Dolcezza, ansia e il lancio della "tappina": il ritratto autentico delle mamme in Sicilia
La mamma in Sicilia è istinto, coraggio, empatia e silenzi pieni di significato. Una figura che ancora oggi porta dentro un’eredità fatta anche di cicatrici e sacrifici
Mi piace pensare che l’ottavo giorno Dio si rese conto di quanto fosse importante e bello, ma allo stesso tempo poco pratico, il sole e decise di creare qualcosa che potesse illuminare e scaldare ma anche abbracciare (senza bruciarti), che ti dà la vita e diventa il centro del tuo universo. Ecco, secondo me la mamma è nata proprio così. L’incarnazione perfetta della luce. E sicuramente in un luogo dove il sole è la sua linfa vitale e un tratto distintivo, la figura della mamma assume una sfumatura e una caratterizzazione più incisiva, soprattutto nel Mediterraneo.
La mamma in Sicilia è fatta di istinto, forza, coraggio, empatia e silenzi che spesso possono avere una doppia valenza. Le mamme isolane ancora oggi si portano nel DNA un’eredità fatta anche di cicatrici, di quelle che oggi sono le nonne o le bisnonne di tutti, dove l’amore veniva dato anche attraverso piccoli gesti non plateali, piccoli sguardi e grandi sacrifici che servivano a proteggere ed educare a una società che oggi (per fortuna) riteniamo un po’ lontana.
Mamme come Felicia Impastato, il primo nome che viene in mente quando parliamo di mamme e Sicilia, sono la dimostrazione di come una madre, già dal silenzio, fosse in grado di gridare il proprio amore. Perché si sa, le mamme, nelle situazioni peggiori, col cuore a pezzi, sono in grado di sprigionare una forza maggiore di quella impiegata nel momento del parto. Perché sì, ti danno la vita, ed è già molto doloroso e richiede una forza sovrumana che fino a quel momento non avevano mai affrontato prima. Ma è nei momenti di vero dolore che ti rendi conto di quanto coraggio ci voglia a sopravvivere a un cuore rotto.
«Io penzu/ ca i matri/ tutti i matri/ dùnanu cu latti/ a so carni/ e u so sangu;/ ca a prima stizza di latti/ a spreminu du cori,/ e chi diventanu mammi/ a la prima sucata du figghiu» diceva Ignazio Buttitta nella poesia “U latti da matri”, in cui si evince una connessione profonda che avviene fin da subito: è quasi un dono fisico e profondo che lega la carne e il sangue, perché si è fatti della stessa sostanza.
E forse è proprio da quella connessione che cediamo i nostri segreti, i nostri muri. Perché le basta uno sguardo, un incrocio, per innescare dissenso, supporto o una elevata incazzatura. E se sei così temerario, stai certo che non ci sarà un secondo scambio di sguardi, ma un magistrale lancio della “tappina”, degno del miglior lanciatore di baseball, perché all’occorrenza sanno essere anche molto sportive e competitive.
Ma guai a dire che sei stato bene e che hai mangiato bene a casa del tuo compagnetto o amico di scuola. In quella circostanza la mamma siciliana non accetta la sconfitta. Prima ti rende presente la ferita dei fatti “Ah, a casa di Paolo mangi tutto e poi qui non vuoi mangiare mai niente” e subito dopo è pronta a sfornare le migliori pietanze per riconquistare il cuore, o meglio, il palato.
Tutto questo nell’arco di una giornata che per una mamma non dura mai 24 ore. L’immensità di cose che può compiere una donna è quasi degna di un film di Nolan. Nel corso degli anni non sono mancate le conquiste e, nonostante oggi ci sia un grande rispetto e un’indipendenza per il proprio io , che circa 80 anni fa era quasi nulla, tra il lavoro, la cura della casa, le piccole spese quotidiane e i vari impegni dei figli (Il Papà c’è, ma il verdetto finale resta sempre nelle mani della mamma), non perde mai il controllo della famiglia e riesce a fare tutto alla perfezione.
Pronta con la soluzione a qualsiasi imprevisto, come se avesse assimilato un intero manuale di sopravvivenza: dai primi sintomi dell’influenza alle prime pene d’amore. È colei a cui puoi porre qualsiasi domanda: le risposte non mancano, ma nemmeno le 400 raccomandazioni a seguire. Perché poi, giunti a una certa età, si arriva a un sottile equilibrio tra dolcezza e ansia. Con le innumerevoli domande: “Chi stai facennu?”, “Unni vai?”, “Chi manciasti?”, “Ma cu cu ti unci?”, “Cummoghiati”. Ed è forse lì che il figlio o la figlia iniziano a rompersi i cosiddetti “cabbassisi”.
Ma in fondo la mamma è sempre la mamma. E siccome abbiamo appena utilizzato un’espressione molto familiare, c’è da dire che anche Camilleri era un “mammone”, come si può leggere da alcune lettere ritrovate alla madre, dove si nota il lato più intimo e puro del maestro, dai racconti delle sue giornate di lavoro quando si trasferì a Roma, dal 1949 al 1960, senza mai rinunciare alla richiesta del fatidico pacco da giù.
Probabilmente mamma lo si è per sempre, anche quando si diventa nonna, anche se i figli non sono geneticamente i tuoi. Perché ci si rende conto che, anche se un giorno quel sole diventasse una stella, continuerebbe per sempre a illuminare la tua vita.
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