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Ciprì e Maresco, dalla censura al restauro: dove vedere (in 4k) "Totò che visse due volte"

Si tratta dell'ultimo film italiano ad essere stato censurato, protagonista di un processo durato tre anni che si è concluso, nel 2001, con l’assoluzione dei registi palermitani

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 18 febbraio 2021

Una scena del film "Totò che visse due volte"

Le opere “senza tempo” sono quelle che segnano la storia e vi rimangono, in attesa di essere eventualmente riscoperte.

Tra queste rientra, a pieno titolo, il film “Totò che visse due volte” dei registi palermitani Daniele Ciprì e Franco Maresco che, dal 18 febbraio, è disponibile alla visione, nella versione restaurata in 4k dalla Cineteca di Bologna, sulla piattaforma “Il cinema ritrovato”.

Il restauro è una notizia con una eco particolare perché il film, dalla sua uscita nel 1998, fu al centro di una serie di polemiche e provvedimenti, compresa la censura, che portarono al divieto dell’uscita nelle sale e poi al limite della visione solo per i maggiorenni.

Nella storia “Totò che visse due volte” rimane l’ultimo film italiano ad essere stato censurato, oltre ad essere stato protagonista di un processo durato tre anni che si è concluso, nel 2001, con l’assoluzione dei registi, del produttore Rean Mazzone e dello sceneggiatore Calogero Iacolino.



Tra le accuse quelle di offendere il “buon costume”, disprezzare il “senso religioso” e “degradare la dignità del popolo siciliano.

Ma ciò appartiene al passato.

Il film, che nella versione restaurata contiene due contributi inediti dei registi, accompagnato da due testimonianze dei registi Ciprì e Maresco, è un’occasione per vedere, o rivedere per i più fortunati che ebbero modo di vederlo al cinema sul finire degli anni ’90, un pezzo della storia del cinema nazionale, segnata indiscutibilmente dalla produzione di questi due autori siciliani.

«Il film - ci ha detto Daniele Ciprì - ha vissuto quello che ha vissuto, ha vinto ma ha anche perso in alcuni momenti. Quello che oggi conta, in definitiva, è che sia stato restaurato e che possa rimanere dunque una testimonianza del fare cinema in maniera totalmente indipendente.

Circostanza che oggi è difficile da rintracciare e praticare per tanti motivi.

Per quanto mi riguarda, come autore, ho sempre fatto film sulla spinta di un’esigenza interna forte, non certo per realizzare un prodotto qualsiasi.

“Totò che visse due volte” è il frutto di un preciso momento artistico e personale, rappresenta una “fantacoscienza” della vita con implicazioni anche storiche e politiche ma rimane, ed è questo un suo punto di forza, un film che si può vedere sempre, senza tempo.

Io dico sempre che è un film nato vecchio. Oggi è difficile pensare di poter realizzare un film del genere, le richieste sono, come allora, di tutt’altro genere, per questo ad esempio lo producemmo noi stessi.

Non avevamo certo pensato di fare un “film strano” per il gusto di accendere gli animi di spettatori e critica, per quanto ci rendessimo conto che la nostra riflessione potesse dare fastidio ad un certo target di pubblico o che potesse non essere compresa fino in fondo.

Oggi si assiste continuamente ad una democratizzazione delle parole e delle immagini che standardizzano le produzioni; il nostro cinema non rispondeva certo a queste esigenze, e quindi faceva più fatica ad arrivare, ma sono felice che oggi ottenga il giusto riscatto.

Oggi ci sono pochissimi autori che possono definirsi tali ma sono convinto che il pubblico vada sempre più alla ricerca di film che vengono dall’anima.

È quello che cerco di trasmettere ai giovani con cui condivido le mie conoscenze in giro per l’Italia ed è quello che abbiamo sempre fatto con Maresco, negli anni in cui abbiamo lavorato insieme, di cui rimane una grande testimonianza, oltre ai film noti come “Totò che visse due volte” o “Cagliostro”.

In fondo eravamo solo due persone profondamente innamorate del cinema».
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