LE STORIE DI IERI

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Qualcuno volò nel cielo del Viceré

  • 10 ottobre 2005

Delle più straordinarie macchine volanti legate al nome del signore di Montgolfier anche a Palermo si era parlato a lungo nella prima metà del 1790. Specialmente nei salotti degli intellettuali ricchi che possedevano quei rudimenti che in città avevano permesso il breve volo di pallonetti pieni d’aria surriscaldata. Come la "mongolfiera" in miniatura che si era alzata dall’astraco di palazzo Pietraperzia. Avvenimento per niente da paragonare a quello che sui tetti della città vicereale del principe di Caramanico avrebbe avuto come protagonista un capitano dell’esercito napoletano. Tale Vincenzo Lunardi che al mestiere delle armi aveva preferito quello del trasvolatore a pagamento e che da tempo si librava nel cielo delle maggiori città europee a bordo d’una attrezzata navicella sorretta da un pallone mostruoso. Fatto di seta e di non meglio identificabile "vernice elastica", dalla circonferenza di ben 102 piedi e dal diametro di 22, tale e quale quello che sul prato della Villa Filippina aveva cominciato a gonfiarsi all’alba del 31 luglio del 1790. Da settimane qui non si parlava d’altro. E chi sapeva leggere aveva anche appreso che l’aria calda per gonfiare l’aerostato si sarebbe ottenuta facendo reagire la limatura di ferro col vetriolo e che il volo di Lunardi si sarebbe concluso nientemeno che sull’isola di Ustica. Ovvio quindi che una folla assetata d’emozioni - per una volta non connesse a un autodafè dell’abolita Inquisizione - si fosse radunata di prima mattina sul piano polveroso di Sant’Oliva.Trattenuta a stento, davanti al cancello della sontuosa dimora di frati, dal servizio d’ordine rinforzato dai temibili soldati della guardia del Viceré anch’egli felicemente presente.

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Accadde così che un’ora dopo mezzogiorno Lunardi salutò gli spettatori sventolando la feluca e prese a sorvolare il fitto reticolo di strade della città, salutato anche dai frati e dalle suore che affollavano i terrazzi di conventi e badie. Lunardi viaggiò verso Monreale per una ventina di minuti. E fu grande la sua meraviglia quando scorse quasi tutto il territorio dell’Isola. Compresa l’Etna che descrisse come un "gran cono dalla cui cima si levava una bianchissima colonna d’aria che terminava con un gran fungo, tanto oltre gli abitati di Coniglione (l’attuale Corleone ndr) e d’Agrigento". Naturalmente le rozze previsioni meteorologiche non avevano avvertito quel temerario che il vento sarebbe girato a scirocco, portandolo sul mare, lontano dalle galere ancorate in rada. Fu allora che la mongolfiera cominciò a perdere quota. Tanto che Lunardi dovette buttare la zavorra contenuta nella navicella.Un rimedio peggiore del male visto che il termometro di bordo prese a scendere pericolosamente mentre la macchina riguadagnava in salita. Al punto che al pilota si gelarono naso e orecchie quando giunse oltre i mille metri. Mentre a poco gli valsero le molte boccate dal fiasco di buon vino che la principessa di Ganci gli aveva offerto prima del decollo. Successe così che il volo Palermo-Ustica, anticipando assai più tragici eventi, s’interruppe a una decina di miglia dall’isoletta, dato che Lunardi per non morire congelato dovette fare uscire molta dell’aria calda contenuta nel pallone. Che poco dopo si posò semisgonfio sul mare agitato dallo scirocco. Inopportuno e tuttavia utile a far conquistare un nuovo record al capitano coraggioso. Perché quanto restava della mongolfiera ammarata poté far da vela al vento, trainando verso la costa due barche da pesca in difficoltà. Per venti chilometri e alla velocità media di sedici miglia all’ora, come Lunardi lasciò scritto. Nel complesso un avvenimento ingiustamente dimenticato perché meritò comunque il trionfo che per volere del Vicerè la sera di quel 31 luglio tributò al "trasvolatore" il popolo palermitano.

Al Teatro del Sole, fra gli stessi Quattro Canti che almeno per una volta furono proprio la ribalta d’una inedita cerimonia di gioia collettiva. E dove, nel 1633, più alta del consueto sollevarono la forca per un’assai diversa protagonista delle nostre cronache. Teofania d’Adamo, intossicatrice impenitente che s’intestò il potente veleno del quale nel 1795 sarebbe morto, quasi certamente, un non più entusiasta don Francesco d’Aquino, principe di Caramanico e Viceré di Sicilia.

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