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"Ammucciareddu" e la trottola: i bimbi del dopoguerra aguzzavano l'ingegno (ed erano felici)

Nonno Pippo, nato proprio subito dopo la Seconda Guerra Mondiale in un paesino di montagna dell’entroterra siciliano, lo ricorda bene. Non aveva molto, ma si industriava

Claudia Rizzo
TV producer
  • 29 gennaio 2021

Se un bambino di oggi tornasse indietro nel tempo probabilmente rimarrebbe scioccato dai giochi utilizzati dai suoi coetanei del passato. Abituato a stanze stracolme di giocattoli di ogni genere e materiale, a videogiochi sempre più immersivi e alla noia che (incredibile, ma vero!) a volte prende il sopravvento, si troverebbe spiazzato.

Chissà, forse per una volta non direbbe più “mi annoio” ma si divertirebbe a inventare e immaginare senza il supporto di alcuna tecnologia. E lo farebbe socializzando, scherzando e, perché no, anche litigando con altri bambini.

C’era un tempo, infatti, in cui ci si intratteneva con poco perché quel poco bastava. Un tempo in cui si accendeva la fantasia e si recuperavano gli oggetti più disparati per creare i giochi con cui trascorrere le giornate perché, in fondo, anche quello era un gioco.

Nonno Pippo, nato proprio subito dopo la Seconda Guerra Mondiale in un paesino di montagna dell’entroterra siciliano, lo ricorda bene. Non aveva molto, ma si industriava. E lo faceva con quello che trovava: rubacchiando i bottoni di nascosto alla mamma sarta, per poi usarli come monete in alcuni giochi inventati, oppure raccogliendo rametti qui e lì per costruire la mitica fionda.



«Una volta andai da mio zio Giovannino, che faceva il gommista, e gli chiesi una camera d’aria che non utilizzava più. Presi le forbici e la tagliai in piccole strisce. Creai la mia “freccia”, così chiamavamo la fionda, e vendetti le altre strisce ai bambini del paese per poter comprare un gelato», racconta ricordando la sua infanzia difficile ma comunque felice.

Un’infanzia passata all’aria aperta, per strada, quando ancora le automobili e il caos non avevano invaso lo spazio vitale dei più piccoli. Ci si rincorreva tranquilli giocando ad acchiapparello o si sceglieva il muro giusto per far rimbalzare le monete e giocare ad “Accustari” (meglio conosciuto come “Battimuro”).

Tanti i giochi che riempivano i pomeriggi. Da “Ammucciarieddu” (come si chiamava un tempo “Nascondino”) si passava ad “Acchiana u’ patri cu tutti i so’ figghi” e la noia non era neanche contemplata: «Divisi in due gruppi, un bambino si poggiava al muro e dietro di lui gli altri compagni.

I bambini dell’altra squadra cominciavano a saltare sulle loro spalle. La cosa bella era che il primo, prendendo la rincorsa, doveva urlare “Acchiana ‘u patri cu tutti ì so’ figghi” mentre gli altri rispondevano con “U figghiu!” ». Nel frattempo, le bambine saltavano la corda o giocavano a “Piruzzu”: recuperavano un gessetto, disegnavano una griglia di dieci caselle sulla strada e saltavano con un piede o due di casella in casella per raccogliere una pietra.

«A volte mi ritrovavo con mia sorella Angela sul gradino della porta di casa» - continua nonno Pippo - «prendevamo un foglio di carta e una pietra e facevamo finta che quello fosse un negozio di frutta e verdura, scambiandoci il ruolo di commerciante e cliente». Già, perché giocare era fantasia, immaginazione ma anche imitazione di un mondo, quello dei grandi, che affascinava e creava immedesimazione.

La regina dei giochi, però, era probabilmente uno degli oggetti più famosi al mondo: la “strummula” (la trottola). Ce n’erano di diversi tipi, ma se non la si poteva comprare non ci si disperava. Anche in questo caso si aguzzava l’ingegno, si andava in giro per il paese, si recuperavano un pezzetto di legno, del ferro e una cordicella e la si costruiva artigianalmente.

Un’epoca completamente diversa, in cui la guerra appena finita aveva lasciato la sua impronta: «Siamo cresciuti con genitori che l’avevano vissuta e che, senza tanti giri di parole, ci insegnavano il valore delle cose e dei sacrifici fatti per ottenerle.

Perciò eravamo costretti a usare l’intelligenza e la fantasia per creare i nostri svaghi». Svaghi che «permettevano di non essere passivi» e di non vivere in solitudine. Oggi, soprattutto nelle grandi città, non si sentono più le voci dei bambini che, felici, si rincorrono o che contano fino a dieci.

Il traffico e i clacson hanno preso il posto di quel vociare e nessuno se n’è accorto. Potessimo tornare indietro nel tempo, chissà se ci renderemmo conto di quanto sarebbe bello tornare a sentirlo.
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