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"Franca sei tu?", il racconto di un ritratto: il dipinto misterioso ritrovato a Palermo

Un'opera che ritrae Donna Franca Florio con Baby Boy, datata intorno al 1901, in ottime condizioni, ribattezzata "Il Mattino". L'intervista al critico d'arte che l'ha trovata

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 5 marzo 2026

Il dipinto "Il Mattino" con Donna Franca e "Ignazino" (foto su gentile concessione di Giuseppe Carli)

Scriveva Leonardo Sciascia: “Si dice i Florio: ma nella memoria o nell’immaginazione è lei donna Franca, immediatamente e imperiosamente presente, ad assommarne la fortuna e la rovina. Senza di lei la storia dei Florio sarebbe stata una storia verghiana, solitaria e dolorosa, di accumulazione e disgregazione, di sommessa e inesorabile fatalità, con lei diventa una storia proustiana di splendida decadenza, di dolcezza del vivere, di affabile e ineffabile fatalità. E corale: quasi che un’intera città, l’intera Sicilia, ne partecipasse”.

Franca Jacona della Motta sposata al commendatore Ignazio Florio fu icona incontrastata della Belle Epòque a Palermo; modello di stile e raffinatezza, fu anche una donna moderna e seppe svincolarsi dallo stereotipo che la voleva solo moglie e madre, angelo del focolare, per incarnare il ruolo della signora emancipata, che viaggiava anche senza il marito al fianco, che indossava i pantaloni, che faceva sport, che andava a cavallo, che conosceva le lingue straniere, che era capace di conversare nei salotti.

Esistono diversi ritratti pittorici che hanno cercato di immortalare lo charme e l’eleganza senza tempo dell’incontrastata “regina di Palermo”: alcuni sono noti come il ritratto iconico di Giovanni Boldini o quello di Ettore De Maria Bergler; di altri si sono perse le tracce. Un dipinto di cui poco si sa per esempio è quello del 1907, commissionato all’ abruzzese Francesco Paolo Michetti: non piacque a Ignazio Florio e il pittore, indispettito, pensò di dipingervi sopra un mazzo di fiori.

Un altro ritratto poco conosciuto venne eseguito dal pittore palermitano Luigi Di Giovanni e venne donato dalla stessa Franca, con affettuosa dedica, a Nicoletta Cianciafara. Uno splendido ritratto inedito di Franca Florio, “la divina beltà” come l’appellava lo scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa, sembrerebbe esser stato ritrovato dal critico d’arte e gallerista Giuseppe Carli.

Si tratta di un'opera a pastello, realizzata su una tela sottile, che è stata datata intorno al 1901 e si presenta in ottime condizioni; raffigura (in un’atmosfera delicata e sognante, accentuata dalla luce diffusa e morbida) una scena tenerissima: «I nostri occhi vengono immediatamente catturati dalla raffigurazione di una donna e di un bambino - spiega Carli - . La donna, sdraiata in una posa rilassata con un braccio sollevato sopra la testa, esprime una serenità e un dolce sorriso, mentre il bambino, presumibilmente suo figlio, è appoggiato a lei in un abbraccio colmo di affetto». Lei ha la pelle di porcellana, una folta capigliatura riccia e scura, occhi chiari; indossa un abito di colore azzurro chiaro, ornato di pizzi e merletti bianchi, non indossa alcun gioiello, mentre il bambino ha lunghi capelli di un biondo dorato e sta accovacciato sul fianco della madre.

Andrea Casotto - continua ancora Carli - esperto in abiti d’epoca e proprietario della collezione privata “Abiti del Passato”, descrive con precisione l’abito: «Si tratta di una “Robe de Chambre”, di linea princesse, realizzata in raso di seta azzurro polvere, arricchita da strati in chiffon e decorata frontalmente da rouges di chiffon plissettato. In esso si rivela un’eleganza sobria, ma anche la delicatezza di un momento privato. Nonostante non tutto l’abito sia visibile, la silhouette del bustino ade rente e la gonna lunga e svasata con strascico parlano di una grazia innata».

Questo tipo di vestito veniva indossato dalle donne dell’epoca nei momenti di serenità, prima di scendere dal letto e immergersi nel mondo esterno. Nella quiete mattutina, prima di mettersi in ordine e prepararsi per la giornata, in quell’abito da camera”. Secondo Carli il quadro potrebbe ritrarre Franca Florio e il suo erede Ignazino, soprannominato Baby Boy, un bambino con occhi chiari e lunghi capelli dorati. prematuramente scomparso in circostanze misteriose: Franca gioca teneramente con Ignazino, mentre tiene in mano un rametto di lunaria, che delicatamente poggia sulla parte superiore del capo del bambino.

La lunaria, comunemente conosciuta come “moneta del Papa”, è una pianta i cui semi essiccati assumono una forma simile a quella delle monete, ed è ritenuta – a torto o a ragione – simbolo di ricchezza e prosperità. Il dipinto celebra la nascita di Ignazino, erede destinato a perpetuare il nome dei Florio e a portarne avanti l’immensa eredità; la lunaria suggerisce che ricchezza, fortuna e onestà dovranno sempre circondare il giovane erede.

