MISTERI E LEGGENDE

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Da lì si sentono voci gioiose e urla selvagge: ad Agrigento c'è anche una "torre che parla"

Con il Risorgimento nacque la leggenda dei prigionieri che lì venivano torturati e le cui grida si sentivano fino al colle del Tempio di Giunone con una eco spaventosa

Beniamino Biondi
Scrittore e critico cinematografico
  • 7 gennaio 2021

La casina Giudice e la "torre che parla" di Agrigento (foto di Salvatore Indelicato)

Impossibile dire quale sia il più bel tempio di Agrigento. La classificazione dell’incanto ha regole arbitrarie, in nessun caso estensibili in termini di giudizio collettivo; e così prevalgono le ragioni del gusto, i richiami di memoria sensibile o le dolci consuetudini dello sguardo.

Se per l’integrità della sua struttura il Tempio della Concordia è il genius loci della Valle, per altri aspetti la città si annuncia con la straordinaria imponenza del Tempio di Giunone, alto sulla collina come un’offerta alla divinità, con le sue venticinque colonne levate al cielo, che domina il ciglione roccioso che costituiva l’inespugnabile baluardo dell’antica Akragas.

Il fascino è probabilmente dato dall’irregolarità del terreno sul quale poggia il tempio, e dall’architettura stessa che palesa l’ossessione di una perfezione artistica rigorosa. Non ci sono misteri, eppure esiste una eco che giunge da una collina posta di fronte al Tempio, laddove insiste una piccola torre merlata che al punto estremo della rupe – saliti alcuni gradoni – termina a un ciglio su cui si affaccia la grande statura di un San Calogero bianco.



Due rilievi speculari, e, impercettibile alla distanza, una lingua di asfalto nero che si confonde con il paesaggio. Pare non ci sia nulla a quell’altezza, se non la solitudine di ciò che è estraneo al mondo dei vivi.

È il mistero dellaTorre che parla”. Ne fa riferimento Michele Caruso Lanza nel suo fondamentale “Osservazioni e Note sulla Topografia Agrigentina”, dedicandogli un lungo capitolo in cui, proprio con riferimento al nome, scrive: «Non sono riuscito mai a rendermi conto di tale denominazione.

In Agrigento si dà una spiegazione troppo facile: la casina Giudice è la torre; in essa è l’eco, e perciò parla: la torre che parla. Però posso assicurare che in tutta quella contrada non esiste un eco qualsiasi, e che la casina Giudice, per quanto vasta, non ha alcuna somiglianza con una torre, quindi è erronea la spiegazione».

Il mistero, appena accennato, pare presto risolto; ma in verità non è proprio così verosimile il giudizio liquidatorio del Caruso Lanza. Intanto, su un altro aspetto che afferisce la ricerca archeologica, sono dubbie le sue conclusioni intorno all’esistenza di un sobborgo in quella contrada, come del resto era stato escluso dalle indagini del grande filologo classico Julius Schubring.

Certo, è pur vero che lo studioso tedesco non ebbe il tempo di fare ulteriori ricerche, ma altrettanto appare improbabile la presenza di un vero e proprio centro abitato, anche se le ricognizioni del Caruso Lanza hanno restituito alcuni possibili indizi di un abitato forse meno ampio ma che certamente ha insistito in quella zona, si presume nella struttura di alcune ville che soprattutto in età romana saranno state edificate nel medesimo quartiere, per cui egli stesso conclude: «I rilievi fatti e le cose da me trovate guardati nel loro complesso, valgono bene a dimostrare l’esistenza di un sobborgo in quella contrada.

L’acquedotto, la colonna col relativo fabbricato ed i frammenti di cose antiche potrebbero spiegarsi con la semplice presenza di qualche villa isolata in quella tenuta; ma tutti quei conci di pietra squadrata esistenti nella vigna Giudice dimostrano che le costruzioni non dovevano essere di proporzioni limitate: e poi le mura ed i posti di guardia costiluiscono opere pubbliche, le quali non possono addirsi ad altro, per lo meno, che ad una borgata.

E se si riflette, che dalla punta più vicina alla città, dallo Sperone, alla estremità Est della «Torre che parla» corrono non meno di quattro chilometri, e che la necropoli giaceva più a oriente ancora, dobbiamo concludere che quel sobborgo dovette avere una notevole importanza, perché dovette occupare, per lo meno, tutta la cresta di quella tenuta rivolta a mezzogiorno».

Se il rapporto fra il reperimento di materiali e le attività dell’intelligenza ha potuto in qualche maniera risolvere la questione, pur nella fortissima diversità d’opinione fra lo Schubring e il Caruso Lanza, rimane intatto il mistero della “Torre che parla”, a meno che la logica non ci faccia collegare dati storici e cronache locali.

Su quella rupe, anticamente vi era una torre di avvistamento a protezione del territorio, che negli anni divenne stazione della gendarmeria borbonica e che fu anche adibita a carcere.

Con il Risorgimento, nacque la leggenda dei prigionieri che lì venivano torturati e le cui grida si sentivano fino al colle del Tempio di Giunone con una eco spaventosa. Un mito, più propriamente la costruzione artata di un apostolato antiborbonico che ha sempre tentato di ridurre quel periodo della storia a un medioevo dai tratti furiosamente barbarici.

Ma il racconto non è però del tutto infondato, dacché è vero- o quantomeno presumibile – che fra i due alti rilievi fosse possibile comunicare a voce spiegata; che i contadini – cioè - potessero interloquire grazie all’eco portato dal sibilo del vento, in un dialogo scandito che spezzava il silenzio di quella vasta area.

E così la cronaca di una semplice consuetudine finì per essere traslata nella leggenda delle urla dei prigionieri da quella collina fino al Tempio, nelle torture disumane che nessuno ha mai seriamente documentato.

Alla fine quel che conta è il falso storico del rapporto fra un sistema di potere sconfitto da una nuova stagione, e che tuttavia deve lasciare spazio anche all’idea che esista davvero una torre che parla, un piccolo luogo sospeso in aria che confonde voci gioiose e urla selvagge.
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