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Dipinse la Santuzza nell'anno della peste: Vincenzo La Barbera, un genovese a Termini

Architetto e ingegnere, di origini genovesi ma cresciuto a Termini Imerese, può essere definito la personalità più prestigiosa dell'ultima fase del manierismo in Sicilia

Roberto Tedesco
Architetto, giornalista e altro
  • 13 novembre 2021

Vincenzo La Barbera, "Santa Rosalia intercede per Palermo", 1624-1625, Palermo, Museo diocesano

Vincenzo La Barbera, architetto, ingegnere, decoratore, disegnatore di arazzi e pittore termitano, può essere definito la personalità più prestigiosa dell'ultima fase del manierismo in Sicilia.

Nelle sue opere pittoriche è possibile ammirare la profonda conoscenza dell'architettura, spesso espressa attraverso un’accurata prospettiva, oppure rimanere incantati dalle raffigurazioni panoramiche rappresentate con la tecnica a volo d'uccello.

Di origine genovese, la sua famiglia si trasferì a Termini Imerese già dal XV secolo, fu apprendista di Antonio Spatafora, che lo trattenne nella sua bottega, fino a quando gli successe dopo aver maritato la figlia Elisabetta alla fine del '500.

La sua opera artistica, nei primi decenni del XVII secolo, fu molto richiesta, oltre che nella città natia, anche nei centri limitrofi di Ciminna, Vicari, Collesano e Caccamo.

L'eclettica figura dell'artista si espresse anche in un ciclo di cartoni, che vennero utilizzati come base per la realizzazione d'interessanti arazzi di notevoli dimensioni. Alcuni di questi sono conservati presso la chiesa di Santa Maria della Misericordia e rappresentano l'opera minuziosa e attenta di esperte ricamatrici del luogo.
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Eseguiti tra la fine del '500 e gli inizi del '600, su mandato del barone Henriquez Cabrera, con molta ragionevolezza servivano per arricchire le pareti del castello di Caccamo. Tra queste, Gneo Marcio Coriolano, che respinge le proposte di pace e un altro dal titolo Coriolano che cede alle preghiere di Volumnia e Venturia di non assalire Roma.

Dello stesso periodo segnaliamo un olio su tela dal titolo il Martirio di Sant'Agata, del 1600, tutt'oggi custodito presso la pinacoteca del Museo civico “Baldassare Romano” di Termini Imerese. Di altrettanto pregio artistico sono due tele conservate, sempre nella città delle Terme, nella chiesa di Maria SS. del Carmelo.

La prima è la Deposizione dalla Croce, proveniente dalla chiesa di San Francesco di Paola, la seconda è l'Albero genealogico di Maria. Nel 1609 iniziò a dipingere l'interno della sala di rappresentanza del palazzo del Magistrato di Termini Imerese oggi sede del Municipio. E’ questo forse l’unico esempio siciliano di celebrazione dei fasti di una città demaniale.

In tutto sono dodici pannelli e ogni due di essi vengono intercalati delle figure di personaggi illustri dell'antica Imera e di Thermae. Il ciclo pittorico rappresenta senza alcun dubbio una delle opere più interessanti dell’artista. Tutti i pannelli riportano una didascalia in latino, come suggerita all'autore dal maestro di umanità: Giovanni Leonardo Faraone.

A tal proposito gli studiosi locali Antonio Contino e Salvatore Mantia nel loro libro, “Vincenzo La Barbera, architetto e pittore termitano”, edito GASM nel 1998, così scrivono: «È da sottolineare che Vincenzo nella realizzazione del ciclo pittorico degli affreschi della Cammara, che esaltavano i fasti di Himera e di Thermae, si avvalse dell'erudizione del magister humanitatis, Giovanni Leonardo Faraone da Benevento e termitano di adozione».

La successione pittorica inizia con i due pannelli frontali che rappresentano: Eracle tra le ninfe, e una scena di uno spettacolo teatrale. I seguenti sei affreschi, partendo da destra, si riferiscono alle vicende storiche della vicina colonia greca di Imera.

