Corre agli Oscar dell'Animazione: "Il Baracchino è nato in un garage di Palermo"
Dietro la serie animata prodotta da Lucky Red ci sono due ragazzi palermitani che l’hanno scritta e diretta, Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola che ci ha spiegato com'è nata
Un frame da "Il Baracchino"
Quest’anno, scorrendo la lista dei nominati alla 53sima edizione degli Annie Awards – che nella categoria film vede titoli domina-schermi come “Elio”, “K-Pop Demon Hunters” o “Zootropolis 2” e tra le serie candida “Marvel Zombies”, “Star Wars: Visions” e “South Park” – gli occhi, rapiti da titoli internazionali naturalmente scritti in inglese, non possono che notare, nella categoria “Best TV/Media – Mature”, un nome più esotico. L’italiana "Il Baracchino". Anzi, la siciliana “Il Baracchino”, con l’episodio "Claudia entra in un caffè".
Sì, perché dietro "Il Baracchino" – la serie animata prodotta da Lucky Red in collaborazione con Prime Video, pubblicata su Prime Video lo scorso 3 giugno, i cui multiformi personaggi hanno le voci degli attori Pilar Fogliati, Lillo Petrolo e Pietro Sermonti, e dei comici Daniele Tinti, Stefano Rapone, Salvo Di Paola, Edoardo Ferrario, Luca Ravenna, Michela Giraud, Yoko Yamada e Frank Matano – ci sono due ragazzi palermitani, e cioè Nicolò Cuccì e Salvo Di Paola (che l’hanno scritta e diretta), oltre che tutta la squadra di Megadrago, lo studio d’animazione che l’ha realizzata e sorge nel centro storico del capoluogo – da cui tutto è nato (quando lo studio, però, in realtà non esisteva ancora).
«Io e Nicolò – racconta Salvo Di Paola – lavoravamo in un piccolo garage in via Guardione, volevamo fare cartoni animati ma per guadagnare un po’ di soldi facevamo pubblicità brutte e noiose. Per sopravvivenza, per mettere qualcosa di nostro sull’Internet, invento a un certo punto un personaggino, un comico scarso che si esibisce su un palco, in inglese, senza un motivo, forse perché volevamo essere "internèscional". Faccio questo esperimentino, Nicolò (Cuccì, ndr.) gli anima un corpo, io gli costruisco un piccolo ambiente intorno, un locale che si chiama “Il Baracchino”. Il risultato ci piaceva, ci siamo presi a bene, e diciamo “Sarebbe carino avere altre pillole da pochi secondi, con altri comici che le doppiano”, così ci siamo messi a scrivere su Instagram ad alcuni comici della scena italiana che ci piacevano. Mandammo un piccolo testo, da cinquanta secondi circa, a Daniele Tinti, Luca Ravenna, Stefano Rapone ed Edoardo Ferrario, che senza soldi – non avevamo un euro – fanno questa cosa».
Succede poi che passano i mesi, «in cui noi stavamo a lavorare con loro, a scrivere i personaggi, e a un certo punto, poveri e pazzi, io e Nicolò prendiamo dei biglietti per andare a Roma per andare a registrarci delle voci di prova, dei monologhini, affittiamo un bed and breakfast al Pigneto, che per un giorno abbiamo fatto diventare uno studio di registrazione. Ai comici che ci avevano detto di sì sembravamo dei matti. Tinti a un certo punto mentre registravamo le voci ci ha detto che pensava che questa cosa non avrebbe mai visto la luce».
L’obiettivo, cinque anni fa, era caricare il risultato di quei giorni di produzione su YouTube, ma esce una carta imprevisto: «Mi chiamano da Lucky Red, per andare a lavorare a Roma come assistente al montaggio per un film. E mettiamo in pausa tutto. Vado, e lavoravo a quei personaggi durante le pause pranzo. Capita che un giorno la montatrice del film per cui ero stato chiamato a Roma, Ilenia Galasso, vede cosa facevo e chiede ai produttori del film a cui stavamo lavorando – che dovevano passare per vedere l’avanzamento dei lavori – di restare cinque minuti in più per dare un’occhiata a quelle che erano le prime bozze de “Il Baracchino”».
