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Federico II riceveva doni dall'Australia 400 anni prima della scoperta: la curiosa storia

La Sicilia era iper connessa nel 1200: alcuni studiosi scoprono che il re svevo possedeva un Cacatua, una piccola rivoluzione storica se pensiamo all'Europa dell'epoca

Andrea Di Piazza
Geologo e ricercatore
  • 6 luglio 2018

Federico II di Svevia (1194 - 1250)

Il "De arte venandi cum avibus" (dal latino = Sull’arte della caccia con gli uccelli) è un importante trattato di ornitologia e falconeria scritto da Federico II nell’arco di un trentennio ed oggi conservato presso la Biblioteca Vaticana (si può "sfogliare" online).

È considerata una delle opere scientifiche più significative del Medioevo ed è inoltre l’unica opera redatta personalmente dal sovrano: un documento da cui traspare tutta la sua passione per l’arte della caccia ed il personale approfondito livello di conoscenza dell’avifauna di quel tempo.

Ebbene un gruppo composto da studiosi australiani e finlandesi, guidati da Heather Dalton della School of Historical and Philosophical Studies dell’Università di Melbourne, analizzando nel dettaglio il manoscritto, ha scoperto un dettaglio sorprendente che potrebbe portare a riconsiderare lo sviluppo delle prime rotte commerciali nell’Europa medioevale.

Al foglio 18v, stilizzata a fianco al testo e posta accanto ad un esemplare di airone, si riconosce la silhouette di un fiero pappagallo Cacatua (Cacatua sulphurea). Cresta giallastra, piumaggio bianco, il Cacatua è un pappagallo originario dell’Australia: peccato però che il continente sia stato scoperto circa 400 anni dopo la stesura del testo.

Ma allora che ci fa un pappagallo australiano su un documento scritto in Sicilia nel XIIIº secolo? Dallo studio dei ricercatori, pubblicato sulla rivista Parergon, è stato dimostrato come il pappagallo fosse un dono del sultano egiziano al-Malik Muhammad al-Kamil a Federico II.

Il rapporto di amicizia, infatti, permise ai due governanti di scambiarsi reciprocamente lettere, libri, oggetti ma anche animali rari ed esotici.

Secondo Heather Dalton, il Cacatua cresta gialla raffigurato, deve essere stato portato dal suo habitat originario – Australia settentrionale, Papua Nuova Guinea o isole al largo dell’Indonesia – alla Sicilia, attraverso il Cairo, con un viaggio durato diversi anni.

I ricercatori inoltre sono riusciti a datare con buona precisione le immagini contenute nel libro, che risalirebbero ad un periodo compreso tra il 1241 ed il 1248.

Questa scoperta retrodaterebbe di 250 anni le altre rappresentazioni di cacatua nell’arte europea: per esempio, la tela della Madonna della Vittoria dipinta da Andrea Mantegna, (guarda la tela online) oggi custodita al Museo del Louvre di Parigi, dove si riconosce un piccolo cacatua cresta gialla appollaiato in alto a sinistra su un pergolato di foglie, frutta e fiori.

Un mondo dunque molto più connesso di quello che pensavamo, e sin dal Medioevo, come ricorda la ricercatrice australiana al "The Guardian": «Anche se l’Australia è ancora considerata l’ultimo continente ad essere scoperto, questa visione eurocentrica è sempre più smentita da scoperte come questa».

«Piccole imbarcazioni navigavano tra le isole comprando e vendendo tessuti, pelli di animali ed animali vivi, prima di approdare in porti come Java, dove vendevano le merci a mercanti cinesi, persiani o arabi - spiega - il fatto che un cacatua abbia raggiunto la Sicilia nel XII-XIII secolo dimostra che i mercanti che esercitavano il loro commercio nel nord dell’Australia, facevano parte di una fiorente rete che raggiungeva il Medio Oriente e, come in questo caso, l’Europa».

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