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Da Parigi alla Sicilia con opere misteriose fuori dal tempo: Slyvie e la sua arte del nodo

La parigina Slyvie Clavel vive da qualche tempo "continuamente pendolare" in Sicilia. Grazie all'invito di un amico e un concorso di circostanze oggi è l'artista dei nodi

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 23 novembre 2020

Sylvie Clavel e le sue opere

Sono sempre un "concorso di circostanze" come le definisce Slyvie Clavel - parigina d'origine che vive da qualche tempo "contiuamente pendolare" in Sicilia - a indirizzare il corso della vita e non solo.

Sul finire degli anni '80 Sylvie arriva, poco più che trentenne, in Sicilia accogliendo l'invito di un amico con il quale poi condividerà esperienze che, per diverse vie, l'hanno portate ad essere oggi l'artista dei nodi.

«La definizione di artista mi va un po' stretta - ci dice Sylvie - io ho iniziato con la danza: dagli 8 ai 26 anni l'ho studiata e praticata, fino a quando un incidente mi ha costretto a cambiare strada. Da lì ho cominciato a insegnare yoga viaggiando comunque sempre tra Parigi e l'America, dove grazie ad un libro ho scoperto l'arte del nodo.

All'inizio era solo un passatempo, un modo per scaricare anche la tensione, poi piano piano qualcosa è cambiato».

Continua per anni ad annodare grazie agli insegnamenti del libro fino a che, un giorno, nuovamente a Parigi incontra un gruppo di persone che da anni condividevano la sua passione.



«Se tutto è iniziato per gioco oggi posso dire che annodare è la mia vita, quando sono arrivata in Sicilia, sempre per una serie di circostanze non potevo insegnare yoga nel casolare del mio amico e allora la mattina ci dedicavamo ai lavori in casa e il pomeriggio annodavo tutto il tempo. È cresciuta così questa passione».

I nodi diventano così opere d'arte, anche grandi, che hanno bisogno di una collocazione, comprese quelle provenienti da Parigi, dalla casa che ha affittato nel frattempo.

«Cercavo un posto dove poter custodire le mie opere (nove in tutto fino ad allora), avendole però sempre sott'occhio e allora ho ricevuto la proposta a Sambuca di metterle in una parte dell’ex monastero di Santa Caterina (Corso Umberto I 119, Sambuca di Sicilia), dove rimarrannò fino al 2024 secondo la convenzione stabilita».

In tre sale dell’ex monastero sono esposte, infatti, diverse figure antropomorfe o animali, dai tenui colori delle fibre naturali, con la testa creata tramite maschere di legno tribali realizzate a mano dagli artigiani africani; testimonianze di un lavoro imperniato sul nodo e l’intreccio di fibre vegetali con risultati unici nel panorama artistico europeo.

In questo stesso luogo, dal 2004 al 2014, Sylvie ha realizzato quello che era il suo sogno: «Così come a Parigi, ho aperto un laboratorio che ho chiamato "Porte aperte", chiunque poteva venire e presto mi sono trovata ad avere una cinquantina di giovani incuriositi, con i quali organizzavamo anche delle attività.

Arrivando a Sambuca mi aveva colpito molto che non ci fossero centri sociali, luoghi o realtà che coinvolgessero direttamente i ragazzi quindi per me quel laboratorio ha avuto un valore particolare.

Oggi vivo ad Agrigento e il mio sogno sarebbe lasciare le mie opere in una bottega privata, non in qualche galleria d'arte, mi piacerebbe che rimanessero in mezzo alle persone; quando sono arrivata in questa terra mi sono sentita subito accolta e non considerata come una straniera, è difficile da spiegare ma è stato così e qui vorrei rimanessero i segni della mia vita».

Alcune grandi, imponenti, altre più piccole ma non per questo meno d'effetto, le opere di Sylvie hanno quel tocco di mistero e di non detto che le fanno essere del tutto uniche nel loro genere, fuori dal tempo e dallo spazio così da essere universali.

La prima opera fu "Africano" e da allora ha affinato la tecnica fino ad arrivare ad usare un solo nodo, molto semplice, quello a "mezza chiave" con il quale sta realizzando un'altra opera al momento.

«È un lavoro che ho iniziato nel 2017 e che ancora non ho terminato perchè bisogna stare ore a terra piegate ad annodare e non è facile - ci dice sorridendo Sylvie - Si chiama "Kronos" e il lavoro è partito da una maschera che ho dagli inizi degli anni '80 e che piano piano sta prendendo forma».

È anche attraverso la storia legata alle sue creazioni - uniche nel loro genere e che rimandano ad archetipi culturali mitologici e tribali - che Sylvie, dunque, lascia segni d'arte fuori dal "tempo cronologico", quello che gli antici Greci chiamavo "kairos".
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