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Dai colori dei boschi al monte più alto sopra Messina: il panorama lascia senza fiato

Una camminata tra gli splendidi colori del bosco in primavera. Una diecina di chilometri tra Piano Verde, Portella Larderia, Dinnammare. Vi ci portiamo

Santo Forlì
Insegnante ed escursionista
  • 11 maggio 2026

Il panorama sul sentiero da Piano Verde a Dinnammare

Una postazione panoramica ineguagliabile ed una camminata ammirando gli splendidi colori del bosco in primavera. Il 2 maggio con il gruppo escursionistico Valli Basiliane ci siamo incontrati per compiere l’anello di una diecina di chilometri tra Piano Verde, Portella Larderia, Dinnammare. Siamo partiti dal parco Avventura un’area attrezzata per giochi ed arrampicate e dopo un breve tragitto siamo pervenuti a Dinnammare il monte più alto sopra Messina 1212 s.m., qui ci siamo fermati alla chiesa Santissima Maria per una pausa di raccoglimento.

Dopo ci siamo affacciati alla balconata che delimita la sua piazza e ci siamo goduti lo splendido panorama sul mare Ionio con una visuale a largo raggio dalla sua estremità superiore più stretta e quasi convergente con le terre vicine e quella inferiore più larga e dove lo sguardo si perde andando verso la provincia di Catania.

Ci siamo incamminati su un agevole sentiero di cresta e dopo un centinaio di metri ci siamo goduti uno spettacolo che da solo valeva ampiamente l’alzata mattutina e l’intero scopo del nostro viaggio. Senza bisogno di spostarci, nello stesso momento in una giornata chiara e limpida potevamo vedere distintamente e a poca distanza i due mari: lo Ionio sulla sinistra e il Tirreno sulla destra, il primo più rettilineo, il secondo più articolato comprendendo anche il semicerchio del golfo di Milazzo e le prospicienti isole Eolie.

Non credo che si possa immaginare un sito più panoramico di questo. Sarei stato lì fermo per ore intere a godere dell’impareggiabile spettacolo. Nelle vicinanze fra la tenera erbetta e i bianchi asfodeli in completa fioritura c’erano due grandi fosse circolari. Non si trattava di grandi buche per la caduta di meteoriti o altro, ma erano delle niviere, poiché nei tempi andati fino agli anni 50 la neve si raccoglieva e si compattava diventando ghiaccio per poi portarla durante la stagione estiva in città per fare delle granite o altro. Da qui spostando lo sguardo più in alto potevamo su entrambi i lati vedere la chiostra dei monti.

Specialmente guardando verso la Calabria , questi avevano una forma così aguzza da sembrare un affastellamento di V rovesciate o se preferite delle squadrette da disegno con la punta rivolta verso l’alto. Lasciato un po’ a malincuore questo posto ultra panoramico ci siamo spostati più in basso dove per un tratto avremmo potuto vedere ancora i due mari se non fosse stato che alti pini ne coprivano in larga parte la veduta sul lato tirrenico. Abbiamo comunque proseguito il nostro cammino sotto un venticello abbastanza fresco a causa dell’altitudine.

Questa volta la nostra vista era allietata non più o non solo dall’azzurro del mare che pur scorgevamo in fondo alla valle, ma da due diverse sfumature di verde sul versante montuoso a noi prospiciente. Si alternavano fasce compatte del verde più scuro dei pini con le tonalità più chiare e tenui dei faggi e delle querce. Nell’insieme generavano un effetto cromatico quanto mai distensivo e rasserenante, quasi che questi colori fossero in grado di placare qualsiasi tensione esistente nel nostro animo. Ammesso che ce ne fossero, perché a dire il vero, già l’escursione, la compagnia di per sé, ci mette tutti di buon umore.

Una volta che ci raduniamo e ci incamminiamo tutti gli altri pensieri li mandiamo in vacanza. Ma proseguendo nel nostro cammino non ci imbattevamo soltanto in colori rasserenanti, ce n’erano altri che erano un vero e proprio inno alla gioia; mi riferisco alle ginestre spinose che si assiepavano lungo il nostro sentiero, alcune disposte come una palizzata, altre con una forma rotondeggiante quasi volessero disporsi in vaso. In questo periodo raggiungono la loro massima fioritura e il loro colore giallo acceso un po' tendente verso l’arancione induce lietezza. Ciò in linea di ciò che scrive il poeta Giacomo Leopardi : «Chissà a quale dolce amore rida la primavera… ».

In effetti dalle nostre parti in tanti luoghi interi versanti collinari sono occupati da queste efflorescenze, perciò quando parliamo di paesaggio ridente usiamo un’espressione perfettamente consona. Ormai sul percorso del ritorno siamo rimasti veramente ammirati e stupiti nel contemplare un abete quanto mai grande e maestoso soprattutto sviluppato in ampiezza con i rami protesi e dispiegati come delle lunghe braccia, interamente ricoperte, direi quasi inghirlandate dagli aghi ordinatamente raggruppati con quelli nuovi alle sue estremità di un colore verde brillante che contrastavano con la chioma scura degli altri. Ci è quasi sembrato un capolavoro d’arte.

Dopo ci siamo imbattuti in altri abeti simili ma più piccoli.

Perciò mi è venuto in mente il poeta Petrarca che in un sonetto così scrive: «Qui non palazzi, non teatro o loggia, / ma in lor vece un abete, un faggio e/ un pino. Tra l’erba verde e il bel monte / vicino…levan di terra al cielo il nostro intelletto».
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