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Fu uno dei capolavori siciliani di ingegneria: al buio nei sotterranei delle torrette d'acqua

Il ventennio fascista fu un periodo difficile e, allo stesso tempo, ha permesso la costruzione di opere infrastrutturali che oggi difficilmente potremmo realizzare

Salvatore Di Chiara
Ragioniere e appassionato di storia
  • 21 novembre 2022

Una torretta fascista

I corsi e ricorsi storici sono quelli che appassionano maggiormente i lettori.

Ad esempio, il ventennio fascista ha rappresentato un periodo difficile, pieno di contraddizioni e allo stesso tempo, ha permesso la costruzione di opere infrastrutturali che oggi difficilmente potremmo mettere in piedi.

Non entrando nella logica d’appartenenza, il territorio di Castelvetrano è stato un cantiere aperto di notevole spessore. Tra le strutture realizzate,c'è l’acquedotto comunale che sostituì il vecchio impianto seicentesco. Uscendo dalla città di Castelvetrano e proseguendo in direzione per Partanna, lungo la statale è possibile imbattersi in una serie di torrette.

Entrando in una strada di campagna si realizza un’immagine fantastica: visitare l'interno (ove l'accesso è possibile tramite alcune scalette ferrate) e osservare da vicino questi capolavori.

Coloro che soffrono di claustrofobia dovuta agli spazi chiusi debbono evitare qualsiasi impegno nella visita delle suddette torrette. Improvvisamente sparisce la luce del giorno. L’ambiente rurale con vigneti e uliveti dove il verde primeggia lascia spazio ai sotterranei.
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Un tunnel scavato nel sottosuolo adibito alla fruizione dell’acqua cittadina. Un mondo immaginato che vale la pena vivere, osservare e toccare con mano. Una torcia e si ritorna indietro di quasi cent’anni.

Un periodo di grande fatica che si è concluso con la realizzazione di un complesso ingegneristico esemplare. L’obiettivo era quello di rivalutare e riammodernare l’intero sistema di approvvigionamento idrico e velocizzare i tempi di condotta acquifera.

Le torrette non avevano solamente una funzione puramente stilistica ma di accessione dentro le camere ipogee. I documenti firmati del 1925 attestano con esattezza i progetti e fautori dell’opera. Tra questi, il podestà di Castelvetrano e l’architetto preposto all’organizzazione, costruzione e chiusura dei lavori.

Una serie di disegni architettonici in grado di valutare alla perfezione il nuovo sistema. L’area di Bigini (da sempre ricca di acqua) fu modificata della sua originale conformazione e trasformata in un complesso di drenaggio.

Le sezioni divisorie delle torrette evidenziano i collegamenti tra essi con lunghe condotte. Un sistema a pendenza (vedasi ponte della Paglia collocato nella zona bassa) e caduta perché privo di pompe meccaniche.

La presenza di rubinetti di una certa grandezza indicano come fosse possibile chiudere la condotta in caso di superamento del livello di capacità imposto. I collegamenti erano perfetti e raggiungevano alcuni punti strategici (vasca Selinuntina) per il riempimento dei recipienti. Alcuni dettagli (lunghezza, pressione, capacità, ecc.) hanno modificato di molto il sistema idrico precedente.

È stato uno dei passi fondamentali per migliorare anche la qualità di vita dei castelvetranesi. La morfologia del territorio ha permesso e sostenuto l’intera costruzione e oggi, nonostante siano passati molti anni è possibile affermare la sua rilevanza.

Il passaggio del fiume Modione, il vallone della Paglia, il terrazzo panoramico, le torrette di epoca fascista, l’acquedotto, la torre Bigini, la vasca Selinuntina, l’ex passaggio ferroviario sul Modione, gli scavi di Mingazzini, la presenza di alcune grotte e tratti panoramici di grande interesse ambientale hanno dato smalto all’ex feudo di Bigini.

Quest’ultimo fornisce continuamente spunti di grande interesse storico-architettonico-archeologico e siamo ancora nelle condizioni di poter studiare le caratteristiche dei diversi periodi che hanno influenzato e modificato l’intero territorio.
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