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Cresciuto dalle zie, la moglie come "braccio destro": tutte le donne di Leonardo Sciascia

Le donne hanno avuto un ruolo chiave nella vita dello scrittore di Racalmuto: le zie della casa dell’infanzia, le due figlie amatissime e soprattutto la moglie

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 28 gennaio 2024

Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia (1921-1989) è stato - per usare le parole di Matteo Collura - uno degli scrittori “più colti e raffinati del XX secolo, formatosi nell’angolo più povero dell’Italia più povera, violenta e dimenticata”.

Nanà, come era chiamato lo scrittore in famiglia, nacque l'8 gennaio a Racalmuto - un paese della provincia d’Agrigento, ricco solo di miniere di zolfo e di sale - e trascorse l'infanzia all'ombra del nonno - povero ma onesto - e sotto la tutela delle zie.

Sciascia era convinto (e lo ripeteva spesso) che tutto quello che plasma la natura di un individuo, tutto quello che lo fa diventare così com’è, accade nei primi 10 anni di vita: "Noi siamo, nel nostro essere e nel nostro modo di essere, quel che i luoghi, le persone, gli avvenimenti e gli oggetti hanno suscitato, disegnato e fissato in quei primi dieci anni dentro di noi".

Se dunque Sciascia già a 10 anni non poteva essere altro che intellettuale e scrittore, questo lo si deve alla sua formazione umana in un paesino dell’entroterra siciliano e in una famiglia sui generis, a prevalenza femminile.
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I modelli maschili della sua infanzia furono il nonno e il padre: suo nonno Leonardo, come tanti altri carusi era entrato alla zolfara a soli 9 anni e vi era rimasto fino alla fine dei suoi giorni. Aveva imparato a leggere, scrivere e far di conto da un prete, studiando ogni sera dopo il lavoro.

Era diventato capomastro e poi amministratore della miniera: probo e incorruttibile – affermava con orgoglio lo scrittore - non si era mai arricchito. Anche suo padre Pasquale, primo di cinque figli, era diventato amministratore della miniera, dopo una gioventù turbolenta.

Affermava Sciascia: “Molti siciliani sono come me, hanno con il padre un rapporto di ostilità, addirittura di inimicizia, durante l’adolescenza, poi di punto in bianco ci si accorge, quasi vedendosi in uno specchio, che si assomiglia al padre, che si ripete la sua esistenza”.

Pasquale veniva detto in paese "l’americano", perché aveva vissuto 7 anni negli Usa, facendo diversi lavori saltuari, finendo poi per fare il volontario nell’esercito statunitense; nel 1919, a 33 anni era tornato in Sicilia, aveva deciso che non valeva la pena vivere laggiù.

L’anno successivo aveva impalmato una bella ragazza, di 11 anni più giovane, Genoveffa Martorelli (detta Gigia), la classica donna di casa, che dopo 9 mesi esatti dalle nozze aveva dato alla luce Leonardo, il maggiore di tre fratelli.

Due anni dopo era venuto al mondo anche Giuseppe e per lasciare un po’ di spazio in più al nuovo arrivato, Nanà era stato messo in casa dei nonni paterni (dove avrebbe trascorso buona parte della sua infanzia), diventando oggetto esclusivo delle cure delle zie e ricevendo un’educazione prevalentemente laica: le sorelle del padre erano dotate di tanta saggezza femminile mista al tipico scetticismo siciliano; con loro Nanà visse dunque a lungo, negli anni formativi dell’infanzia e poi anche da adulto, amandole teneramente, mentre poca confidenza aveva con la madre.

“Io abitavo con le zie, erano tre sorelle, due di loro non uscivano mai di casa e spesso ricevevano visite di parenti” ricordava spesso lo scrittore. Le zie avevano nome Angela, Giuseppina e Maria Concetta ma lui le chiamava familiarmente «Angela, Nica e Marietta».

Le prime due erano nubili e che anche se restie a mostrarsi in pubblico, erano note in paese per la loro intelligenza vivace. Maria Concetta (Marietta), insegnante elementare, abitava col marito nell’appartamento al piano di sotto dei genitori, ma una volta rimasta vedova sarebbe andata a vivere con le sorelle.

Angela, la maggiore, si occupava dell’amministrazione di casa e con lei lo scrittore aveva un rapporto particolare, ne ammirava le idee: a tre anni aveva intravisto il ritratto di Giacomo Matteotti (rapito e assassinato da una squadra fascista) arrotolato e nascosto nel cestino da lavoro della zia, tra spagnolette, aghi e bottoni.

Nica amava cucinare (come sua madre) e riuscì a trasmettere questa passione a Nanà. Marietta era la più colta, perchè faceva la maestra e spronava il nipote a studiare. Sciascia fu purtroppo un pessimo studente, tuttavia divenne un lettore precocissimo: amava la storia e i romanzi, scoprì "I promessi sposi" prima ancora di andare a scuola, sillabando con l’aiuto della zia maestra. Crescendo divorò i tanti libri della biblioteca di Marietta, dando libero sfogo alla sua vocazione di lettore compulsivo.

