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Davide Shorty sul palco di Sanremo: "La musica mi ha salvato e Palermo è sempre con me"

Davide Sciortino, in arte Shorty, palermitano, classe 1989, è tra gli otto giovani artisti in gara tra le Nuove Proposte che salgono quest'anno sul palco del Teatro Ariston

Elena Cicardo
Digital strategist
  • 3 marzo 2021

Davide Shorty

Prima ancora che il Festival di Sanremo avesse inizio, con la sua "Regina" aveva già conquistato tutti, aggiudicandosi il Premio Lunezia, vinto nel 2020 da "Rumore" di Diodato.

«La canzone è ricca di sfumature d'oltreoceano, dai sapori inaspettati, apparentemente senza controllo. L'approccio vocale dell'artista è complementare al resto dell'opera, trovando così gli equilibri per raggiungere qualità musical-letterarie», ha spiegato la direttrice Loredana D'Anghera.

Davide Sciortino, in arte Davide Shorty, palermitano, classe ’89, è tra gli otto giovani artisti in gara tra le Nuove Proposte che salgono sul palco dell’Ariston.

«Sono grato di essere in questo luogo sacro per la musica italiana, con l’orchestra che suona la mia canzone, è una sensazione straordinaria - racconta Davide. - Sono felice di portare su quel palco un genere che dal punto di vista mainstream ha ancora poca rappresentanza».



Soul, funk, hip hop, jazz.

Regina è una canzone d’amore che ha avuto come musa ispiratrice la sua ex compagna, l’attrice Celine Lancini che è anche il volto dei videoclip.

«Il brano è nato un paio di anni fa - racconta ancora Davide. - Con Claudio Guarcello, pianista palermitano, Emanuele Triglia, bassista calabrese, e Davide Savarese, batterista campano, eravamo sul Lago Maggiore a casa di Andrea Guarinoni che ci aveva invitato da lui una settimana per scrivere.

C’era anche Celine che faceva delle foto, poi è andata via. Una mattina ho scritto melodia e testo in maniera istantanea. Ho avuto una visione e ho detto “raga’ ma vi immaginate a Sanremo ‘sto pezzo qua?” ed è stato un coro all’unisono di “magari!”».

Le persone intorno gli dicevano che fosse un pezzo troppo raffinato per il Festival della canzone italiana, che avrebbe dovuto strizzare di più l’occhio al mondo pop. Eppure Davide continuava a pensare che proprio quell’essere fuori dal comune potesse rappresentare alla fine un punto di forza.

«A un certo punto mi è stato detto addirittura da uno dei giudici di AmaSanremo che il jazz è antico. E questa a cosa è terribile, perché il jazz è alla base della musica moderna, è sperimentazione!».

Nei giorni precedenti al festival, ha comprato delle scarpe nuove per l’occasione «mi sono regalato delle nuove Jordan, sono malato di sneakers», medita - pratica che da qualche anno lo aiuta nella gestione dell’ansia e nella consapevolezza di sé - e lavora a distanza, con Alessandro La Barbera, chitarrista e recording mixing engineer anche lui palermitano, al nuovo disco che vede tante collaborazioni.

Il periodo della pandemia lo ha trascorso a Londra, dove vive ormai da dieci anni.

«È stato un periodo prolifico, ho avuto modo di scrivere tanto, di mettere insieme tante idee accantonate nella frenesia del viaggiare, ho messo ordine. Però ora il palco mi manca davvero tanto. Ok una pausa, però poi anche basta».

In Sicilia, Davide Shorty è conosciuto da tempo per aver fatto parte della band “Combomastas”. X Factor, nel 2015, gli ha dato un grande successo in tutta Italia che ha messo in luce anche la sua enorme sensibilità.

«Ho vissuto un periodo di depressione, mi sentivo confuso e fuori contesto ma ho imparato tanto, la musica è stata la mia terapia costante. Ora so accettare le cose belle e le cose brutte che la vita ci mette davanti e a essere grato per ogni cosa».

Sul braccio destro ha tatuata la Chiesa della Martorana di Palermo.

«Musicalmente io sono nato con la scena rap palermitana, da Othelloman a Johnny Marsiglia, tutta quella scena lì mi ha cresciuto e mi ha fatto diventare l’artista che sono. Palermo me la porto dietro nella musica, nell’accento, quella mescolanza culturale pazzesca che va esaltata è un imprinting che ho sin dalla nascita.

Qualcuno durante AmaSanremo mi ha detto “tu sei fusion”, e in effetti sì, sono fusion e ne vado fiero».
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