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Borghi rurali perduti nella campagna siciliana: meraviglia autentica di un tempo

Sono circa 80, i borghi, villaggi rurali, case cantoniere e piccoli raggruppamenti di case coloniche previsti dai vari piani per lo sviluppo del sistema agricolo siciliano

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 19 giugno 2019

Borgo rurale siciliano, foto di Vincenzo Antonino

Ne sono stati censiti circa 80, realizzati tra gli anni ’20 e gli anni ’60 del Novecento, e sono disseminati nell’immensa campagna siciliana. Si tratta di borghi, villaggi rurali, case cantoniere e piccoli raggruppamenti di case coloniche previsti dai vari piani per lo sviluppo del sistema agricolo siciliano che si sono succeduti dall’inizio del secolo scorso. Questo patrimonio, oggi di proprietà dei Comuni che ne hanno chiesto la gestione oppure dell’Ente Sviluppo Agricolo, sono per la maggior parte abbandonati o fatiscenti, insomma dei veri e propri borghi fantasma. La loro condizione offre uno spunto di riflessione interessante per un recupero intelligente, non soltanto in termini di ripristino delle singole unità abitative, ma nell’ottica di un rilancio dell’intero patrimonio, immaginando un percorso turistico che unisca tutte le strutture esistenti.

Del resto i borghi rurali siciliani, o almeno quel che ne resta, sono testimoni non solo della storia della nostra Regione ma anche di un frammento della storia d’Italia che affonda le proprie radici nei primi anni ’20 del Novecento. Con la conquista del potere da parte dei fascisti, negli anni Venti, iniziò una serrata pianificazione del territorio agricolo che prevedeva, oltre alle bonifiche delle zone paludose, un piano di interventi coordinato che riguardasse il settore idrico, energetico e infrastrutturale, nell’ottica di favorire lo sfruttamento agricolo di ampie zone d’Italia come chiarito nel “primo decreto reale in materia di bonifiche” pubblicato il 30 dicembre 1923.

Il governo iniziò così un’intensa attività di fondazione di nuovi insediamenti rurali con cui si voleva da un lato colonizzare letteralmente le campagne e dall’altro “stabilizzare” la struttura sociale, attraverso un maggiore controllo legato alla dispersione di piccoli gruppi di persone e grazie anche alle rinnovate possibilità occupazionali. Questi insediamenti non erano comunque assimilabili né per dimensione né per urbanistica ad un centro urbano vero e proprio, erano piuttosto dei piccoli gruppetti di case (talvolta dotati di servizi), immersi direttamente nei terreni agricoli destinati alle famiglie coloniche.

Nel 1924 Mussolini giunse così in Sicilia per la posa della prima pietra di uno dei primi di questi insediamenti, dall’evocativo nome di Mussolinia: borgo che sarebbe dovuto nascere nel ragusano e che rimase praticamente su carta (o su pietra). A seguito della promulgazione del decreto sulla bonifica, nel 1925, in Sicilia venne fondato l’Istituto Vittorio Emanuele III con il compito di “promuovere, assistere ed integrare in Sicilia, ai fini del bonificamento, con particolare riguardo alle trasformazioni fondiarie, l’attività di privati, singoli e associati, condizionandola con quella dello stato”.

In questi anni vennero già realizzati alcuni insediamenti: nel 1925 Borgo Littorio tra Campofelice di Fitalia e Corleone (provincia di Palermo), nel 1926 Libertinia vicino Ramacca (provincia di Catania), nel 1927 Sferro nei pressi di Paternò (provincia di Catania), Borgo Recalmigi a Castronovo di Sicilia (provincia di Palermo), Borgo Bardara presso Lentini (provincia di Siracusa) e Borgo Santa Rita (provincia di Caltanissetta), nel 1928 Borgo Filaga vicino Prizzi (provincia di Palermo). Bisogna però aspettare la fine degli anni Trenta per assistere all’inizio della “conquista” di Mussolini delle campagne siciliane. È del 1937 infatti la pubblicazione di un compendio da parte dell’Istituto Vittorio Emanuele III sulle tipologie e caratteristiche dei borghi rurali da costruire in Sicilia negli anni a venire.

Il sistema prevedeva una serie di case coloniche in cui insediare l’agricoltore con la sua famiglia, ed una serie di centri rurali pensati
esclusivamente come incubatori di servizi. Erano previsti centri di tre tipologie: un centro di tipo “minimo”, costituito da 6 edifici, una cappella per le funzioni religiose, la scuola con alloggio per l’insegnate, la sezione dell’Opera Nazionale Dopolavoro, un’osteria, una bottega, una postazione telefonica, la stazione dei Carabinieri Reali, un dispensario medico, un armadio farmaceutico ed una cabina elettrica, tutto attorno ad una piccola piazza centrale.

