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A Messina è rimasto un solo maestro d'ascia di feluche: Mimmo Staiti e quel sogno nel cassetto

Ha completato da poco la riparazione di una feluca di 17 metri. La sua prima imbarcazione per la caccia al pesce spada è stata eretta 22 anni fa e si chiama "Victor"

Marcella Ruggeri
Giornalista e conduttrice Tg
  • 31 luglio 2021

Il maestro d'ascia Mimmo Staiti

Non appena pronunciamo il titolo di maestro d’ascia, questo rimbomba come una entità irraggiungibile che si ammanta di mistero: eppure la sua arte prodigiosa è talmente schietta e palpabile che la trovi a portata di mano perché solca il mare dello Stretto di Messina e non soltanto.

L'ultima figura professionale rimasta ad esprimere le altissime capacità artigiane di costruire e riparare feluche nella Porta della Sicilia è Domenico Staiti (per tutti Mimmo). Le feluche che rappresentano imbarcazioni tipicamente peloritane per la caccia al pesce spada non sono esattamente “un gioco da ragazzi” da realizzare e richiedono un’enorme pazienza e solerzia, oltre che una predisposizione verso il duro e certosino mestiere del falegname.

Prima di incontrarlo, ci aspettavamo di imbatterci in un uomo schivo con la barba lunga, che non volesse staccarsi neppure per un attimo dal suo cantiere e dedito esclusivamente ai suoi lavori. Ma Domenico Staiti non è un “highlander”, non è sopravvissuto a guerre, ma ad un’epidemia senz’altro (quella che tutti stiamo vivendo), combattendo il collasso socio - economico: è un uomo di 60 anni con un’abilitazione specifica, con una famiglia di pescatori e naviganti alle spalle, che sventola la bandiera della sua rarissima attività artigiana e non vuole interrompere il rito di issare questa bandiera ogni mattina. E ha tagliato anche la barba.



Nel suo cantiere di via Don Blasco a Messina, oltre a mettere in piedi, modificare e rendere funzionanti le feluche, Mimmo costruisce imbarcazioni da pesca, da diporto e barche passeggeri: l’ultima nave è stata da 35 metri per minicrociere, per esempio per le Isole Eolie. Ha completato da poco la riparazione di una feluca di 17 metri di un armatore calabrese che tiene ancora coperta nell’area cantiere, ha due mezzi da diporto ed uno da lago da concludere ed un luntro da ammodernare.

Il prossimo settembre, una nuova feluca dovrebbe entrare tra i suoi impegni. Nel frattempo, il nostro maestro d’ascia si è anche costruito una sua famiglia e resta fiero ed orgoglioso dei suoi due gemelli Danilo e Davide di 30 anni. La sua prima feluca è stata eretta 22 anni fa, apparteneva a Francesco Mancuso - suo cugino e si chiama “Victor”. La quarta due anni fa: “Nibbio”.

Ma a chi verranno tramandate la sua professionalità, la sua passione verso le barche e quella magia della manualità sul legno? Su questo interrogativo neppure Staiti sa dirimere i dubbi: «Voglio e non voglio che i miei figli imparino - ha precisato -. È vero che, con l'avvento della vetroresina, il nostro lavoro si sta perdendo. Ma non forzo il carattere di nessuno.

I gemelli devono prendere le loro strade. Danilo che sta frequentando la magistrale di Scienze Motorie mi ha aiutato durante il lockdown e ancora mi aiuta quando può. L’altro Davide fa il fisiatra a Messina e dintorni e non mi sento di distoglierlo dai suoi pazienti. In base alle commesse che ho, chiedo il supporto dei miei operai».

Mimmo ha respirato quest’arte sin da piccolo nel laboratorio del cugino materno Antonio Mancuso e già a nove anni si dilettava con lo scalpello e utensili per intaglio del legno. Si incastra dunque nella terza generazione di Maestri d'Ascia. Sua madre Paola Mancuso era figlia di Domenico Mancuso, armatore di tre feluche ormai dismesse che facevano parte dell'armamento dell'antica pesca in modo statico.

