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Come si parla a un mafioso: così Giovanni Falcone riuscì a cambiare la storia italiana

Un ricordo del magistrato a 28 anni dalla strage di Capaci: la fondazione ha invitato i cittadini a uscire sui balconi, come quando apparvero i lenzuoli dopo la sua morte

  • 22 maggio 2020

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (foto di Tony Gentile)

Scegliamo di pubblicare un ricordo di Giovanni Falcone del professore Girolamo Lo Verso, fra i massimi esperti di psichismo mafioso. Come foto scegliamo forse la più famosa di Falcone e Borsellino, scattata da Tony Gentile e raccontata in questo articolo.

Quando Giovanni diventò Falcone. Ovvero questo è un uomo. Desidero ricordare che chi muore prima di essere un eroe è un essere umano, come scrivo nel libro che a lui dedico. Una persona che ha amori, gusti, desideri, speranze, timori. Ed infatti Giovanni amava il suo lavoro, ma anche il mare, gli amici, il whisky con ghiaccio, le freddure all’inglese.

Fu innamorato delle sue due mogli, si gustava la buona tavola e la vita quando si trasferì a Palermo la sua vita cambiò: fu blindata. A Palermo era assolutamente consapevole del rischio di morire avendo sfidato una ultra potente struttura criminale, della quale prima di lui e Buscetta si diceva che non esistesse.

La sua preoccupazione non era solo la mafia, ma anche qualche collega invidioso, certa stampa di potere, le nebbie di certi mondi “politici” che hanno prodotto i vari Lima e Ciancimino. Era consapevole del rischio ma aveva coraggio. Un grande lavoratore, un pensatore metodico.



Dopo poche ore di sonno si alzava, faceva ginnastica, studiava molto. Nemmeno quando diventò famoso in tutto il mondo perse la lucidità, era un magistrato e non amava il presenzialismo, non pensava di dover essere trattato da salvatore del mondo.

Mi ha colpito che anche i suoi allievi palermitani, con cui ho lavorato, fossero come lui. Spesso ho sentito persone parlare di eroi. In passato spesso erano ragazzi costretti ad andare a morire in guerra senza sapere perché. Oggi temo che qualcuno pensi "io non sono un eroe quindi posso intrallazzare frequentando politici o altri condannati per mafia".

Falcone era della Magione, come Borsellino. Buscetta quando lo incontrò sapeva con chi aveva a che fare, inoltre a Trapani aveva incontrato la mafia ed aveva amici psicologi a partire dalla prima moglie e psicoanalisti. Se lui avesse trattato Buscetta come un qualsiasi criminale, questi non avrebbe parlato.

Buscetta non si considerava un delinquente ma il generale di uomini d’onore che erano stati traditi dalla nuova mafia, per questo parlò.

Il metodo è relazionale psicoanalitico, consiste nel parlare con l’altro così come lui ritiene di essere, non come tu pensi che lui debba essere. Questo cambiò la storia.

Falcone ebbe anche grandi intuizioni scientifiche. Capì che era sbagliato sovrapporre cultura mafiosa allora molto presente in Sicilia e mafia. Ed anche che quando avremo fatto diventare la mafia una normale organizzazione criminale avremo vinto.

La mafia è in primo luogo antropologia, identità, organizzazione totalitaria senza etica interessata al potere, indifferente alla vita altrui e composta da robot totalmente omologati psicologicamente a cosa nostra.

La fondazione Falcone ha rivolto un appello ad uscire sui balconi il 23 maggio alle 18 con i lenzuoli bianchi, facciamolo.

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