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Buona la prima: tra costumi, romanticherie e curiosità ecco che pensiamo de "I Puritani"

"I puritani e i cavalieri", più noto come "I puritani", di Vincenzo Bellini su libretto di Carlo Pepoli è di scena al Teatro Massimo di Palermo fino a giovedì 19 aprile

Giovanni Fasola
Ingegnere e melomane
  • 14 aprile 2018

La foresta di spade, scenografia de "I Puritani"

«Il libro è d’un genere appassionato, come ti dissi, non è tragico, non ha passione di coturno; ma è tenero, passionato, e la musica credo che l’ho indovinata». Così scriveva Vincenzo Bellini a proposito de "I Puritani" al suo amico Francesco Florimo il 30 novembre del 1834.

Dopo l’ascolto possiamo dirlo: lui, la musica, l’ha indovinata davvero. Le parole sono affidate invece al libretto di Carlo Pepoli, un amico di Giacomo Leopardi, che è qui al suo esordio come librettista d’opera. La partitura originale è conservata a Palermo ed era esposta nel foyer, proprio accanto al busto del compositore.

Quella andata in scena al teatro Massimo è un’opera romantica, l’ultima composta dall’autore prima della sua morte nel 1835. Divisa in tre atti narra le vicende amorose di Elvira e di Arturo, vicende ambientate a Plymouth durante la guerra civile inglese di metà Seicento tra i Puritani guidati da Cromwell e gli Stuart dopo la decapitazione di Re Carlo.

La regia, le scene e i costumi sono di Pierluigi Pier’Alli, in particolare la regia ripresa da Alberto Cavallotti è di impostazione classica e prevede sacrali geometrie, perfette simmetrie.

Il coro è distribuito sul palco come se fosse un ulteriore elemento scenico teso ad inquadrare i protagonisti al centro, l’effetto è esteticamente gradevole anche se a volte il tutto risulta un po’ statico e privo di naturalezza.

Le scene sono evocative, con pochi elementi si riesce a ricreare l’atmosfera desiderata, un minimalismo intelligente: le ragioni economiche che probabilmente lo hanno dettato non traspaiono affatto.

Di particolare effetto il bosco di spade (nella foto), esaltato dalle luci di Bruno Ciulli, spade piantate sul palco come fosse il petto di Elvira che, solo alla fine del terzo atto, vengono sfilate lasciando spazio ad un fondale dove i raggi del sole squarciano le nuvole. I costumi sono funzionali al resto, non erano brutti ma non li ricorderemo.

Jader Bignamini dirige eccellentemente l’orchestra che lavora sempre in sintonia col coro e coi cantanti. Nella rappresentazione di ieri sera il soprano palermitano Laura Giordano ha interpretato il ruolo di Elvira e lo ha fatto egregiamente: una voce armoniosa, sempre misurata, sempre piacevole, un bello stile nel canto ed una gradevolissima presenza scenica.

Al suo fianco il tenore spagnolo Celso Albelo nei panni di Arturo Talbo, dotato di una voce potente, a tratti mosso dal desiderio di farci sapere fin dove questa sua voce può spingersi e arrivare dimenticando di legare bene gli acuti al resto.

A completare il terzetto un ottimo baritono, il coreano Julian Kim, nel ruolo di Riccardo, dalla voce calda e dal bel fraseggio. Applauditissimi gli ultimi due dopo il duetto che costituisce il finale del secondo atto, svariate le richieste di bis.

Bravi anche gli altri: i bassi Roberto Lorenzi e Nicola Ulivieri che interpretano rispettivamente Gualtiero e Giorgio Walton, il tenore Antonello Ceron nei panni di Bruno e il mezzosoprano Anna Pennisi nel ruolo di Enrichetta. Alla fine dello spettacolo calorosi applausi da parte del pubblico per tutti i protagonisti.

Una curiosità per gli appassionati di cinema: il brano "A te, o cara" tratto da quest’opera accompagna il ritorno trionfale ad Iquitos di Fitzcarraldo nell’omonimo film di Werner Herzog del 1982, il regista ritenne questa musica così bella da piazzare cantanti, coro e orchestra su un battello per realizzare la scena finale del film.

Nelle prossime rappresentazioni Elvira sarà interpretata da due soprani strepitosi: la spagnola Ruth Iniesta e l’inglese Jessica Pratt, non perdeteveli.

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