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Palermo post-apocalisse: la visita del Papa ha aperto ferite che non possiamo ignorare

Dietro la luce del grande evento si nascondono molte ombre: Palermo inadeguata (anche se tirata a lucido) potrebbe essere sempre quello che è stata due giorni?

Giovanni Callea
Esperto di marketing territoriale e sviluppo culturale
  • 19 settembre 2018

Piazza San Francesco di Paola a Palermo

Una folla oceanica ha accolto il Papa a Palermo. Io credo sia un po’ il segnale di una città che ha bisogno di speranza. Questo Papa dà speranza. Vedere le immagini del foro italico stracolmo è stata veramente una grande emozione.

Io credo che chiunque cerchi speranza ne troverà. Questo bagno di folla spero pertanto sia anche un auspicio per la nostra città. Che possa trovare quanto cerca.

Eventi come questi sono importanti per Palermo. Dietro queste luci io vedo anche molte ombre. La prima, la più immediata, è che per ospitare un evento di questa portata Palermo si è dovuta letteralmente paralizzare per diversi giorni. E sabato praticamente si è fermata.

Immaginate se Roma o Londra si dovessero fermare per qualunque evento. Siamo una città di provincia, a dispetto del fatto che una certa narrazione ci racconti come capitale di qualche cosa.

E mostriamo tutti i nostri limiti strutturali e organizzativi quando si manifesta il momento.

Circostanze come queste servono purtroppo a ricordare anche non esiste nessun vero piano per la città, nessuno sguardo verso il futuro, che sappia immaginare Palermo veramente una capitale, oltre alle candidature del concorso di turno. Una città che sappia vivere su più livelli, come avviene nelle capitali del mondo.

D’altro canto, a ben pensarci, Palermo non ha un auditorium per 5mila persone, numero che chi organizza spettacoli sa essere un numero chiave per spettacoli di un certo profilo.

Non esiste neanche un centro congressi né più un centro fieristico. Palermo, che con il clima che possiede, potrebbe essere una meta gettonatissima. Ricordo che i congressi importanti muovono migliaia di persone con un ottimo potenziale di spesa.

Gli uni e gli altri sarebbero eventi di misura minore, praticamente assenti a Palermo, che potrebbero contribuire molto alla vita economica della città.

Ma oltre alla mancata esistenza di queste strutture, non esiste neanche l’idea di provvedere a costruirle.

Il Papa a Palermo è stata certamente l’occasione per vedere ripulire la città, e per tutti noi l’occasione di provare a mostrarne il volto migliore.

Però ha anche mostrato a quanti siamo rimasti che tutto si è presto normalizzato, tolto il vestito della festa ci ritroviamo come per incanto con i vestiti della cenerentola che siamo.

Il Papa è andato via. Dobbiamo fare i conti con l’immondizia sotto il tappeto, il prato del foro italico sempre più malandato. Restano tanti ricordi, ma anche la certezza di una città che ha dimostrato di non essere preparata.

Che può reggere eventi di questa portata molto raramente altrimenti collasserebbe irrimediabilmente.

E così se da un lato la venuta del Papa mostra il bisogno di speranza della città, e ogni sforzo per accoglierlo trova giustificazione, in qualche modo.

La sua partenza, e la città che torna a se stessa ci lascia il dubbio di dove veramente cercarla, questa speranza.

E ci fa chiedere, almeno a me il dubbio è sorto, se questo sforzo, che abbiamo fatto nostro malgrado, non sia stato ancora un modo per usare il nostro bisogno di speranza come soluzione per l’assenza di amministrazione e progetto.

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