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Catania si immerge nell’atmosfera di un thriller: c'è "Ape regina" di Alberto De Luca

Un tentativo di sottrarre la Sicilia al rumore delle rappresentazioni già viste, per restituirle inquietudine, ambiguità, desiderio, contemporaneità. L'intervista

Federica Dolce
Giornalista, avvocato e scrittrice
  • 16 maggio 2026

Il regista Alberto De Luca

Prima ancora che una storia prenda forma, esistono città che sembrano già sapere come muoversi dentro un racconto. Non fanno da sfondo: insinuano ritmo, temperatura, tensione. Diventano esse stesse personaggi, reali e vivi. È da questa materia viva che prende corpo a Catania "Ape Regina", un thriller italiano, diretto dal regista Alberto De Luca, prodotto da Moviestart Production di Roberto Siepi in coproduzione con Movie Cinema Italia srl e Emerald Horizon Films GmbH.

I primi di giugno inizierà le riprese, interamente a Catania dopo una partecipatissima fase di casting. Oltre ottocento persone si sono presentate alle selezioni all’Accademia “Ardizzone Gioeni”, segno di un territorio che non si limita più a offrire location, ma reclama storie e possibilità. Nel cast le attrici Lucia Sardo, Clio Buren e Viktorie Ignoto, su sceneggiatura firmata da Alessia Vegro, che costruisce una crime story al femminile dove potere, famiglia e vendetta si intrecciano senza scorciatoie morali.

A partire proprio da Catania, il regista Alberto De Luca ha chiarito subito il cuore della sua intenzione: non una Sicilia-cartolina, ma un organismo vivo. Alla domanda sul ruolo della città nel film, risponde: «Da catanese sento una responsabilità enorme. Questa non è una semplice gangster story: è una linea sottilissima tra il rischio di cadere nello stereotipo e la necessità di restituire una città vera. Io voglio raccontare la Catania che i catanesi conoscono, nel bene e nel male. Ma preferisco che emerga il bene, perché il male è già stato raccontato troppe volte. Questa storia potrebbe essere ambientata ovunque nel mondo, ma qui trova il suo respiro. E la cosa più difficile è proprio non trasformare tutto nella solita cartolina della criminalità siciliana».

Il cinema siciliano, negli ultimi anni, sta cambiando pelle. Meno folklore, più ambiguità contemporanee. Ma questo cambiamento è reale o solo apparente? De Luca si muove con equilibrio: «Sì e no. Sì, perché vedo produzioni locali interessanti che raccontano una città urbana, viva, moderna. No, perché a volte torna ancora la cartolina, anche se fatta benissimo dal punto di vista tecnico. Il problema non è la forma, ma la ripetizione delle storie. La nuova generazione ha però un vantaggio enorme: tecnologia accessibile, informazioni immediate, intelligenza artificiale, strumenti che una volta non esistevano. E questo crea un cinema più veloce, più consapevole. Io vedo ragazzi di vent’anni con una sensibilità incredibile. E questa cosa mi entusiasma davvero».

Dentro il thriller Ape Regina c’è Lea, protagonista cresciuta in un universo di vendetta e potere maschile, figura femminile complessa e moralmente ambigua. De Luca rifiuta le semplificazioni: «Oggi si parla spesso di personaggi femminili forti, ma a volte in modo forzato. Io però ho sempre amato le donne protagoniste. Le storie di vendetta mi affascinano da sempre. Lea non è né vittima né eroina: è un personaggio costruito sulle zone d’ombra. E questo film, scritto da Alessia Vegro, mi ha colpito proprio per questo equilibrio».

Il casting, che ha coinvolto oltre ottocento aspiranti attori e attrici, racconta un’altra trasformazione in atto: il desiderio diffuso di cinema. E sulla possibilità che la Sicilia diventi un vero polo produttivo, il regista è diretto: «Sta già succedendo. Le grandi produzioni stanno tornando qui: penso a film girati tra Siracusa, le Eolie, Favignana. Quando una grande produzione internazionale sceglie la Sicilia, crea un effetto domino. I giovani vedono quei luoghi e capiscono che possono raccontarli anche loro. Questo cambia tutto. E dai casting ho visto una cosa bellissima: ragazzi preparatissimi, con monologhi complessi, una ricerca quasi maniacale. Una sensibilità nuova che non c’era prima».

Nel thriller contemporaneo la tensione nasce sempre meno dall’azione e sempre più dalle relazioni. Anche qui De Luca non si sottrae alla complessità: «Mi interessa tutto. Il conflitto criminale e quello familiare. Ma soprattutto il viaggio del personaggio: qualcuno che parte con una mancanza e attraverso la storia prova a colmarla. Senza spoilerare, posso dire che mi interessa vedere come una persona possa trasformarsi mentre cerca di risolvere ciò che ha attorno».

Infine, lo sguardo si allarga. Ape Regina è un punto di arrivo o un inizio. «Non penso mai ai film come a progetti che devono cambiare il cinema. Penso a farli bene. È la mia opera prima nel lungometraggio, quindi c’è tutto: emozione, rischio, fortuna. Spero che funzioni, soprattutto con il pubblico siciliano. Poi si vedrà. Io intanto voglio concentrarmi su questo racconto e portarlo fino in fondo».

Questo il punto più interessante di Ape Regina: il tentativo di sottrarre la Sicilia al rumore delle rappresentazioni già viste, per restituirle invece inquietudine, ambiguità, desiderio, contemporaneità. Non una terra immobile imprigionata nei codici del passato, ma una città che pulsa, cambia pelle, seduce e ferisce come i personaggi che la attraversano. Nel fim di Alberto De Luca, Catania sembra allora diventare molto più di una location cinematografica: è una creatura viva, luminosa e oscura insieme, capace di custodire il fascino feroce delle grandi storie criminali senza perdere la propria umanità.

Ed è forse qui che il thriller incontra qualcosa di più profondo: il bisogno, tutto contemporaneo, di raccontare il Sud senza tradurlo continuamente in stereotipo. Con il suo primo lungometraggio, De Luca non cerca di costruire un manifesto, ma di inseguire uno sguardo. E in quell’equilibrio fragile tra tensione, identità e visione, "Ape Regina" prova già a lasciare un segno prima ancora che si accendano le macchine da presa.

E forse è proprio qui il senso più profondo del progetto del regista siciliano: non l’idea di rappresentare un territorio, amato e noto, ma quella di attraversarlo senza semplificarlo. Con il rischio, inevitabile, di vivere un’avventura verso una strada affascinante e non ancora conosciuta. Ma anche con la meravigliosa possibilità, oggi sempre più rara, di raccontare qualcosa che assomigli davvero alle contraddizioni umane del nostro tempo e sempre più alla realtà che viviamo.
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