La pianta e il dipinto rappresentavano dunque le speranze e le aspirazioni della famiglia Florio, che vedeva in Ignazino una radiosa promessa di continuità e di futuro. «Sebbene l’opera sia ancora anonima - afferma Carli “Ritengo che il titolo più appropriato possa essere "Il Mattino": non solo perché l’ambientazione è quella del momento del risveglio, ma perché baby Boy è l’alba di Casa Florio; la continuità, già fin dalla più tenera età».

Secondo il critico d’arte è possibile che il quadro sia stato commissionato per essere collocato nella camera da letto di Franca (celebre per la pavimentazione con petali di rosa dipinti); ma è altrettanto probabile che la morte tragica del bimbo abbia spinto la famiglia a disfarsi dell’opera: averla quotidianamente sotto gli occhi avrebbe infatti perpetuato lo strazio dei genitori… Per decenni il quadro è stato esposto nel salotto di una famiglia palermitana, come documentano diverse fotografie, «Guardando il retro, si nota – dice lo studioso - che la cornice è stata riadattata, probabilmente per questo motivo non è presente la classica targhetta in ottone che indica il nome dell’artista».

Nell’angolo in alto a destra del dipinto, si può però notare la firma prestigiosa dell’artista, il pittore toscano Vittorio Matteo Corcos (1859-1933), ritrattista molto in auge nel periodo della Belle Epoque, tra la fine Ottocento e l’inizio del Novecento, (al pari dei contemporanei Giovanni Boldini e Giuseppe De Nittis suoi mentori).

«L’analisi di tale firma rivela una notevole somiglianza con altre firme dell’artista, in particolare quelle realizzate mediante la medesima tecnica del pastello. Un aspetto particolarmente degno di nota è la quasi identica conformazione delle lettere rispetto ad altre missive autografe di Corcos indirizzate ai suoi amici o presenti nella sua corrispondenza personale - spiega Carli e aggiunge -. Un particolare che contribuisce all’autenticità della firma è la lettera "S" finale del cognome, realizzata in uno stile sinuoso che richiama la forma di un serpente e presenta un caratteristico occhiello nella parte superiore, elemento distintivo tipico della calligrafia di Corcos».

Nato a Livorno e formatosi a Parigi, dove visse a lungo, Corcos raccontò per immagini “tutte zucchero e rosolio” la cronaca della quotidianità parigina. Incarnò l’essenza stessa della Belle Epoque: l’eleganza, il lusso, il divertimento, la civilitation du plaisir. Raffinato interprete di una cultura in fermento, emerse come uno dei massimi esponenti del ritratto (raffigurò tra gli altri Giuseppe Garibaldi, Eleonora Duse, Giuseppe Verdi, Gabriele D’Annunzio, per ben due volte Giosuè Carducci), rivelando nelle sue opere, anche attraverso l’utilizzo della luce, non solo la fisionomia dei soggetti, ma anche la loro personalità e le loro emozioni più profonde.

Corcos era solito dire: «Se non conosco prima l’uomo o la donna a cui devo fare il ritratto, se non mi invitano loro a colazione, li invito io». La tavola diventava luogo d’incontro e di rivelazione, in cui ci si metteva a nudo. A Parigi Corcos si guadagnò l’ambito appellativo di “Peintre des jolies femmes” (pittore delle belle donne), un titolo che metteva in luce il suo indiscusso talento nell’arte del ritratto femminile; successivamente divenne anche “il ritrattista delle teste coronate”: della regina Amelia del Portogallo, della regina Margherita di Savoia, del Kaiser Guglielmo II e della moglie l'Imperatrice Augusta Vittoria.

Tornando al quadro palermitano scoperto da Carli: «Questa affascinante opera d’arte è avvolta in un velo di mistero - dice lo studioso -. La sua origine rimane sconosciuta. Le memorie della famiglia raccontano di quell’acquisto effettuato intorno agli anni ‘50 presso uno degli antiquari più rinomati della Palermo di allora, molto probabilmente l’antiquario Barbaro, che acquistò numerosi beni messi all’asta dai Florio».

Giuseppe Carli ha ricostruito con puntigliosa precisione la storia del quadro e ha formulato possibili ipotesi sulla genesi del dipinto: i suoi studi sono al centro del volume “Are you Franca?”, pubblicato da edity, con prefazione della Dott.ssa Maristella Trombetta Docente di Filosofia e critica delle arti visive e Storia dell’Estetica Università degli Studi di Bari.

Afferma Carli inoltre che il giornalista Vincenzo Prestigiacomo, apprese da Giulia Florio (ultima figlia di Ignazio e Franca) che nel 1893, durante il viaggio di nozze, i suoi genitori, visitarono la galleria Goupil, e in modo aperto e sincero Franca manifestò il desiderio di posare per un ritratto da parte di Corcos. Purtroppo non ci sono tracce di incontri o di contatti tra Franca Florio e il pittore toscano; ma la scoperta di questo dipinto inedito, assume in ogni caso i contorni di un evento di fondamentale rilievo: non solo aggiunge un nuovo, prezioso tassello al mosaico dell’arte italiana, ma rappresenta anche una rinascita autentica per Corcos stesso, il cui nome, a lungo, è - stato oscurato dal clamore di altri suoi contemporanei.

L’opera "Il Mattino" appartiene a una collezione privata e si può ammirare in questo periodo presso la Galleria d’arte Il Casino delle Muse, via XII Gennaio 11, Palermo nei giorni martedì, mercoledì, giovedì, venerdì e ai seguenti orari: dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.30 alle19.30.
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