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Fece tutto in fretta, sapeva che il tempo lo rincorreva: Valenti, il Barone archeologo di Palermo

L'esser nato in una famiglia nobile e ricca, non gli impedì di andare oltre i destini ipotizzabili per i giovani rampolli. Giovanni Valenti aristocratico e ricco percorrerà la via dello studio e della ricerca sul campo

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 18 maggio 2021

Il barone Giovanni Valenti con la Sovrintendente Marconi (foto gentilmente concessa dalla discendente del Barone Valenti)

Ci sono persone che bruciano i tempi, affamati di vita, fanno grandissime cose in un tempo brevissimo: il Barone Giovanni Valenti fu uno di questi.

Grande studioso, determinato, a soli 23 anni seppe farsi conoscere e apprezzare come archeologo. L'esser nato in una famiglia nobile e ricca, non gli impedì di andare oltre i due destini ipotizzabili per i giovani rampolli: scialacquare tutti i beni in divertimenti ed eccessi, oppure dedicarsi in maniera maniacale alla conservazione del titolo e ricchezza, magari “sposando” altri feudi e altre proprietà.

Giovanni Valenti aristocratico e ricco percorrerà una terza via quella dello studio e della ricerca sul campo. Senza ricorrere a lontani ed esotici "safari archeologici", uno dei tanti hobby eccentrici della nobiltà, lui studiò la sua terra, sapeva che sotto ogni zolla che calpestava, si sarebbe potuto nascondere un reperto antico e prezioso.

Giovanni Valenti nasce a Palermo nel 1936, in un palazzo progettato e costruito dal grande Damiani Almeyda. Figlio di Maria Carolina Cammarata e Antonino Valenti, appartiene a una famiglia di ricchi proprietari terrieri, diventati nobili negli anni venti.



Giovanni studia al Gonzaga appassionandosi agli studi classici. Non sono però solo i libri e la conoscenza nozionistica che lo interessano, come un "Indiana Jones ante litteram", a lui interessa la scoperta. Iscritto alla facoltà di Lettere Antiche, studia in maniera approfondita il territorio di Prizzi, dove si trova la villa di campagna. È un territorio dominato da Cartagine, con una città, Hyppana o Hippana, menzionata da Polibio e conquistata nella prima guerra punica dai Romani.

Costruita su un'altura, monte San Lorenzo a 1007 metri, era in grado di controllare due territori quello di Agrigento e quello di Palermo. Questo territorio è chiamato dalla popolazione con l’antico nome greco: “Monte dei cavalli”. Della presunta città, prima che Valenti s’impegnasse in una campagna di scavi, rimaneva solo una necropoli.

Il Barone è uno studioso scrupoloso e attento, convinto che si trova su un’area ricchi di reperti e che quella necropoli è Hyppana. Non tralascia alcun indizio e scoperta, tramite la sua squadra verrà a sapere del ritrovamento, durante delle operazioni di dissodamento del terreno, di un manufatto in pietra. Il Barone lo recupererà e farà restaurare, decifrando l’epigrafe, “ Aurelio Cotta Console, LVII “ è il Miliarium, una delle pietre miliari che indicavano la distanza tra Agrigento e Palermo sulla via Aureliana.

La scoperta è importante, ma provoca gelosie ed invidie accompagnate dalle immancabili calunnie, Giovanni non se ne cura, fornisce dettagliate relazioni alla Sovrintendenza che lo autorizzerà a continuare il lavoro di ricerca.

Come dirà Angelo Vintaloro, studioso e appassionato del territorio "Fu un pioniere dell'archeologia moderna. Quando ancora si parlava di sterro, cioè lo scavo mirante solo al recupero degli oggetti, lui scriveva le stratigrafie di ogni sezione che portava alla luce, cercando di interpretarne le singole dinamiche legate al complesso dell’area di scavo".

Questo lavoro gli farà ottenere dalla Sovraintendente Marconi il riconoscimento di "Ispettore Onorario". Giovanni Valenti non appagato continuerà gli scavi nella necropoli, dal lato più impervio, dove le rocce cadano a strapiombo sulla campagna sottostante, rivenendo un pezzo unico e prezioso: lo Stephane, è l'1 luglio 1956, è un diadema/fascia in argento dorato con raffigurazioni del Corteo Dionisiaco, reperto collocabile al IV a.C.

Questo gioiello era indossato, da una sacerdotessa di rango, forse la stessa regina della città. I riti dionisiaci erano culti misterici- iniziatici cui partecipavano le donne che raggiungevano uno stato di ebbrezza ed estasi, condizione ritenuta necessaria per entrare in contatto diretto con il Dio.

La bellezza e preziosità di questo ritrovamento porterà Valenti, non ancora laureato, a partecipare come relatore ad un convegno della Società di Storia Patria di Palermo qui parlerà dei reperti recuperati nella necropoli, di fortificazioni e di resti che porterebbero ad individuare l'Acropoli di Hyppana.

In alcuni terreni trova dei resti di colonne appartenenti ad una abitazione romana databile tra il II e di I secolo avanti Cristo. Ma il suo desiderio rimarrà sempre quello di riuscire a dimostrare che la necropoli sul "Monte dei cavalli", è Hyppana.

Desiderio che s'infrangerà su un muretto nella notte del 17 gennaio 1959, sulla strada a scorrimento veloce tra Corleone e Palermo nella zona di Marineo; un camion, facendo un sorpasso azzardato manderà fuori strada la macchina con a bordo Valenti, la sorella e l'autista. L'Impatto sarà terribile, nella cronaca dei giornali, si legge che il responsabile, scappò via non prestando soccorso, sarà in seguito individuato e arrestato.

La famiglia ricorda che i soccorsi arrivarono in ritardo; trasportati in ospedale a Palermo, non si potrà far altro che constatare la morte del giovane archeologo, dell'autista, mentre la sorella si salverà riportando gravi ferite.

Così si spegne a 23 anni la vita del Barone Archeologo, qualcuno disse che "fece tutto così in fretta", come se sapesse che a lui non sarebbe stato concesso tempo. La famiglia onorerà la sua memoria donando il "Miliarium" e i resti delle colonne al Museo della città di Corleone "Pippo Rizzo" che dedicherà a Valenti una sala e la via del museo.

Da quel momento, calerà Il silenzio sul "Monte dei cavalli", restituendo al suo nascondiglio la città perduta.
E il diadema, lo Stephane, dove si trova, si starà chiedendo il lettore? Acquisito dal Museo Archeologico di Palermo, mi dicono sia stato inventariato, riposto in una cassetta e collocato in uno dei suoi magazzini.
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