Produttori convinti (e coinvolti), parte una lunga trattativa per realizzare i sei episodi della serie, con l’arrivo di altri personaggi «tipo Frank Matano, che mi scrive su Instagram per tutt’altra roba, perché nel frattempo avevo iniziato a fare il comico», e che vengono inseriti nel cast dei comprimari. «Una serie di incastri – dice Di Paola – completamente fuori di testa, di gente che ha creduto in questa piccola follia, che ha preso cinque anni della mia vita».
Nicolò Cuccì, uno dei due creatori della serie, dopo la notizia della nomination agli Annie Awards «è al settimo cielo – dice Di Paola – e penso sia ancora al telefono con sua madre a dirle quanto siamo bravi (ride, ndr.), io ancora aspetto la mail in cui ci dicono che si sono sbagliati e volevano premiare “Il Bagaglino”».
Daniele Tinti, il comico e co-conduttore del podcast “Tintoria”, che nella serie dà vita a John Lumano, un alieno (realizzato con una marionetta) che prova in tutti i modi a farsi passare per umano, quando ha saputo degli Annie «mi ha mandato diverse bestemmie sorprese (ride, ndr.), ma in generale tutti sono stati stracarini, sin dall’inizio. Dal giorno zero hanno scelto di fare questa roba gratis, ci hanno dato tantissima fiducia, io e Nicolò non ci potevamo credere. Lavorando anch’io nella stand-up comedy, siamo rimasti molto in contatto, con alcuni di loro ci sentiamo settimanalmente».
E così come tutti hanno dato tantissima fiducia a “Il Baracchino”, «a rotazione non c’abbiamo creduto tutti. Quando abbiamo iniziato a lavorare a questa roba qua, aveva una forma talmente tanto vaga che non c’era nemmeno una cosa a cui credere o non credere. Forse fa sorridere il fatto che mentre cercavamo fondi per realizzarla a Palermo, non ci calcolava nessuno, adesso ci cercano tutti per scrivere di noi».
Non è ancora chiaro nemmeno a Salvo Di Paola, o a Nicolò Cuccì, né a nessuno dei ragazzi che lavorano nello studio d’animazione Megadrago, per quale motivo l’episodio “Claudia entra in un caffè” de “Il Baracchino” sia finito nominato come miglior episodio televisivo per adulti al fianco di “Bob’s Burgers”, “Common Side Effects”, “Haha, You Clowns” e “South Park”.
«Quando ho visto le candidature – dice Di Paola – , oltre allo shock di vedere “Il Baracchino” accanto a “South Park”, ho pensato – ma è solo una teoria – che avessero tenuto in considerazione soprattutto l’aspetto visivo. Se metti accanto tutti i vari progettini candidati, sono abbastanza conformi a un’estetica che conosciamo, e poi c’è "Il Baracchino", che è questa roba in bianco e nero, in tecnica mista, tutta matta. S’è staccato dal resto delle produzioni, era il nostro obiettivo».
Adesso Megadrago guarda al 2026 e a quello che potrebbe uscire dalle loro fucine: «Abbiamo una serie di progetti originali che stiamo provando a spingere, alcuni sono in trattativa. Adesso il nostro desiderio di fare progetti originali, scritti espressamente per lo schermo, si sta scontrando contro un mercato che invece cerca molto gli adattamenti. È complicatissimo, frustrante, diciamo che è molto difficile far capire alle persone che le storie si possono creare e non dobbiamo per forza raccontare cose che già sappiamo. Il mercato è molto in mano alle piattaforme, e le piattaforme raramente rischiano come hanno fatto con “Il Baracchino”».
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|
GLI ARTICOLI PIÚ LETTI
-
SOCIAL E WEB
La rivelazione di Levante divide il web: che cosa significa essere "sapiosessuale"
39.266 di Redazione -
CINEMA E TV
Montalbano "vince" agli ascolti ma divide il pubblico: come dice addio a Livia
28.169 di Maria Oliveri










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




