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A casa della principessa Notarbartolo: chi fu la nobile (a volte trasgressiva) dallo charme innato

La sua bellezza calda e avvolgente colpì tutti, compreso il Maestro Giorgio De Chirico conosciuto a Roma nel suo studio. Ecco un ritratto inedito della pittrice Ketty di Sciara

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 29 dicembre 2020

Ketty di Sciara e Giorgio De Chirico

Era impossibile non rimanere incantati dalla sua andatura leggera e sinuosa, il suo modo di girare la testa con quella splendida cascata di capelli lunghi, il suo modo di salutare la figlia Donatella e noi bambine, sue compagne di giochi.

Ketty di Sciara aveva uno charme innato e con le sue lunghe gambe inguainate in pantaloni stretti e le giacche attillate, da dove fuoruscivano svolazzanti camicie indiane e tacchi vertiginosi, lasciava abbagliati e creava rossore alla nostra piccola amica, che spesso non ricambiava il saluto nascondendosi dietro di noi.

Donatella Notarbartolo avrebbe voluto come mamma una raffinata Signora, elegante e discreta, impegnata nel rispettare le tradizioni aristocratiche, mentre la sua era una mamma importante, difficile da gestire e complicata da amare, in quell’età dove si vorrebbero tutte le attenzioni.

Ketty era una delle protagoniste del mondo sospeso all’interno del Villino Caruso Valenti (oggi Villa Virginia), nello splendido scenario Liberty dove tutti vivevamo come in una vita di corte e dove la baronessa Pupa Valenti, proprietaria del villino, era la castellana colta e raffinata.



Il mondo fuori era la Palermo degli anni ’70, umiliata, offesa e depredata delle sue bellezze. È in questo contesto che in quegli anni, che la Principessa scoprì la sua arte pittorica. Il suo vivere con passione la vita andava oltre le convenzioni sociali e di classe, che riteneva bigotte, ipocrite e che spesso tendevano a diventare invidia e malignità.

La sua bellezza calda e avvolgente colpì tutti, compreso il Maestro Giorgio De Chirico conosciuto a Roma nel suo studio, che le dichiarò un sentimento fatto di affinità elettive e di tenerezza, dove la passione fu sublimata dal reciproco amore per la pittura. In un memoriale Ketty ricorderà i viaggi a Roma dal Maestro, le loro passeggiate sul lungomare di Ostia, i pranzi in piccoli ristoranti sulla spiaggia, dove i loro sguardi erano emozioni ed energia che faceva vibrare il cuore di entrambi.

Era una relazione platonica tra un grande maestro e la sua allieva, sorprendente per chi aveva conosciuto il De Chirico ombroso, scorbutico e diffidente. Ma l’aura, il fascino, l’intelligenza di Ketty erano irresistibili e ben noti a Guttuso, che vedevo a casa dei principi quando andavo a giocare con la figlia.

Era sdraiato su qualche divano mentre Ketty colpiva la tela con colori densi, presa da frenesia pittorica, utilizzando le dita quasi volesse annullare se stessa.

Una carica di energia che fece dire al grande amico Guttuso, a proposito della “sua bella principessa” (come la chiamava): «Ho l’impressione di aver fatto una galoppata in mezzo ai tuoi quadri, disseminati dappertutto, sui muri, sui mobili, sulle sedie, nelle tante stanze della tua bella casa palermitana. Sono rimasto dal furore in cui ti sei buttata nell’avventura del dipingere».

Effettivamente la casa l’aveva trasformata in un atelier senza più stanze, mobili, ma con quadri e colori ovunque. Non era raro sedersi da qualche parte e colorarsi il vestito; persino Donatella non aveva più la sua stanza, tanto da avere difficoltà nel trovare i giochi.

Ma il suo essere unica sia come donna che come artista, una nobile a volte trasgressiva, quasi “fricchettona”, fu l’origine delle sue amicizie con intellettuali e artisti, parte integrante di quello “scossone” a una Palermo lenta ed a volte stantia impegnata a ricapitolare solo ed unicamente il passato, refrattaria ai cambiamenti sociali e culturali.

Da donna trasversale viveva e respirava l’aria nobiliare senza mai perdere la sua personalità dietro un blasone. Ketty (Giovanna Maria Balletti) era figlia dell’alta borghesia di Palermo, quella elegante, aveva vissuto all’età di dieci anni il terribile bombardamento del 1943.

Nel clima generale di terrore e dolore, al contrario delle sue coetanee, non dava spazio alla paura; appena possibile sfrecciava con la sua bicicletta rossa per le strade vicino la casa di via Petrarca.

La figlia Donatella racconta: «Si divertiva a fare le caricature delle sue compagne del «Maria Adelaide», le equazioni di matematica galleggiavano spesso su sfumature di blu e tra un verso e l’altro di una poesia si affacciavano i nasi e le bocche delle sue amiche. Ballerine matissiane danzavano tra le righe, così come altre figure femminili adagiate in riva a laghi immersi nel panorama campestre».

Erano i primi segni di quell’arte che sarebbe sbocciata anni dopo. Realista e schietta (la pittura non era il capriccio di una nobildonna annoiata), girerà il mondo con i suoi dipinti e i suoi quadri saranno presenti in diverse collezioni, mentre il suo nome figurerà nel prestigioso dizionario E. Bénézit. Un carattere indomito capace di vivere con dignità anche la malattia (in questi giorni ricorre l’anniversario della morte).

La Principessa Notarbartolo trattava tutti senza distinzioni di ruolo e di classe e il suo irrefrenabile ottimismo la rendeva amabile.

Anche il Maestro De Chirico ne fu rapito, al punto da confidare all’allieva la sua tecnica segreta per la preparazione della tela e che gli fece dire in uno dei loro ultimi incontri: «In questo momento tu ed io non abbiamo età. Tu sei più giovane di me, io al tramonto. Tu hai una bellissima famiglia, un marito che ami. Ma io sento che tra te e me corre armonia che non conosce tempo, la nostra mediterraneità, io m’illudo che tu potrai dare un po' di colore al mio mondo che si fa sempre più grigio… mio ultimo raggio di sole».
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