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Figlia del duca di Salaparuta e madre di Dacia Maraini: la vita intensa di Topazia Alliata

Artista, gallerista, mecenate e imprenditrice, ebbe tre figlie. Vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo, la lunga vita di Topazia Alliata fu costellata di eventi e rivoluzioni

Sara Abello
Giornalista
  • 23 novembre 2021

La famiglia Maraini

Nata a Palermo, vissuta tra l’Europa e l’Asia, cittadina del mondo e di certo non una "bagherese doc", di Topazia Alliata ci è sempre stato offerto un ritratto pubblico di donna che ha attraversato e vissuto oltre un secolo di storia e rivoluzioni tutte al femminile, poco sul suo rapporto senza radici, pardon per l’ossimoro, con la terra natìa.

Nasce nel 1913 tra gli affreschi di Palazzo Alliata di Villafranca, nel centro storico di Palermo, e vive a Villa Valguarnera tra gli agrumi di una Bagheria non ancora divorata dal cemento. Protagonista di una lunga e travolgente storia d’amore con Fosco Maraini, uno dei più grandi antropologi e orientalisti italiani del novecento, madre di ben tre figlie femmine (la maggiore è la scrittrice Dacia Maraini), vittima in un campo di concentramento in Giappone durante la seconda guerra mondiale, artista, gallerista, mecenate e imprenditrice.

Ha vissuto 102 anni sì, ma nonostante ciò, sembra impossibile concentrare tutti questi elementi in un’unica esistenza. Topazia era figlia del principe Enrico Maria Alliata di Villafranca, duca di Salaparuta, non so se ciò vi evochi qualcosina... membro di una nota famiglia aristocratica siciliana di origine toscana, gli Alliata.



Una donna fuori dal comune di sicuro, passeggiava da sola per le strade di Palermo in un’epoca in cui non era certo visto di buon occhio, fumava, guidava, portava i pantaloni, letteralmente. Una donna fuori dal tempo potremmo dire, dal suo di sicuro! Considerate che convinse il padre a farle frequentare la scuola libera del nudo dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, dove fu la prima donna ad accedervi, e fu lì che conobbe alcuni degli artisti che divennero suoi grandi amici, tra questi Renato Guttuso.

La libertà era la scossa elettrica che la accendeva, non a caso visse tutta l’esistenza da anglofila, sulla scia di quell’istitutrice inglese con cui crebbe. Quando si recò per la prima volta a Londra a diciotto anni ne restò talmente ammaliata che per tutta la sua vita considerò sempre l’Inghilterra come la sua terra ideale, simbolo di quella libertà sempre cercata e inseguita.

Concluse la sua esistenza a Roma, dove si trasferì negli anni ‘50 e dove fondò la Galleria Trastevere, circondandosi di artisti e trasformandosi in una talent scout capace di scoprire e incoraggiare talenti sconosciuti, spesso di altre nazionalità, che accoglieva e ospitava. La stessa Topazia era stata una pittrice, capace di raccontare storie di persone e non di cose, anche se purtroppo a causa dei continui traslochi e dei furti, delle sue opere rimane molto poco ormai.

Non fu chiaro a nessuno perchè smise di dipingere, forse per sfiducia in se stessa come ha pensato la figlia Dacia, o forse perchè le cose accadono e basta, come in un click, versione nella quale credeva proprio Topazia.

Certo è, che all’arte ha dedicato tutta la vita, basti pensare che è stata tra le fondatrici del Museo Guttuso, a Bagheria. I musei del resto erano i suoi luoghi dell’anima, come amava definirli.

Ma torniamo a noi, a quegli aneddoti polverosi e meno conosciuti della vita della nobildonna che dei suoi titoli se ne infischiava altamente, che vi ho promesso prima. Con Topazia Alliata per un certo periodo il vino è stato fimmina... Non molti sanno infatti che ha guidato, dal suo ritorno dal Giappone del 1946 ai primi anni ‘60, la casa vinicola fondata dal bisnonno di suo padre, Giuseppe Alliata, principe di Villafranca.

Era il 1822 quando, stanco della politica, il principe si accosta ai vasti vigneti che possedeva, tra le altre zone anche in contrada Corvo, un territorio di Casteldaccia dove si ricavava un gran quantitativo di mosto che veniva poi trasportato
nelle cantine che si era fatto costruire poprio dentro il vasto parco di villa Valguarnera e delle quali, pare, esistano ancora tracce, non visibili purtroppo a noi comuni mortali che dentro la villa non possiamo mettere piede.

Fu il 1824 l’anno in cui il principe decise di imbottigliare il primo vino per donarlo agli amici e servirlo al palazzo di Villafranca e a villa Valguarnera, durante i suoi ricevimenti. Le prime cinquemila bottiglie di vino bianco e rosso riscossero un tale successo che non c’era nobile che non si vantasse di averlo assaggiato.

Pian piano quella del vino divenne una sfida anche per gli eredi di Giuseppe, dapprima il figlio Eduardo, poi il nipote Giuseppe, il pronipote Enrico, padre di Topazia, grazie al quale, in pochi anni il vino Corvo, prodotto dalla casa vinicola Duca di Salaparuta, divenne quello consumato in casa Savoia, nelle Ambasciate d’Italia all’estero e addirittura quello raccomandato dalla Santa Sede per le celebrazioni.

Fu Topazia Alliata, come vi dicevo, a prendere le redini dell’azienda, non appena tornò in Sicilia e venne a mancare il padre, che rimase per sempre l’ultimo signore delle cantine, nel frattempo trasferite a Casteldaccia. Notevole fu l’apporto della donna che, con il suo spirito intraprendente e rivoluzionario, riuscì persino a conseguire il diploma di Maestro assaggiatore dell’Ordine nazionale degli assaggiatori vinicoli nel 1953.

E sapete come lo si conseguiva? Con occhi bendati, davanti a una serie di bottiglie si doveva rispondere utilizzando solo il naso e il palato. Topazia è stata l’ultima Alliata a gestire l’azienda di famiglia, ceduta nel 1961 alla SOFIS, l’Ente Regionale per lo Sviluppo e Promozione Industriale, dopo aver tentato in tutti i modi di salvare la casa vinicola dalla crisi del dopoguerra. Anche nella sua guida dell’azienda di famiglia Topazia ebbe un piglio artistico, e lo concretizzò nella creazione della sua opera più celebre forse, opera enologica sì, ma pur sempre un’opera d’arte.

Era il 1959 quando, negli anni in cui il suo amico Pablo, tale Picasso... (e che amico aggiungerei!), aveva disegnato la Colomba della pace, pensò di “riportare un certo equilibrio con il Corvo, così nero”. Si trovò quindi a scegliere prima il nome e poi le fattezze di quel vino, un bianco superiore, delicato e raffinato, ancora oggi eccellenza dell’azienda, il Colomba Platino.

Purezza, semplicità, salvezza, forza, ingenuità, leggerezza, amore, libertà, tanti significati che permettono di raccontare la grandezza di un animale così indifeso, e di una donna dal talento straordinario come Topazia.
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