Aveva Nanà anche una zia materna, zia Alfonsa detta Fofa, che lo amava e lo coccolava, ma le zie Angela, Nica e Marietta avrebbero avuto una parte determinante nella sua vita e anche, successivamente, in quella delle sue figlie Laura e Anna Maria. E fu la zia Marietta, a invitare una giovane collega alle prime armi, futura moglie dello scrittore, in casa sua: così scoccò la scintilla tra Leonardo e Maria Andronico, entrambi poco più che ventenni.

Maria rimase sorpresa dai tanti libri americani che Leonardo possedeva: lei non ne conosceva nessuno e lui invece li aveva letti tutti. L’Andronico viveva Favara, con i genitori (era figlia di un maresciallo dei carabinieri, ed era sempre stata costretta a spostarsi, a causa del lavoro del padre) e si recava ad insegnare a Racalmuto in compagnia di una collega, che era la fidanzata di Sciascia. Nanà perse la testa e ruppe il fidanzamento, per legarsi a Maria.

In realtà i due si erano incrociati per la prima volta non a Racalmuto ma qualche tempo prima, fuggevolmente, a Messina, durante la prova di ammissione alla facoltà di Magistero, ma né Maria nè Leonardo riuscirono a laurearsi: nel maggio 1944 lei rimase incinta. Scrive Felice Cavallaro, nel volume "Sciascia l’eretico" che la famiglia Andronico affrontò con grave disappunto l’incresciosa situazione, imponendo al giovane nozze riparatrici.

Il 19 luglio 1944, Maria e Leonardo si recarono a Caltanissetta, per celebrare fra i banchi vuoti della parrocchia della Provvidenza le loro nozze senza clamore. Ricordava Sciascia: "Il nostro matrimonio fu celebrato nella massima semplicità. Né torta, né vini. Un carissimo amico, che oltre tutto era il mio testimonio, provocò un’esplosione di entusiasmo offrendoci come dono di nozze un coniglio, un inestimabile coniglio. Il matrimonio è stato un avvenimento importante nella mia vita, non fosse che per la serenità che me ne è venuta. Se ho potuto scrivere e lavorare, lo devo in gran parte a mia moglie”.

Gli sposini andarono a vivere a casa delle zie e qui nacque sei mesi dopo, nel gennaio 1945, Laura, la prima figlia. Sciascia stesso, un’anticonformista delle idee sempre pronto a dar battaglia, ammetteva dunque che solo con la «serenità» del matrimonio aveva potuto concentrarsi sui suoi studi, sui suoi libri, sulla sua Sicilia.

L’intesa e la complicità caratterizzarono il legame dei coniugi Sciascia, una coppia per molti versi poco convenzionale. La moglie Maria che – come scrive Matteo Collura – ebbe un solo grande amore, una sola grande preoccupazione, il marito, vegliò sulla sua concentrazione, sul suo bisogno di scrivere senza essere disturbato.

Maria era il braccio destro di Leonardo, era la prima persona a leggere e correggere i dattiloscritti, a proporre suggerimenti. Si occupava delle relazioni del marito con tutto il mondo letterario, ricordava a memoria indirizzi e numeri telefonici. Quando il marito morì, nel 1989, continuò a vivere nel perenne ricordo di Leonardo: raccolse tutte le sue forze e cominciò a riordinare libri e carte, curò personalmente anche la pubblicazione di due libri postumi.

Nel 2001 ebbe una grave emorragia cerebrale, ma dopo qualche mese si riprese e cominciò a compilare un elenco dei volumi della sterminata libreria di Nanà. Si spense il 6 gennaio del 2009 e venne sepolta accanto al marito, nel cimitero di Racalmuto.

Leonardo Sciascia fu padre attento, affettuoso e protettivo con Laura e Anna Maria, cercò per quanto possibile di risparmiare alle figlie tutte le cose sgradevoli della vita. Non aveva nulla del retrivo siciliano che pretende di essere servito dalle donne di casa: era lui, ad esempio, che avendo orari flessibili faceva la spesa e poi amava cucinare per la famiglia, per gli ospiti, per le figlie una volta sposate.

Da una parte lo scrittore incoraggiava le sue ragazze a leggere e studiare, ma d’altra parte le lasciava anche libere di seguire le proprie inclinazioni.

Sciascia era però anche un padre tradizionale e un uomo del suo tempo: scelse ad esempio di lasciare la gestione della fondazione non alle figlie ma ai generi; oppure selezionava e differenziava le letture per le figlie che un giorno, avendo trovato tra i suoi libri lo spregiudicato romanzo L’amante di Lady Chatterley, cominciarono a leggerlo.

Lui non disse nulla ma quel libro sparì all’improvviso e non fu più ritrovato. Laura e Anna Maria erano molto diverse: Laura era molto diligente nello studio, come ammette anche la sorella minore, sempre attratta dai libri (a cominciare dalle grandi scrittrici inglesi, come Jane Austen, George Eliot e Virginia Woolf) ed è diventata ricercatrice di storia medievale all’università di Palermo.

Anna Maria si è laureata in lettere ma ha lavorato all’Università come impiegata: per lei è stato difficile essere la figlia di un grande scrittore e non avere ambizioni intellettuali, “Io non mi sono mai sentita una donna per l’arte e la letteratura” ha ammesso in una recente intervista. ”ma mio padre mi ha compreso lasciandomi libera di essere me stessa. E ancora: "Essere la figlia di un padre come Leonardo Sciascia è l’esperienza più bella che possa capitare".
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