosofia di questo posto in qualche modo traspare nell’aria, ed è questo che deve avermi attratto. Fatto sta che il ristorante è sempre pieno.

Il progetto vince sempre, questo è il mio presupposto esistenziale. E cosi indagando scopro che Moon non è un ristorante o solo un ristorante, ma è un luogo di aggregazione e scambio culturale, un punto di approdo per tanti musicisti ed artisti. Un luogo che capisco si adatta ad ospitare arte in forme diverse nel corso dell’anno. Ho avuto fortuna ad entravi.

Allo stesso tempo sono rimasto incantato da Ortigia, non venivo da almeno quindici anni. Io credo che qui siano riusciti nell’intento di uno sviluppo turistico importante, ma allo stesso tempo elegante e rispettoso dei luoghi e della loro anima. Un modello che andrebbe studiato a mio avviso, perché siamo a fine settembre,

Ortigia è piena di turisti e, nonostante questo, non sembra che l’impatto turistico abbia prodotto quelle trasformazioni irreversibili così evidenti nelle destinazioni turistiche più gettonate, che si perdono in negozietti "made in china" inseguendo le luci del fatturato facile.

Nell’andare via, Elena, cosi si chiama la ragazza con i fiori nel sorriso, mi offre una fetta di salame al cioccolato. Non l’accetto. Sono a dieta, e poi il piacere si vive intensamente se non si vive subito fino in fondo. Sono andato via con la curiosità di mangiarlo e la speranza che l’assaggerò la prossima volta che passerò di qui.

Tornerò pensando al cioccolato, ma anche perché sono certo che troverò ancora sorrisi ed accoglienza.

Disclaimer 1: né io né Balarm abbiamo ricevuto compensi per questo articolo.
Disclaimer 2: Elena è fidanzata, ed il fidanzato lavora nel locale, regolatevi.

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