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Amarsi, sessant'anni fa a Petralia Soprana: storia di Piera e del suo amore breve ma eterno

Com’era essere innamorati allora? Come avveniva il fidanzamento? E il matrimonio? Questo è il racconto carico di emozione della Signora Piera, 89 anni portati splendidamente

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 9 febbraio 2022

Il matrimonio della signora Piera nel 1957

È una meravigliosa mattinata estiva, il sole è caldo e illumina l’aria senza ancora riscaldarla con il calore della sua luce abbagliante tipica della stagione, gli invitati sono composti nei loro abiti sobri aspettando ai piedi della scalinata della Chiesa gli sposi che da un momento all’altro arriveranno per coronare il sogno d’amore che accarezzano da tempo come tante altri ragazzi della loro età, 25 anni lei, 29 anni lui.

Raccontato così nulla di diverso da qualsiasi altro momento che precede un evento nuziale, se non fosse che siamo nel secolo scorso, come dire un’altra epoca, nonostante di questo secolo siano passati appena 22 anni. È il 12 giugno del 1957 nel piccolo borgo di Petralia Soprana davanti alla Chiesa di Loreto, gioiello del barocco le cui torri campanarie con le guglie maiolicate sono uno degli sfondi più famosi delle Madonie.

Ed eccola finalmente arrivare, la sposa scende dall’automobile al braccio del padre fiero nel suo abito scuro, esile ed elegante con il viso in trasparenza sotto il velo che cela tutta la sua emozione, fasciata nella seta e nel merletto del vestito perfettamente confezionato dalla bravissima sarta che da Palermo era sfollata qui durante la seconda guerra mondiale e rimasta per sempre, piuttosto, che tornare in una città sventrata dai bombardamenti con le ferite aperte e un futuro incerto. Rosario lo sposo, era entrato appena un attimo prima.



Lei è la Signora Piera, 89 anni portati splendidamente, e questo è il racconto dei suoi ricordi raccolti dal fondo di quella memoria che abita nel cuore, parlando con gli occhi brillanti, lucidi per l’emozione che le si palesa in viso ripercorrendo la sua storia d’amore.

Mi ospita in casa davanti ad un caffè fumante in una giornata d’inverno fredda come la neve che c’è intorno ma soleggiata, insieme alla figlia che le siede accanto e l’aiuta a mettere insieme la cronologia dei fatti. Parla di un tempo nel quale l’amore era un batticuore che doveva durare tutta la vita e anche oltre, così come è accaduto a lei, vedova dopo appena quindici anni di matrimonio e rimasta devota per sempre all’unico uomo che ha amato, godendo della felicità di quei pochi anni durante i quali il tempo le ha concesso di mettere al mondo due figli.

Quando le chiedo com’era essere innamorati allora, mi risponde con una semplicità disarmante: «era bello però era diverso da adesso, noi avevamo un altro tipo di idea dell’amore che non significava solo un sentimento ma era per costruire, non solo passione o desiderio, avevamo chiaro che amarsi era un impegno, il coronamento di un progetto che nasceva nel cuore ma diventava subito concreto, avevamo un fine, un obiettivo come si dice ora, che non cambiava nel tempo».

Partiamo da quel fidanzamento che era il prologo degli eventi che conducevano gli innamorati per più di qualche anno, tredici i suoi per l’esattezza, prima di arrivare al fatidico “si!”

Come spesso accadeva l’innamorato era già amico o conoscente di qualche parente, in questo caso del fratello di Piera con il quale studiavano insieme e del quale lei aspettava l’arrivo vedendolo passare dal balcone davanti al quale ricamava parte di quel corredo che avrebbe poi portato in dote.

Andando ad aprire la porta di casa c’erano i primi sguardi, il rossore della timidezza ma anche i sorrisi che esplicitavano la nascita di quel sentimento giovane e rampante che non poteva essere manifestato apertamente, ma egualmente cresciuto tra i pensieri di entrambi.

L’attesa poteva dirsi conclusa solo quando il fidanzato - comunque già approvato in via ufficiosa – aveva consolidato la sua posizione economica, quindi il giusto requisito per chiedere la mano dell’innamorata, e tra dolci e confetti rigorosamente nel tradizionale colore verde, le due famiglie sigillavano il legame e l’amicizia si trasformava in parentela: Rosario era diventato maestro alla scuola elementare e avrebbe raccolto abbastanza per pagare il matrimonio e formare la famiglia.

Quel giorno portò in dono l’anello con il brillante comprato appositamente a Palermo, così come in seguito dalla grande città capitale della Sicilia arrivarono i tessuti scelti da Piera per l’abito insieme all’intero guardaroba per il viaggio di nozze, scarpe e accessori compresi, i dolci per il tabarè del ricevimento nuziale che si tenne nella sala attigua alla chiesa – niente trattenimento fiume, catering con traboccanti buffet e corner a tema – con passaggi di coloratissimi vassoi di gustosi pasticcini acquistati nelle migliori pasticcerie cittadine, accompagnati da bottiglie di spumante per i brindisi augurali.

Niente lista di nozze, una cosa impensabile per i regali ovviamente tutti spontanei e che provvedevano a formare sia il decoro della casa che i servizi che sarebbero serviti agli sposi per il quotidiano come per le occasioni. E i confetti!? Certo che non potevano mancare ma a confezionarli erano le ragazze e le donne di famiglia, un momento di vera festosità e di allegria che circondava la futura sposa, tutte intorno ad un tavolo coperto da una tovaglia sopra la quale venivano disposti i veli e i nastri, i fiori e i cartoncini con i quali si componevano i delicati e romantici sacchettini che sarebbero andati agli invitati.

Finita la cerimonia e la festa Piera e Rosario partirono nel primo pomeriggio vestiti eleganti negli abiti da viaggio: tailleur di lino per lei con zeppe colorate, completo giacca e pantalone per lui, salirono in auto accompagnati dal fratello fautore di quell’unione per arrivare alla stazione ferroviaria di Cefalù.

Da li partiva il primo dei treni al quale ne seguirono altri, legati insieme da un unico biglietto detto all’epoca “circolare”, che oggi forse chiameremmo “voucher”, con il quale si visitavano le città d’arte più importanti d’Italia, quelle tappe che rappresentavano il nostro bel paese, ben presenti e desiderate nei sogni romantici di ogni coppia, al contrario di oggi dove le mete all’atro capo del mondo sembrano essere le uniche possibili per il viaggio dell’amore.

Napoli, Roma, Bologna, Firenze, Genova e ritorno casa per iniziare un altro percorso più lungo: un viaggio che durava tutta una vita.
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