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È l'angelo custode di tantissime anime che si sono perse: Nino Rocca, Palermo e gli "invisibili"

Alla costante ricerca di soluzioni educative, anche innovative, a volte andando oltre il suo "ruolo" se la situazione lo richiede. Perché è così che fanno le persone come Nino, quelle che amano il prossimo

Alessia Rotolo
Giornalista
  • 4 ottobre 2021

Nino Rocca

«E ricordati, mio sentimentale amico, un cuore non si giudica solo da quanto tu ami, ma da quanto riesci a farti amare dagli altri». Questa frase la dice il Mago di Oz all'uomo di latta che voleva disperatamente un cuore. E se si volesse giudicare il cuore di Nino Rocca, palermitano professore di storia e filosofia in pensione e diventato negli anni angelo custode di tantissime anime che si sono perse tra tossicodipendenza e solitudine, potremmo affermare con certezza che il suo è un cuore immenso.

«Sono nel mondo delle associazioni e del volontariato da quando ho 17 anni - racconta a Balarm Nino - anche quando ero insegnante ho continuato a provare ad aiutare gli altri, ero nella comunità di San Saverio al fianco di padre Scordato, nel movimento Lotta per la casa, ho fatto cooperazione internazionale con alcuni progetti in Brasile e in Africa».

Una vita sempre al fianco di chi vive ai margini con un metodo tutto suo che ha sviluppato nei lunghi anni di militanza dentro le associazioni e per la strada, perché quella che fa Nino è educativa di strada, «Il metodo che ho seguito e cerco di seguire - aggiunge - è capire i problemi e poi cercare di comprendere quali sono le soluzioni, anche innovative. Tenendo conto di un principio fondamentale: io come educatore devo creare le condizioni per cui la vittima di un disagio diventi protagonista del proprio riscatto. Deve essere la persona disagiata a comprendere e attivarsi per riscattarsi dal proprio problema, altrimenti è un lavoro vano».



E sono tantissime le persone che negli anni sono state aiutate dal professore in pensione, «Quello che ho notato - racconta - negli anni è che tutti: dalla persona disagiata dei quartieri difficili, al senza casa, passando per i progetti di cooperazione internazionale, chi si è salvato è perché ha trovato in se stesso la capacità di riscattarsi. Io dal canto mio ho sempre aiutato tutti con grosse iniezioni di fiducia e un accompagnamento empatico per risolvere problemi burocratici.

Purtroppo le istituzioni hanno fatto un passo indietro, quando io insegnavo a scuola c'erano nella stessa classe persone che studiavano e quelli che non studiavano, quelli che andavano male si diceva "Questo ragazzo è svogliato". Mi chiedevo cosa ci fosse dietro questa svogliatezza e così scoprivo sempre le storie di disagio familiare alle spalle.

Allora c'era una una buona presenza di psicologi dentro le scuole a cui ci si poteva rivolgere. Da quando me ne sono andato dalla scuola ci sono stati dei tagli al sociale, gli psicologi sono pochissimi e devono seguire tante scuole. E purtroppo gli insegnanti sono incapaci di intercettare le persone più fragili».

Nino è una persona alla costante ricerca di soluzioni educative: «Durante il primo lockdown mi colpì un episodio raccontato da una docente. Durante la DAD una professoressa aveva iniziato la propria lezione, e una ragazza tra le più brave della classe le disse "professoressa si fermi io non ho intenzione di ascoltare, ho bisogno che sia lei ad ascoltare me", la prof si fermò e capì che in quel momento era il caso di ascoltare il disagio di questa ragazza. Questo per dire che la scuola non può essere fatta solo da funzionari del sapere, da professori in cattedra, ma c'è bisogno di educatori».

E tra i tanti casi Nino si è imbattuto anche in Noemi, Noemi è una giovane donna che non è sopravvissuta alla feroce dipendenza del crack, è morta il 5 dicembre del 2020 tra i vicoli del centro storico di Palermo. Nel libro appena uscito che racconta la sua storia dal titolo "Noemi crack bang, la banalità del male" di Victor Matteucci e Gilda Sciortino viene tratteggiata anche la figura portante di Nino, un secondo papà, un angelo nella sua vita.

Nel libro vengono riportati i tantissimi messaggi che intercorrono tra Noemi e Nino e tra Nino e la madre e gli assistenti sociali e la psicologa che seguiva la donna, in questi messaggi Nino non perde mai la pazienza, è sempre presente e prova a trovare sempre soluzioni.

«Per quanto riguarda Noemi fu la madre che mi chiese di occuparmi di lei, - spiega - non aveva un'abitazione fissa sapeva che io mi occupavo di sanzatetto e così ho accettato di incontrarla. Da subito si è instaurato un rapporto di empatia, non volevo impormi ma volevo tendere la mano essere presente in ciò di cui aveva bisogno, avvertendo anche la mia inadeguatezza in questo ruolo, io non sono un assistente sociale.

Chiesi a Giuseppe Mattina di collaborare per costruire insieme un progetto per questa ragazza. Purtroppo il vero problema è che gli uffici degli assessorati sono a compartimenti stagni, ero io che dovevo rivolgermi alle istituzioni, trovare soluzioni al posto loro, non c'era da parte loro un progetto concordato, così andò avanti con tutti questi disagi a cui non si è riusciti a dare una risposta adeguata.

La società è cambiata e le istituzioni non si sono adeguate, bensì si sono irrigidite, hanno completamente perso il contatto con il territorio. Bisognerebbe tornare per strada. A Lisbona hanno abbattuto il numero dei morti per droga e hanno dato una risposta alla tossicodipendenza depenalizzato e poi sono andati verso di loro per accoglierli, hanno creato una struttura polivalente dove viene offerta loro una ospitalità, la possibilità di lavarsi, di trovare degli hobby, di fare dei colloqui per iniziare un percorso, non sono trattati da tossici ma da disagiati, tutto questo ha convinto i tossicodipendenti a fidarsi. È un punto da dove ripartire».

Nino si muove in bici ed è spesso tra Ballarò, lo Sperone e Borgo Vecchio, nei quartieri cardine per il crack «Parlo spessissimo con loro, sono molto disponibili a parlare, non ci va nessuno quindi quando ci va qualcuno gli fa anche piacere. Sono distanti dall'ordinaria vita della società, loro vivono in un mondo tutto loro, bisogna ricucire, dialogare e cominciare a mostrarsi disponibile ad un aiuto sincero con delle professionalità che bisogna mettere in campo, bisogna scendere in strada, il dialogo è importante da pari a pari, sarebbe una rivoluzione culturale che spero si possa con l'aiuto di tutti, e credo che si può fare».

«Con il sindaco Orlando abbiamo parlato e entrambi pensiamo che le istituzioni si devono mettere in discussione e devono rivedere delle posizioni. - continua - Sto seguendo un'altra persona che era amica di Noemi, si è stabilito un rapporto di fiducia, lei è una giovane donna, abbiamo parlato diverse volte e io spero che riesca a seguirmi e ad avere l'aiuto adeguato da parte delle istituzioni.

Proprio oggi un'altra mamma mi chiedeva se potessi prendermi cura di suo figlio, queste persone sono lo specchio dei drammi dei loro genitori. Bisogna dare una risposta a tutta questa disperazione perché gli strumenti che ci sono in campo non bastano. Vanno sollecitate le istituzioni per dialogare tra loro, servono tavoli dove le istituzioni parlano tra di loro tra i vari uffici. Ci troviamo di fronte ad una complessità dove occorre consultarsi tutti insieme per decifrarla e riuscire a fare qualcosa, e lavorare tutti insieme».
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