Questa tipo di procedura non era autonoma con il motore. Le feluche dell’epoca venivano spostate a remi di posta in posta dai luntri che poi venivano slegati e catturavano il pesce spada. Suo nonno paterno - Paolo Staiti, come il padre Santi era navigante di bastimenti a vela. «Ho appreso da lui l'arte del modellismo dei velieri che vendeva in tutta Italia – ha raccontato -.

Mi è rimasto un modellino di un bastimento. Non ho più il tempo di realizzare modellini. Però sono stato felice di esporli anche a Genova e poco prima che scoppiasse il Covid in Italia qui a Messina». In effetti, Mimmo è un artista autodidatta e spartano che dà sfogo al suo contatto viscerale con l’ambiente marinaro, spesso solo mentale e le sue divagazioni assumono anche le sembianze di volti, prima di essere artigiano.

Vorrebbe ritornare ad applicarsi sulle sue opere ricordando quella mostra “Sculture di mare”, andata bene a febbraio 2020, con un buon risconto di pubblico e allestita nella Stanza dello Scirocco (via del Vespro 108), con la presenza di due critici d’arte all’inaugurazione. La preoccupazione verso la scomparsa del tradizionale legno per le barche trasuda da queste parole: «Sono allergico alla vetroresina. Non mi è mai piaciuta, non ha vita. E ce ne sono in giro chili di ammassi».

Spesso, si trova a dover porre rimedio alle conseguenze disastrose della vetroresina. Staiti inizia questo mestiere facendo calchi per cantieri per tre quattro - commesse contemporaneamente al cantiere del villaggio Ganzirri, situato in via Marina dall'87. In via Don Blasco, arriva nel 2001. Si è imbarcato su una petroliera a 18 anni, direzione Isole Vergini ed Alaska a 54 gradi sotto zero. Il suo ricordo più bello: «Ho visto il sole a mezzanotte e mi resterà sempre impresso». Dopo tanti anni, ha lavorato anche sui traghetti di Ferrovie dello Stato come carpentiere: ogni circa tre mesi dal 99 al 2001.

A 23 anni, ha realizzato il suo primo modellino di feluca e ha fatto la prima barca di legno di sei metri con motore entro bordo. Da quel momento, l’ebrezza di costruire si è rivelata la sua ragione di vita. Mimmo ha restaurato, nel 2007, anche un luntro che è conservato al Parco “Horcynus Orca” a Torre Faro – Messina ed era estremamente deteriorato perché rivestito di quattro strati di vetroresina e datato intorno ai 60 anni.

«Nel rivestire l’imbarcazione non si era tenuto conto della necessità di praticare dei fori in prossimità della chiglia, i cosiddetti alleggi – ha relazionato Staiti -. La permanenza di acqua all’interno dello scafo ha accentuato l’invecchiamento dello stesso, solo in parte dovuto al trascorrere degli anni, provocando una notevole marcescenza e il diffondersi di una estesa fungosi». Il nostro protagonista ha sciorinato varie procedure in questa occasione, com’è nelle sue corde.

Per mantenere la forma originaria dello scafo nelle sue parti e poter rilevare con meticolosa attenzione i garbi di tutte le ordinate compromesse, tutte le sezioni sono state alternativamente puntellate con degli assi trasversali. Ad eseguire l’intero intervento di restauro nel capannone Staiti sono stati i maestri d’ascia Domenico Staiti e Giacomo Costa, con la collaborazione dell’architetto Maria Tavano.

Il suo sogno nel cassetto, da ragazzino che non usava i Lego ma i veri arnesi del mestiere, è di costruire una nave storica romana o del ‘400-‘500, del genere da guerra, di circa 27- 28 metri. Noi gli auguriamo non solo di potersi mettere all’opera ma di poter documentare con lui questa creazione una volta finita e di salire a bordo per un giro elettrizzante sullo Stretto e chissà dove altro.
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