Un centro di tipo “medio”, costituito da otto fabbricati, e che vede in aggiunta agli edifici della tipologia di rango inferiore la casa per il parroco, la sede del partito nazionale fascista, un ufficio del Consorzio, la bottega per un artigiano (con alloggio) e la scuola con alloggio per maestro; infine un centro di tipo “grande”, un complesso di edifici scisso in due nuclei distinti, da una parte la chiesa (con alloggio per il parroco), la scuola, la collettoria postale, la stazione dei Carabinieri Reali, gli uffici e la sede del partito, e da un’altra forno, rivendita tabacchi, generi alimentari, osteria con stallaggio, le case degli artigiani, l’officina del fabbro, l’autorimessa, un molino, la cabina elettrica ed i magazzini consorziali. Ma è nel 1939 che iniziò il vero e proprio assalto al latifondo con la legge, poi pubblicata nel 1940, sulla “Colonizzazione del latifondo siciliano”.

Il regime puntava allo smantellamento totale del sistema del latifondo, cercando di stravolgere l’organizzazione sociale e lavorativa degli agricoltori. Venne fondato così l’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano (E.C.L.S.) che prese il posto del vecchio Istituto Vittorio Emanuele III, e vennero realizzate 2.507 case coloniche ed i primi borghi rurali, ognuno dei quali ospitava circa 1.500 persone: otto borghi, uno in ciascuna provincia siciliana ad eccezione della provincia di Ragusa.

I progetti degli otto borghi vennero affidati ad architetti siciliani e le strutture presero il nome di “martiri” fascisti: nacquero cosi tra il 1939 ed il 1940 borgo Amerigo Fazio nei pressi di Salemi (provincia di Trapani), borgo Angelo Rizza tra Lentini e Sortino (provincia di Siracusa), borgo Calogero Gattuso presso Caltanissetta, borgo Cascino ad Enna, borgo Salvatore Giuliano a breve distanza da Cesarò (provincia di Messina), borgo Pietro Lupo tra Palagonia e Ramacca (provincia di Catania), borgo Antonio Bonsignore a Ribera (provincia di Agrigento) e borgo Giacomo Schirò tra Monreale e Corleone (provincia di Palermo).

La grave situazione economica di quegli anni, aggravata poi dall’incedere della Seconda Guerra Mondiale, rallentò enormemente i progetti di completamento della rete di borghi rurali: soltanto altri sette furono infatti completati nei tre anni successivi, tra questi Borgo Borzellino (provincia di Palermo, in realtà fu completato definitivamente nel 1955), Borgo Bassi (provincia di Trapani), Borgo Callea (provincia di Caltanissetta), Borgo Caracciolo (provincia di Messina). Alla fine della guerra, precisamente il 21 novembre 1950, venne approvata la legge di riforma agricola in Sicilia con cui l’ormai ex E.C.L.S. si trasformò in Ente per la Riforma Agraria Siciliana (E.R.A.S.).

Vennero inoltre rispolverati i vecchi piani di riordino territoriale che la guerra aveva interrotto, dunque l’eventuale piano di ammodernamento del sistema agricolo rimase pressoché invariato, prevedendo la creazione di case isolate, sparse in corrispondenza di poderi, mentre i servizi sempre aggregati in borghi rurali divisi per tipologia (proprio come durante il fascismo). 35 i borghi progettati, che dovevano mantenere persino uno stile piuttosto “razionalista”, tanto che oggi, senza informazioni dettagliate, sarebbe quasi impossibile distinguerne il periodo di appartenenza.

Non tutti i borghi previsti furono però realizzati, alcuni rimasero incompiuti, altri abbandonati, uno degli ultimi fu il Borgo Baccarato, nei pressi di Aidone, completato nel 1958. Oggi quasi tutti i borghi rurali sono abbandonati e lasciati alla mercé delle intemperie. Uno degli ultimi ad essere abitato è stato Borgo Schirò, a 10 km da Corleone, dove il parroco ha continuato a servire messa fino agli anni duemila, ma ha poi dovuto abbandonare il sito a causa dei ripetuti furti ed atti vandalici perpetrati da ignoti.

Che fare dunque di questo patrimonio? Attraverso un accordo di programma sottoscritto dal compianto Assessore Regionale ai Beni Culturali Sebastiano Tusa, dai sindaci di Ramacca e Mineo e dall’Ente Sviluppo Agricolo, la Regione Siciliana ha intrapreso un programma di recupero che ha visto la predisposizione di interventi di riqualificazione e recupero per Libertinia e Borgo Lupo, entrambi nel catanese. L’accordo fa parte di un ben più ampio piano di riqualificazione in cui sono inseriti altri dodici borghi rurali sparsi sul territorio siciliano.

La speranza è che le nostre amministrazioni si impegnino a seguire il solco tracciato dall’Assessore Tusa: i borghi rurali siciliani dovrebbero essere inquadrati in un rilancio complessivo delle strutture che, così dislocate nel territorio, permettono la creazione di un vero e proprio itinerario innovativo della Sicilia meno conosciuta e probabilmente, anche per questo, più autentica.

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