Femminista, ebbe 8 figli da 3 donne (e le api): Cusenza scrive "L'altro Garibaldi"
Dietro alla statua celebrata nei libri di scuola e nelle piazze, esiste un uomo molto più complesso e sorprendente. L'autore palermitano ce ne restituisce il lato intimo e privato
Un dipinto che ritrae Giuseppe Garibaldi
È proprio questo volto meno conosciuto che emerge da "L’altro Garibaldi". I diari di Caprera, il nuovo libro di Virman Cusenza, presentato il 5 Marzo alle ore 18.00 in un incontro organizzato a Villa Zito dalla Fondazione per l’arte e la Cultura Lauro Chiazzese, che ha riunito intorno all’autore studiosi e protagonisti della vita culturale.
A dialogare con Cusenza sono stati Giuseppe Barbera, professore ordinario di Colture arboree all’Università di Palermo, Massimo Onofri, docente ordinario di Letteratura italiana contemporanea presso l’Università di Sassari, e Marco Romano, giornalista palermitano e direttore responsabile del Giornale di Sicilia. A guidare la conversazione la giornalista, curatrice culturale e fondatrice della rassegna un tè con l’autore e infine Presidente di Federalberghi Rosa Di Stefano, che ha accompagnato il pubblico dentro uno degli aspetti più affascinanti del volume: la distanza, spesso solo apparente, tra il mito e la vita quotidiana.
Il libro restituisce un ritratto sorprendentemente umano di Garibaldi: non soltanto il rivoluzionario che attraversò due continenti combattendo per la libertà dei popoli, ma anche l’uomo che coltiva la terra, osserva il vento, annota le stagioni e costruisce a Caprera il centro silenzioso della propria visione politica.
«Non si poteva andare a scoprire l’altro Garibaldi senza avere sempre come immagine in mente quella dell’eroe. Le due facce - dichiara Virman Cusenza -sono della stessa medaglia e convivono nella stessa persona. Garibaldi a Caprera è sia l’eroe sia l’uomo comune che bada alle sue terre. È questa la parte che mi ha affascinato: scoprire la semplicità e anche gli aspetti più banali della sua vita quotidiana, che però si intrecciano alle grandi imprese politico-militari. E anche sfatare una falsa leggenda: Garibaldi non era in esilio a Caprera. Quella era il suo quartier generale, la base da cui ha realizzato tutto».
Nei suoi diari agricoli l’eroe annota con pazienza il ritmo delle stagioni: la temperatura, la fioritura degli alberi, le semine, il comportamento degli animali. La zappa e la spada convivono nello stesso quaderno, come se la storia e la terra seguissero lo stesso respiro. «Garibaldi è chiaramente un rivoluzionario che non si smentisce nemmeno quando coltiva la terra.
Senza conoscere questo aspetto più privato non capiremmo bene il Garibaldi delle imprese militari e politiche. – Chiarisce l’autore - Nell’apicoltura, per esempio, c’è quasi un condensato del suo approccio alla struttura di un esercito: osserva l’alveare e pensa a come organizzare un gruppo di guerriglia, la tecnica in cui era specializzato. Senza l’uomo che badava alla terra e allevava animali a Caprera non avremmo avuto il Garibaldi che conosciamo».
Dalla ricerca emerge anche un coro femminile sorprendente: centinaia di lettere scritte da donne di ogni estrazione sociale – nobildonne, borghesi, contadine, balie – che hanno amato, aiutato, finanziato e talvolta guidato Garibaldi. Queste voci restituiscono un Risorgimento meno celebrativo e più intimo, attraversato da passioni, fragilità e relazioni profonde. «Garibaldi amava le donne e ne era riamato in modo evidente. – Chiarisce Cusenza - Non solo perché era un eroe o un simbolo positivo, ma perché aveva un trasporto autentico verso di loro
Rimasto vedovo molto presto di Anita, a quarantadue anni, è inevitabile che abbia avuto una vita sentimentale dopo di lei.
Alterna nobildonne e donne dell’alta borghesia con contadine e balie, spesso anche con esiti complicati: alcune restano incinte e lui deve correre a regolarizzare le situazioni. Alla fine si ritrova con otto figli di tre unioni diverse. Però della donna Garibaldi dice un gran bene anche dal punto di vista politico e sociale: ritiene che sia l’unica persona capace di cucire la società, di comporre i conflitti. In questo senso è molto avanti rispetto alla sua epoca: un femminista ante litteram».
Non a caso Garibaldi immaginava un’Europa unita ben prima che l’idea diventasse realtà storica e guardava con attenzione agli Stati Uniti, arrivando a rifiutare l’offerta di guidare un esercito per Abraham Lincoln finché la schiavitù non fosse stata abolita. Ideali altissimi, che convivono però con una vita privata talvolta disordinata. «Direi che tutto sommato Garibaldi - chiarisce l’autore - è rimasto abbastanza coerente con se stesso. Certo, ha avuto contraddizioni e fragilità, ed è proprio il lato che mi interessava esplorare. Però, soprattutto se lo paragoniamo a certi epigoni dei nostri giorni, resta fedele alla sua idea di semplicità e al rifiuto della ricchezza.
L’unica cosa che gli contestano alla fine della vita è di aver accettato il cosiddetto dono nazionale e la pensione concessa dal governo Depretis. La incasserà per pochi anni prima di morire, e probabilmente lo fece solo per le pressioni della moglie Francesca Armosino. È stato un uomo che ha cercato di restare coerente fino alla fine». Proprio il tema del rapporto tra Garibaldi e le donne, emerso nel libro e durante l’incontro, apre uno sguardo interessante anche sulla Palermo di un tempo. Non solo perché la città fu uno dei teatri più intensi dell’impresa garibaldina, ma perché in quella stagione le donne palermitane non furono semplici spettatrici della storia.
