A Palermo c'è "Una parte per me": il corto sulla vita dei giovani con sindrome di Down
Nasce dopo le esperienze che i ragazzi del convitto nazionale avevano già avuto negli scorsi anni girando un altro lavoro a Ustica. L'esperienza di 8 ragazzi
Martina Godoy, protagonista di "Una parte per me"
Il cinema racconta storie, e le storie possono aiutare a vedere il mondo da punti di vista che non sarebbero mai stati presi in considerazione perché troppo lontani dai vissuti personali degli spettatori. È il caso di “Una parte per me” – il cortometraggio realizzato al convitto nazionale “Giovanni Falcone” di Palermo, all’interno del progetto “I(n)mensamente”, finanziato con il filone “Cinema per la scuola” – e dei suoi protagonisti, i ragazzi con sindrome di Down che ogni giorno arrivano alla mensa del convitto per lavorare fianco a fianco con gli altri addetti alle cucine. «Anzi, in realtà – dice la professoressa Maria Natoli, responsabile scientifico del progetto – ormai in cucina dettano legge (ride, ndr)».
Ma partiamo dall’inizio. “Una parte per me” nasce dopo le esperienze che i ragazzi del convitto nazionale avevano già avuto negli scorsi anni girando un altro cortometraggio a Ustica. «Questo primo contatto con il cinema – racconta la professoressa Natoli – mi aveva aperto un mondo, mostrandomi come il linguaggio della macchina da presa possa stimolare molto i ragazzi.
Quest’anno, insieme alla rettrice Concetta Giannino, abbiamo deciso di raccontare le buone pratiche che partono dalla scuola e dalla nostra realtà quotidiana: subito dopo il periodo della pandemia abbiamo fatto una partnership con l’associazione “Famiglie persone down”, per avviare le persone con sindrome di Down al mondo lavorativo e far recuperare loro l’autonomia perduta durante gli anni del Covid. Con questo cortometraggio, che tramite la sua storia racconta proprio il punto di vista di una persona down, volevamo enfatizzare la normalità che rappresenta il vivere di persone che sono identificate spesso come diverse».
A seguire i ragazzi sul set sono stati il regista Gianni Cannizzo (già aiuto regia per “Ore diciotto in punto” di Giuseppe Gigliorosso e “La particella fantasma” di Giuseppe W. Lombardo, al lavoro con i location manager di “Fino alla fine” di Gabriele Muccino e “Francesca e Giovanni” di Simona Izzo e Ricky Tognazzi), che li ha diretti e li ha seguiti sino al risultato finale in una preparazione lunga e complessa, e l’insegnante di sceneggiatura, Francesco Romeo, insieme alla squadra di “Slinkset” di Daniele Occhipinti, partner nella scelta dei professionisti impiegati durante le riprese, e ai docenti dell’Accademia di belle arti, Marco Battaglia e Fabrizio Profeta, che hanno coinvolto dieci dei loro studenti o dottorandi come membri della troupe.
La protagonista del cortometraggio, invece, è Martina Godoy, una ragazza con sindrome di Down che ogni giorno collabora alla mensa del convitto, ma che da sempre ha nel cassetto il sogno di «diventare famosa», dice ridendo. «Ero un po’ nervosa durante le riprese, quando ho visto le telecamere. Però mi è piaciuto tanto girare, è un’esperienza che vorrei ripetere. Mi è piaciuto essere un’attrice, è un mio sogno nel cassetto da sempre perché mi piace molto il cinema, da quando ero piccola e guardavo “Il mondo di Patty” (ride, ndr.), guardo spesso film e serie televisive».
“Una parte per me” racconta di Elisa, interpretata da Martina Godoy, che per affrontare la vita di tutti i giorni preferisce indossare una maschera, fingere d’essere qualcun altro, travestendosi e dunque, in parte, nascondendosi. Cambia tutto quando viene chiamata a lavorare alla mensa del convitto, un posto in cui non potrà che fare i conti con sé stessa, priva di tutte le maschere che usava a casa… o forse no.
«Il tema di fondo è l’identità – dice il regista, Gianni Cannizzo – e Martina mi aveva colpito per la sua determinazione. È stata l’unica a voler essere scelta come attrice nonostante fosse un po’ nervosa e intimidita dalla macchina da presa. Aveva una gran voglia, avere una persona fortemente motivata era già un punto di partenza importante. Martina mi sembrava mi potesse garantire una giusta interpretazione, ha avuto una buona tenuta sul set e sono contento di questa scelta: i set mettono già in crisi i professionisti abituati a recitare, figuriamoci uno che non è abituato. Alla fine è stata lei a sopportarmi per tutto quel tempo (ride, ndr.). Tutti i ragazzi del gruppo hanno portato avanti una sfida e ce l’hanno fatta alla grande. Il lavoro delle famiglie al loro fianco è stato fondamentale, le loro famiglie sono sempre alla base dei loro percorsi».
Il cortometraggio è stato presentato nelle scorse settimane al convitto nazionale “Giovanni Falcone”. Per la professoressa Natoli, la sua storia di quotidianità è una «scommessa, che oggi possiamo ritenere vincente, sulla società futura, in cui il coinvolgimento delle persone down sia sentito come normalità, esattamente come succede con i nostri studenti».
