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"Furmintari, vinaroli e rinaroli": il Carretto siciliano si candida a patrimonio dell'Unesco

Al Museo d'Aumale di Terrasini si trova la più ampia collezione di carretti siciliani provenienti da ogni angolo dell'Isola, sede anche di una serie di attività che mirano all'ambito riconoscimento

Rosa Guttilla
Giornalista
  • 9 ottobre 2020

dettaglio della ricca lavorazione dei carretti siciliani

"Niente racconta meglio di un carretto l'animo dei siciliani, racconta più di venti libri insieme", scriveva Renè Bazin.

Basta dire 'carretto siciliano' e subito viene in mente un'immagine di quello che è stato e continua ad essere fulcro della tradizione e dell'identità di quest'Isola e che punta a diventare, così come l'Opera dei Pupi, patrimonio dell'Umanità.

C'è un posto a Terrasini, nel Palermitano, stiamo parlando del Museo Regionale di Palazzo D'Aumale, polo multidisciplinare facente parte del Museo regionale di Arte Moderna e Contemporanea, articolato in tre sezioni tecniche - Archeologica, Etnoantropologica e Naturalistica - che conserva anche 70 esemplari di carretti siciliani, provenienti da collezioni di diverse "mani" della Sicilia, e che è promotore, attraverso una serie di attività, del riconoscimento Unesco.

«Dallo scorso anno - ci ha detto Mimmo Targia, direttore del Museo - promuoviamo una serie di attività che oltre a coinvolgere i principali rappresentanti, a vario titolo, del carretto siciliano, tassello indiscusso della nostra identità culturale, promuovono la diffusione e la salvaguardia di questo patrimonio antropologico che è tutto da scoprire e ammirare».



Per ogni angolo della Sicilia, infatti, ci sono diverse scuole che hanno 'firmato' gli esemplari con caratteristiche proprie che permettono di individuare la provenienza della fattura di ogni singolo pezzo.

«I carretti siciliani - continua Targia - non sono tutti uguali, anzi; le differenze, che vanno dalla struttura al decoro, sono le peculiarità che distinguono le produzioni e che forniscono una variabilità artistica e professionale».

La collezione più importante che è custodita al Museo è quella della famiglia Ventimiglia, ma sono presenti anche dei carretti provenienti da altre scuole quali quella di Palermo, quella del Trapanese, di Castelvetrano, quella di Marsala e quella dei catanesi, nella zona della Cese di Aci Sant'Antonio dove operò attivamente fino a 103 anni Minico Di Mauro.

«In questa stessa zona - ci ha detto Mimmo Targia - è ancora presente tra gli altri Nerina Chiarenza; l'area orientale della produzione dei carretti è quella dove si sente con maggiore impeto l'identità siciliana tanto che anche nei salotti di casa sono presenti carretti in scala 1:1. I cromatismi nell'uso dei colori, poi, cambiano da una scuola all'altra: nel catanese è molto usato il rosso cinabro, il blu e il verde che conferiscono una particolare eleganza ai carretti».

Nella scuola di Palermo vanno citati, tra le produzioni più significative, i fratelli Ducato di Bagheria, così come Emilio Murdolo la cui bottega era praticata anche da Renato Guttuso.

I carretti siciliani, strutturalmente, differiscono per le forme dei laterali e per l'altezza: quelli palermitani, ad esempio, hanno i "masciddari" (i laterali) con tre "barruni" e due riquadri con la sponda di forma trapezoidale; al Museo d'Aumale, tuttavia, sono presenti anche quelli della zona del trapanese che appaiono meno ricchi in decori ma solamente perchè erano utilizzati come trasporto merci quindi avevano sponde laterali più alte per il trasporto del sale.

I carretti nacquero all'epoca, infatti, per collegare, nelle aeree orientali, le miniere ai porti di sbarco; nell'area occidentale, invece, per il trasporto delle uve nei diversi vigneti. Erano dunque mezzi di lavoro che venivano distinti in: "vinaroli" (trasporto delle vinacce), "furmintari" (trasporto del grano) e "rinaroli" (per il trasporto dei materiali quali sabbia).

Nell'800 i carrettieri che diventavano piccoli imprenditori, con il rafforzamento anche delle strade cittadine, furono i promotori della produzione dei "carretti della domenica e dei festivi", molto più belli e decorati che servivano per portare in giro la famiglia.

Ma cos'è che lega l'Opera dei Pupi, già patrimonio Unesco, con il carretto siciliano?

I cuntisti, o cunta storie, dapprima salivano su una sedia o su un masso e così intrattenevano il pubblico; intorno al 1820 comparve l'Opera dei Pupi che, attraverso i cartelloni, raccontavano le gesta di Orlando e della chanson francese. Nello stesso momento i pittori cominciarono a dipingere i carretti con le stesse immagini dei racconti fatti al popolo e, per la gente, fu sorprendente ritrovare, per immagini, le gesta dei personaggi narrati a voce. Ecco dove si colloca la frase di René Bazin.

E per quanti ancora non fossero convinti del caleidoscopio di professionalità che giravano intorno alla realizzazione di un singolo carretto aggiungiamo un'ultima precisazione. Cinque, in totale, erano le figure necessarie per il completamento di ogni esemplare: il carradore o 'carruzzeri', a cui si ordinava e che assemblava il carretto; l'intagliatore che intagliava le singole parti in legno; il fabbro, che preparava tutte le ferramenta; 'u vusciularu' che realizzava le boccole; il decoratore, che realizzava tutti i perfilini (i riquadri per intenderci); in ultimo il 'pittore dei riquadri' ovvero i vari Murdolo e Ducato già citati.

I carretti, alla fine, presentavano sempre due firme: quella del carradore, che metteva insieme tutte le maestranze, e quella del decoratore, su tutti, inoltre, dipinto o scolpito non poteva mancare una rappresentazione di San Giorgio, protettore dei carrettieri.

A distanza di secoli i carretti, e la loro storia, vengono rievocati attraverso manifestazioni, come ad esempio la “Rietina”, tra le più importanti nel panorama regionale, un importante raduno di carretti, la cui origine risale al 1739 e si svolge in diversi luoghi dell'Agrigentino. La più nota è a Campobello di Licata, dove anima una colorata sfilata che attraversa tutti i quartieri del paese. All’imponente raduno, che richiama ogni anno migliaia di visitatori, partecipano circa cento carretti addobbati e accompagnati da gruppi folkloristici che provengono da tutta la Sicilia.

La strada per raggiungere il riconoscimento Unesco è di certo stata tracciata sia grazie alla ricognizione storica e antropologica lanciata dal Museo d'Aumale sia grazie all'impiego costante nel mondo della moda, tra gli altri, - come fanno da anni gli stilisti Dolce&Gabbana - che permettono alla più viscerale tradizione siciliana di girare il mondo mostrando a tutti bellezze e tradizioni intramontabili.
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