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Fu abbattuta e dimenticata: a Catania c'era Villa d'Ayala, segnata da sfarzi, eleganza e tragedie

Singolare il destino di uno stile e di un'epoca che ebbe la sfortuna di vivere a ridosso di grandi sconvolgimenti della storia. La sua grazia ed eleganza furono un volo di farfalla

Susanna La Valle
Insegnante e scrittrice
  • 1 febbraio 2021

Com'era Villa d'Ayala a Catania

È una storia come tante altre, quella delle belle ville di una volta, testimonianza di un’epoca, senza più qualcuno a difenderle, rivendicarle, proteggerle dall’inesorabile trascorrere del tempo, furono abbattute per far posto alle nuove necessità di una società in trasformazione.

E il nuovo si fa sempre strada senza scrupoli, prepotentemente affondando le sue radici sulle macerie del vecchio, spazzando via con sé le strutture che lo rappresentavano, distruggendo non più in nome del bello ma dell’utile, e si sa le categorie di quest’ultimo quasi mai contemplano le emozioni. Così oggi racconto di Villa d’Ayala a Catania. Recuperare notizie non è stato facile, quasi completamente perduto il ricordo, bisogna ringraziare chi tenacemente ne ha conservata la memoria con foto, libri o articoli.

È il 13 giugno del 1914 quando il giornale “La Sicilia” riporta in un articolo la sfarzosa inaugurazione di una Villa liberty, una dimora favolosa, in un luogo riservato ma non lontano dal centro, nella zona Oliveto Scammacca, tra le attuali Viale Libertà e Corso Italia. Era la villa dei ricchi conti d’Ayala a Catania, famiglia di antica nobiltà spagnola. Fu un avvenimento mondano imperdibile.



Il progetto fu commissionato al rinomato architetto Paolo Lanzerotti, ideatore di un Liberty singolare, non amante dell’elemento floreale che considerava "uno stile da convulsioni", realizzò con questa casa il suo capolavoro, un connubio tra classicismo e liberty. Non badò a spese Il conte Francesco Saverio d’Ayala, uomo raffinato e amante dell’Art déco, che per la realizzazione gli interni chiamò le migliori maestranze, alcune fatte venire dalla Francia.

Sulla recensione dell’abitazione si legge: "Tutto arcanamente si armonizza in questa dimora di fate: dal vestibolo, in legno noce, da dove s'intravede l’ampio scalone che conduce al piano superiore, al grandioso salone, o hall, d’una magnificenza sovrana, che riceve un'illuminazione radiosa e fantastica… Questo immenso salone è tutto bianco, a stucco, dall’indovinata altissima tettoia a superbi cristalli istoriati, stile veneziano, vezzosamente adorno di mobili rossi di pura fantasia moderna in questa hall ogni cosa è vezzosamente disposta: mobili rossi sui moire e velluto verde, adattati ovunque fra vasellami d’argento e porcellane pregevoli tra statue e ninnoli leggiadri…"

Padrona di casa l’avvenente Contessa, donna affascinante e colta che fece della dimora uno dei salotti culturali della Catania di quell’epoca. Una vita perfetta e invidiabile che un brutto giorno si trasformò in tragedia. La più piccola dei figli, amatissima dai genitori, sfuggita ai controlli di una tata forse un po’ troppo distratta, salì all’ultimo piano dello scalone interno, alla’altezza del lucernaio. Arrampicatasi sulla ringhiera interna, si sporse, precipitando sulla hall sottostante: morirà sul colpo. I conti, distrutti dal dolore, trovarono insopportabile continuare a vivere in quel posto e decisero così di vendere la proprietà.

Da qui iniziò la lenta agonia della lussuosa abitazione. Acquistata dal Barone Fisauli, sarà di nuovo ceduta a una famiglia della rampante borghesia cittadina, i Pappalardo. Questi considerando le potenzialità rappresentate dalla struttura, la trasformarono negli anni venti in un lussuoso e mondano caffè ristorante e sala da ballo.

Poi, tra gli anni venti e trenta, i Pappalardo vendettero il piano terra alla “RACI” (Reale Automobil Club d’Italia), in un periodo in cui Catania cercava di eguagliare la passione per l’automobilismo di Palermo promossa dalla Famiglia Florio. Le gare automobilistiche erano, per quei tempi, non solo attività sportiva ma occasione d’incontri per aristocratici e ricchi borghesi. In seguito, con l’affermarsi della dittatura fascista, cambiò il gusto dell’epoca.

L'Arte di Regime sposerà l'architettura Razionale, aprendo accesi dibattiti culminanti nell’esposizione organizzata nel 1931 a Roma cui partecipò l'Architetto catanese Giuseppe Marletta. Fu uno strano periodo perché, se da un lato cercava di affermarsi la giovane scelta razionalista, dall’altro continuava la tendenza tradizionalista amata dal Duce.

In questa strana convivenza il Liberty non trovò più posto e venne da molti considerato “orribile”. La villa così rimase come cristallizzata in un tempo passato. Con la guerra subì, la requisizione prima dei tedeschi e poi degli inglesi, subendo razzie e danneggiamenti dagli uni e dagli altri. Terminato il conflitto, tornò in possesso della Famiglia Pappalardo, furono fatti alcuni lavori, diventando sede di ricevimenti, con un nuovo nome: Villa Excelsior.

Ma questa rinascita fu effimera e, passata ancora di proprietà nel 1958, dopo essere stata dimenticata e abbandonata da persone e istituzioni, fu consegnata alle ruspe e abbattuta. Sulle macerie sarà edificato un grande edificio di cemento, sede della Banca Commerciale Italiana. Della villa non rimase più niente, neanche il ricordo, lo stesso quartiere cambiò aspetto: da silenzioso, riservato e signorile, divenne lo snodo cittadino trafficassimo che oggi conosciamo.

Singolare il destino di uno stile e di un'epoca che ebbe la sfortuna di vivere a ridosso di grandi sconvolgimenti della storia. La sua grazia ed eleganza furono un volo di farfalla, diventato anacronistico, rispetto a una nuova società. Furono gioielli sacrificati sull’altare dell’utile e del profitto, un soffio leggero di grazia e stile di cui rimane solo qualche foto sbiadita in bianco e nero.
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