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Custodisce un mistero da far paura: la vera storia della villa del Barone di Mascalucia

È qui che prende avvio e si conclude un mistero senza tempo, uno di quei misteri che fanno davvero paura e resta vivo nel tempo e che vi raccontiamo per filo e per segno

Beniamino Biondi
Critico cinematografico
  • 3 ottobre 2020

La villa del barone di Mascalucia (foto Facebook Urbex Sicilia)

Che strano nome, Mascalucia. Enigmatico e surreale, possiede il fascino stesso di un comune vivace e popoloso nei pressi di Catania che per molti anni è stato luogo di villeggiatura estiva e che con il tempo ha assunto una sua fiera identità municipale, ricca di orgoglio e di tradizioni.

È qui che prende avvio e si conclude un mistero senza tempo, uno di quei misteri che fanno davvero paura. La paura, ecco: si metterebbe in conto, nella quiete funerea di una campagna o nel tremore frondoso di un bosco, fra atroci delitti e fortezze diroccate, ma non si teme nel centro di una città, sconfitta dal rumore del traffico e risolta dall’idea stessa di una comunità che fa quadrato contro di essa. E invece è proprio lì che la paura assale, imprevista come una voragine di sabbie mobili.

A due passi dal Municipio, proprio di fronte al cimitero, sorge una dimora storica di figure spettrali e di fatti insoliti: è la villa infestata del Barone di Mascalucia. A ben vederla, dall’esterno, non ha nulla dell’aspetto lugubre che le leggende su di essa lascerebbero supporre; piuttosto si è adattata a un malinconico abbandono che nulla sottrae della sua antica bellezza, nell’alterigia incantevole delle sue forme, con i suoi diversi livelli che si affacciano a un vastissimo e profondo giardino.



La narrazione popolare racconta che la villa fosse abitata da un giovane barone che avrebbe deciso di togliersi la vita proprio fra quelle mura. Un suicidio, triste come tutti i suicidi, e banale per le ragioni di un amore non corrisposto che lo mossero. Una storia come un’altra, poche colonne di un qualunque giornale locale, se non fosse che qualcuno finì per dire che la tomba del barone sarebbe ancora custodita nel seminterrato di casa.

Uno scenario da film dell’orrore, un espediente da romanzo giallo che volge al vero ciò che è solo un oscuro e presunto dramma privato. Il mistero, però, ha come conseguenza il mistero stesso, e a taluni parve di credere che la villa abbia finito per essere maledetta: chiunque l’abbia abitata, dopo quella morte violenta, pare sia andato incontro a un destino di lutti, e quelle larghe stanze abbiano assistito con cieco disamore alla rovina dei corpi e alla mortificazione delle coscienze.

E lo si percepisce quel destino, secondo la leggenda dei fenomeni paranormali che insistono varcata la soglia di quel recinto: la repentina sensazione di freddo, i rumori e i lamenti che fanno eco tra le mura, e non per ultimo l’avvistamento di alcune figure spettrali.

Di notte, al buio, perché nella luce del sole agli spiriti succede la condizione del degrado, cui si era tentato di provvedere con alcuni lavori di restauro in seguito all’acquisto dell’immobile, ineluttabilmente conclamato da un violento incendio che alcuni anni fa ha colpito la struttura. E però la bellezza fatica a cedere, e l’eleganza svetta contro l’ignominia del tempo.

La villa rimane inabitata, meta di vandali e di studiosi del folklore misterico, e le leggende si tramandano nel silenzio e con il sospetto di chi sa e tace. «Vengono i brividi passando accanto alla casa», racconta un abitante della cittadina ai piedi dell’Etna.

«Prima non si avvicinava nessuno, adesso da quando è stato aperto dal Comune il vicolo che costeggia il fianco della villa ed è stato trasformato in strada, in molti sono costretti a percorrerlo, e c’è addirittura chi racconta di aver scorto vicino alla finestra del piano superiore il fantasma bianchissimo di un bambino di circa dieci anni, mentre nell’aria si sarebbe diffuso uno strano odore di incenso».

Tutto accade dopo il tramonto, e le invocazioni mugugnate da quelle fredde pareti accelerano il passo di chi si approssima e scompare. La verità romanzesca rimane, e il mistero non scompare neppure di fronte al protocollo burocratico di una nota redazionale fatta per dare notizie certe, che così recita: «La suddetta villa appartiene a mio zio che non è assolutamente morto suicida o cose simili; lui è vivo e vegeto ma, a causa di motivi personali che non sto qui a raccontare, è stato costretto ad allontanarsi e la villa (prima in ottime condizioni) è diventata ben presto preda di balordi e ladruncoli che puntualmente si intrufolano».

L’autrice del breve testo, nipote del proprietario, conclude la sua precisazione nel modo più classicamente usuale, quasi a detta d’ironia per una vicenda intrigata di enigmi: insomma, i «cordiali saluti» più che a una formula di chiusura richiamano al dato di realtà, doverosamente esposto e trasmissibile, che per contrasto non ha alcuna autorevolezza di fronte all’idea stessa che il mistero esista, territorio inintelligibile di forze ctonie, punto di caduta della ragione al senso del sacro, relazione inconscia tra la certezza della fine e la presunzione di eternità.

Talvolta sono sufficienti un corridoio buio durante la notte, o un sibilo indefinito al di là di una soglia, o una luce che sfuma nel solco dell’oscurità, o una vecchia villa abbandonata con giardino a Mascalucia, in Sicilia, dove nei tempi antichi si sentivano solo i lamenti del mare alla notte per la fatica dei pescherecci al largo.

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