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Da giurista a ristoratrice per tornare in Sicilia: i ricordi nei piatti "comu chiddi do paisi"

L'amore passa per il cibo. E audacia e talento prima o poi pagano. Ce lo insegna questa storia, che sembra una favola, ispirata dal film "Nuovo Cinema Paradiso"

Annamaria Grasso
Insegnante e storica dell'alimentazione siciliana
  • 9 agosto 2022

Roberta Capizzi (foto da Instagram)

L'amore passa per il cibo. Ovvero audacia (e talento) prima o poi pagano. Ce lo insegna questa storia che sembra un po' una favola.

È l’alba di domenica e in una casa di campagna siciliana c'è una grande cucina dove una donna anziana si affaccenda con gesti sereni e sapienti: impasta, affetta, mescola, ogni tanto si china sul tavolo dove c'è un quaderno e scrive qualcosa.

Nel forno acceso sta cuocendo il pane mentre in un capiente tegame di coccio il sugo di suino nero dei Nebrodi sobbolle e il profumo si spande nell’aria.

È il primo ricordo d'infanzia di Roberta Capizzi: nonna Cristina che tutte le domeniche riunisce la famiglia preparando ad ognuno il suo piatto preferito.

Perché per lei cucinare è un atto di puro amore che si ripete come un rituale sacro da generazioni, sotto la guida di quel quaderno misterioso su cui la nonna prende appunti: è il ricettario della bisnonna gelosamente conservato in famiglia.
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In quest'atmosfera è cresciuta Roberta, oggi giovane e affermata imprenditrice nella ristorazione catanese, la cui fama ormai è volata fino oltreoceano.

Ma la strada per arrivare fin qui non è stata una passeggiata. Il percorso di vita di questa bambina, poi ragazza e poi dottoressa in legge (con specializzazione in Diritto delle Assicurazioni), passa per Londra e poi Milano, dove lavora per un importante studio legale.

Eppure il tarlo dei ricordi e della nostalgia dopo qualche anno comincia a intaccare le sue certezze professionali: «Io porto la persona che sono nel lavoro - spiega bene Roberta – e non ritrovavo me stessa in quello che facevo.

Continuavo a pensare alle mie radici, alla cucina della nonna, alla mia famiglia, alla mia terra, che avevo dovuto lasciare perché la mia generazione è cresciuta così, nel mito del fare le valigie per emergere».

Ma tracce del bambino che eravamo rimangono sempre (e prima o poi riaffiorano) nell'adulto che siamo diventati. Sono giorni duri, difficili, divisi tra cuore e ragione.

Il pensiero di Roberta va a un vecchio film (il suo preferito) scritto e diretto da Giuseppe Tornatore: "Nuovo Cinema Paradiso", in cui il tema del ritorno è espresso con straordinaria poesia dalla vicenda di un regista cinematografico di successo che vive a Roma e non è mai tornato al paese siciliano dove è nato e ha trascorso l'infanzia.

La notizia della morte di un amico che lo ha iniziato all’amore per il cinema lo spinge però a ripensare alla sua vita e a tornare a casa, nella sua Sicilia.

Ecco, questo film a Roberta scorre nelle vene e lo cerca per mesi senza riuscire a trovarlo. E siccome la vita è piena di coincidenze che (forse) non sono tali, un giorno a Milano entra alla "Ricordi" e finalmente lo trova: è quello il giorno in cui si fa coraggio e dà le dimissioni. Intorno a lei si fa un silenzio di disapprovazione generale.

Unico sì, pieno di amore e di fiducia incondizionata, è quello del suo papà che “ha creduto in me quando neanche io ci credevo", dice Roberta.

Cominciano nuovi studi, perché nulla si improvvisa e per una rigorosa giurista anche la cucina ha le sue leggi! Perciò ci vuole qualche anno perché i nuovi progetti possano prendere forma.

Il cardine intorno a cui ruotano le sue idee è il recupero delle radici e Roberta inventa una storia che diventerà il leit motiv del suo ristorante: immagina ( proprio come nel film del suo cuore) la storia di Turiddu, un ragazzino emigrato in America dove cresce con la nonna, che anche laggiù continua a cucinare piatti della memoria "proprio comu chiddi do paisi".

È un alter ego (o, se preferite, un avatar) di Roberta, che diventa il protagonista del ritorno a casa nella sua Sicilia. Ed è un ritorno alla tradizione che però strizza l'occhio all'innovazione, in un mix armonioso e vivace.

Così, ai classici siciliani, come la catanese "pasta alla Norma" o con la "Masculina da Magghia" (presidio Slow Food), si aggiungono il cocktail bar, la musica jazz, i richiami ad altre culture gastronomiche, perché il viaggio (anche quello dell’emigrante!) apre i confini della mente arricchendola di nuove esperienze.

Da qualche anno Roberta ha avviato un nuovo progetto, faticoso ma straordinario, quello dell’orto su un terreno di famiglia, che le permette una cucina a km 0.

L'infaticabile Roberta diventa anche contadina quando serve e se le si chiede la ricetta per la realizzazione dei suoi sogni, ne elenca senza esitazione gli ingredienti: innanzitutto la squadra che la affianca, senza il supporto della quale sarebbe impossibile raggiungere gli obiettivi, poi la semplicità, la gioia del fare, l'ottimismo.

Ma anche la consapevolezza che i sogni vanno di pari passo con i sacrifici, affrontati però sempre col sorriso (come quando deve macinare chilometri per trovare l'oliva minuta, una cultivar presidio Slow Food dell’areale dei Nebrodi, che ormai pochissimi mettono in salamoia).

Per comprendere da dove provenga tanta saggezza occorre di nuovo tornare alle radici e scoprire che Roberta Capizzi, prima di esser una giovane manager e affermata imprenditrice, è una figlia «fortunata e grata alla vita – così dichiara con forza - per aver avuto accanto mio padre, un uomo che guardava avanti con l'ottimismo del visionario e lo spirito organizzativo del manager geniale».

Padre e mentore, ma anche amico e complice, scomparso purtroppo da un anno, di cui ricorda con commozione le serate a tavola a creare nuovi piatti davanti a un calice di vino, ridendo come matti. E non dimentica soprattutto la frase che le diceva: «promettimi che non avrai limiti».

A ricordarglielo, del resto, nel ristorante di Roberta, c'è il poster di Nuovo Cinema Paradiso che lui le aveva regalato.
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