«Non è stato facile portare a casa il risultato – dice Rosa Perrone, tutor dell’associazione “Famiglie persone down” di Palermo – ma è stata un’esperienza incredibile. I nostri otto ragazzi hanno fatto un lavoro di squadra difficilissimo, soprattutto perché la loro percezione dello spazio e del tempo è diversa. Hanno grandissime potenzialità e le hanno dimostrate tutte».
Ma partiamo dall’inizio. “Una parte per me” nasce dopo le esperienze che i ragazzi del convitto nazionale avevano già avuto negli scorsi anni girando un altro cortometraggio a Ustica. «Questo primo contatto con il cinema – racconta la professoressa Natoli – mi aveva aperto un mondo, mostrandomi come il linguaggio della macchina da presa possa stimolare molto i ragazzi.
Quest’anno, insieme alla rettrice Concetta Giannino, abbiamo deciso di raccontare le buone pratiche che partono dalla scuola e dalla nostra realtà quotidiana: subito dopo il periodo della pandemia abbiamo fatto una partnership con l’associazione “Famiglie persone down”, per avviare le persone con sindrome di Down al mondo lavorativo e far recuperare loro l’autonomia perduta durante gli anni del Covid. Con questo cortometraggio, che tramite la sua storia racconta proprio il punto di vista di una persona down, volevamo enfatizzare la normalità che rappresenta il vivere di persone che sono identificate spesso come diverse».
A seguire i ragazzi sul set sono stati il regista Gianni Cannizzo (già aiuto regia per “Ore diciotto in punto” di Giuseppe Gigliorosso e “La particella fantasma” di Giuseppe W. Lombardo, al lavoro con i location manager di “Fino alla fine” di Gabriele Muccino e “Francesca e Giovanni” di Simona Izzo e Ricky Tognazzi), che li ha diretti e li ha seguiti sino al risultato finale in una preparazione lunga e complessa, e l’insegnante di sceneggiatura, Francesco Romeo, insieme alla squadra di “Slinkset” di Daniele Occhipinti, partner nella scelta dei professionisti impiegati durante le riprese, e ai docenti dell’Accademia di belle arti, Marco Battaglia e Fabrizio Profeta, che hanno coinvolto dieci dei loro studenti o dottorandi come membri della troupe.
La protagonista del cortometraggio, invece, è Martina Godoy, una ragazza con sindrome di Down che ogni giorno collabora alla mensa del convitto, ma che da sempre ha nel cassetto il sogno di «diventare famosa», dice ridendo. «Ero un po’ nervosa durante le riprese, quando ho visto le telecamere. Però mi è piaciuto tanto girare, è un’esperienza che vorrei ripetere. Mi è piaciuto essere un’attrice, è un mio sogno nel cassetto da sempre perché mi piace molto il cinema, da quando ero piccola e guardavo “Il mondo di Patty” (ride, ndr.), guardo spesso film e serie televisive».
“Una parte per me” racconta di Elisa, interpretata da Martina Godoy, che per affrontare la vita di tutti i giorni preferisce indossare una maschera, fingere d’essere qualcun altro, travestendosi e dunque, in parte, nascondendosi. Cambia tutto quando viene chiamata a lavorare alla mensa del convitto, un posto in cui non potrà che fare i conti con sé stessa, priva di tutte le maschere che usava a casa… o forse no.
«Il tema di fondo è l’identità – dice il regista, Gianni Cannizzo – e Martina mi aveva colpito per la sua determinazione. È stata l’unica a voler essere scelta come attrice nonostante fosse un po’ nervosa e intimidita dalla macchina da presa. Aveva una gran voglia, avere una persona fortemente motivata era già un punto di partenza importante. Martina mi sembrava mi potesse garantire una giusta interpretazione, ha avuto una buona tenuta sul set e sono contento di questa scelta: i set mettono già in crisi i professionisti abituati a recitare, figuriamoci uno che non è abituato. Alla fine è stata lei a sopportarmi per tutto quel tempo (ride, ndr.). Tutti i ragazzi del gruppo hanno portato avanti una sfida e ce l’hanno fatta alla grande. Il lavoro delle famiglie al loro fianco è stato fondamentale, le loro famiglie sono sempre alla base dei loro percorsi».
Il cortometraggio è stato presentato nelle scorse settimane al convitto nazionale “Giovanni Falcone”. Per la professoressa Natoli, la sua storia di quotidianità è una «scommessa, che oggi possiamo ritenere vincente, sulla società futura, in cui il coinvolgimento delle persone down sia sentito come normalità, esattamente come succede con i nostri studenti».
«Non è stato facile portare a casa il risultato – dice Rosa Perrone, tutor dell’associazione “Famiglie persone down” di Palermo – ma è stata un’esperienza incredibile. I nostri otto ragazzi hanno fatto un lavoro di squadra difficilissimo, soprattutto perché la loro percezione dello spazio e del tempo è diversa. Hanno grandissime potenzialità e le hanno dimostrate tutte».
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