Rosa Di Stefano ricorda come l’arrivo di Garibaldi in Sicilia nel 1860 trovò una città già pronta alla rivoluzione, e come il contributo femminile si rivelò determinante nella costruzione di quel clima di consenso che accompagnò l’impresa dei Mille. «A Palermo le donne non furono affatto spettatrici. Furono parte viva di quella stagione.
Quando Giuseppe Garibaldi arrivò in Sicilia nel 1860 trovò una città pronta alla rivoluzione, e in quella città le donne svolsero un ruolo sorprendentemente concreto. Cucivano camicie rosse, raccoglievano fondi, organizzavano reti di sostegno ai volontari, curavano i feriti. Ma facevano anche qualcosa di ancora più importante: costruivano consenso. Nelle case, nei salotti, nelle conversazioni quotidiane. Le donne palermitane furono una straordinaria infrastruttura civile della rivoluzione. Senza di loro la causa garibaldina avrebbe avuto meno forza sociale».
Accanto a questa partecipazione concreta, non mancava un elemento più emotivo e simbolico, che contribuì a rafforzare il mito del generale. «Garibaldi non era soltanto un leader militare: era un simbolo romantico, quasi un eroe letterario. Per molte donne rappresentava l’idea stessa di libertà, di coraggio, di riscatto».
Un entusiasmo che, come sottolinea Di Stefano, non rimase mai confinato alla dimensione sentimentale. «Questo entusiasmo non fu passivo: fu energia civile. Fu partecipazione. E Palermo, anche grazie alle sue donne, divenne uno dei cuori emotivi del Risorgimento». Il mito romantico che circonda la figura dell’eroe dei due mondi ha spesso contribuito ad amplificare questa dimensione affettiva. Ma tra leggenda e documenti, la figura di Garibaldi appare più complessa e umana.
«L’immaginario romantico attorno a Garibaldi è stato potentissimo. L’eroe con la camicia rossa, lo sguardo intenso, il combattente per la libertà dei popoli: era quasi inevitabile che diventasse una figura mitica. Ma quando si leggono le lettere, i documenti, i diari - come fa in modo molto intelligente Virman Cusenza nel suo libro - si scopre un uomo molto più complesso. Un uomo capace di grande fascino, certo, ma anche contraddittorio, emotivo, a volte impulsivo».
Ed è proprio questa dimensione più autentica a restituire una storia più ricca e sfaccettata. «Dietro il mito troviamo una persona vera. I documenti ci mostrano un Garibaldi che dialoga con le donne, che le ascolta, che in molti casi ne riconosce l’intelligenza e il ruolo civile. Pensiamo al fatto che già nel 1862 arrivò a scrivere che le donne avrebbero potuto governare meglio degli uomini». Le testimonianze femminili raccolte nel tempo restituiscono anche una Palermo che osserva, ama e talvolta giudica il protagonista del Risorgimento. «Le donne non hanno solo partecipato agli eventi: hanno contribuito a raccontarli. Le lettere, i diari, le testimonianze private - Chiarisce la Di Stefano - restituiscono una Palermo femminile straordinariamente lucida.
Una città che osserva Garibaldi, lo ammira, ma non rinuncia a giudicarlo». Proprio attraverso queste voci la memoria storica si trasforma in racconto collettivo. «La memoria pubblica non si costruisce solo con le battaglie o con i proclami ufficiali. Si costruisce – aggiunge Rosa Di Stefano - anche con gli sguardi delle persone, con ciò che si racconta nelle case, nelle famiglie, nelle comunità. Le donne palermitane hanno trasformato un evento politico in una narrazione condivisa. In qualche modo hanno contribuito a creare il Garibaldi che ancora oggi abita il nostro immaginario: un Garibaldi eroico, certo, ma anche profondamente umano».
Ed è forse proprio questo il merito più grande del lavoro di Virman Cusenza: avere il coraggio di avvicinarsi al mito senza timore di incrinarlo. Non per demolirlo, ma per restituirgli vita. Attraverso i diari di Caprera l’autore Virmar Cusenza compie un’operazione rara: sottrae Garibaldi alla retorica e lo riconsegna alla dimensione della carne, della terra, del tempo quotidiano. L’eroe dei due mondi riappare così mentre osserva il vento, annota il clima, alleva api, coltiva campi. E proprio in questi gesti semplici si intravede con maggiore chiarezza l’uomo che ha immaginato rivoluzioni, libertà e popoli nuovi.
È in questa capacità di guardare dietro il monumento che si misura l’intento del libro. Cusenza non smonta Garibaldi: lo illumina da un’altra angolazione. Ed è così che accade allora qualcosa di sorprendente. L’eroe non diventa più piccolo: diventa più vicino. E Garibaldi - quello che semina, scrive, ama e sogna - smette di essere soltanto un monumento del Risorgimento per tornare a essere ciò che Virman Cusenza ci invita finalmente a vedere: un uomo capace di cambiare la storia.
Perché quando la storia smette di parlare attraverso statue e comincia a raccontarsi attraverso le vite, le fragilità e le contraddizioni degli uomini, il passato torna a respirare e ad ispirare. Virman Cusenza ci invita ad una riflessione: come la storia ci insegna, forse dovremmo coltivale l’umiltà di restare umani, solo così la storia potrà diventa vita, racconto, narrazione individuale e per questo anche un po’ nostra.
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