In ordine: la fondazione della città, Tisia bambino, il viaggio di Stesicoro a Corinto, il tempio circolare eretto in onore a Stesicoro, ed infine la distruzione di Imera ad opera dei cartaginesi. Se nella prima parte della narrazione, la storia ruota intorno alla figura di Stesicoro, nel secondo ciclo il protagonista è Stenio.

Si inizia con il dipinto in cui Scipione restituisce alla città di Termini le statue trafugate dai cartaginesi ad Imera; si prosegue con Pompeo fermato da Stenio; poi quest'ultimo nell'atto di opporsi alla rapacità di Verre; ancora Stenio accusato da Verre, ed infine Stenio difeso da Cicerone.

Dopo la dipartita del suocero, il La Barbera divenne capo mastro delle fabbriche della città di Termini.

Nel 1616 realizzò il Trionfo della religione sull'eresia, una tela su olio conservata presso il Museo civico di città. In questa opera, in basso al centro, si legge la firma dell'autore: Vincetio La Barbera T[hermitanus] I[inventor] F[ecit] - 1616.

Intorno al 1621 il La Barbera svolse la sua attività a Collesano dove gli venne richiesto di dipingere la Madonna in gloria tra i Santi Cosma e Damiano, tale opera la si può ammirare nella chiesa di Santa Maria di Gesù.

Nello stesso periodo gli venne commissionato da Giuseppe Ardizzone, per un compenso di ventiquattro once, una tela, di notevoli dimensioni, dal titolo lo Sposalizio di Maria, attualmente custodita nella Chiesa Madre di San Nicola di Bari di Termini Imerese e un tempo allocata nella chiesa dell’Annunziata. Dal 1623 il La Barbera si trasferì a Palermo, iniziando così la sua prestigiosa attività di pictor civis Panormi.

L'anno seguente, nel 1624, pitturò Santa Rosalia che intercede per Palermo, tutt'oggi custodita al Museo Diocesano di Palermo.

È sicuramente una delle commissioni tra le più prestigiose del periodo palermitano. Era l’anno in cui la città di Palermo venne colpita da un’epidemia di peste che procurò migliaia di morti.

Il ritrovamento delle ossa della Santuzza (15 luglio 1624), con la miracolosa fine del morbo e con la successiva proclamazione della Santa a patrona della città dovette sicuramente condizionare il La Barbera.

In questo dipinto, la Santa è raffigurata in preghiera con lo sguardo rivolto alla Madonna e alla Santissima Trinità. Alle spalle di Rosalia è visibile la città di Palermo, il porto e il caratteristico monte Pellegrino.

La Santa, liberatrice della peste, viene rappresentata, con molta probabilità per la prima volta, con i suoi tradizionali attributi iconografici quali: la corona di rose sorretta da un angelo, il giglio simbolo di verginità e il teschio allusivo alla peste ma anche riferibile alla meditazione e alla mortificazione.

Questa tela può essere considerata una tra le prime raffigurazione della patrona di Palermo dopo il rinvenimento dei resti sul Monte Pellegrino.

Il 9 giugno del 1625, in occasione del primo “festino” dedicate a Santa Rosalia, il La Barbera ebbe l’incarico, per conto del Senato palermitano, di realizzare un arco trionfale. Oggi di questa opera abbiamo una immagine grafica con la descrizione di Onofrio Paruta che, nella seconda metà del XVII secolo, definisce eccellente l’intero apparato scenografico.

Durante il soggiorno palermitano il La Barbera ricoprì il prestigioso incarico di sostituto architetto del Senato di Palermo, in aiuto di Marino Smiriglio che era l’architetto in carica. Tra le opere degli ultimi anni di vita del La Barbera segnaliamo quella realizzata tra il 1637 e il 1638 dove fu uno degli artisti che dipinsero a fresco la Sala Montalto del Palazzo Reale di Palermo.

Per ulteriori approfondimenti sulla straordinaria opera artistica di Vincenzo La Barbera vi suggeriamo oltre la già citata pubblicazione di Contino & Mantia, i volumi di Teresa Pugliatti dal titolo: "Pittura della tarda maniera nella Sicilia occidentale (1557 – 1647)", edizioni d’arte Kalos del 2011 e di Giovanna Mirabella, "Un architetto del Senato termitano tra il XVI e il XVII secolo: Vincenzo La Barbera" edizioni Pubblisicula del 2008.
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