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Gli "invisibili" chiamati Caminanti di Noto: ultimi eredi della cultura nomade in Sicilia

Esiste una comunità in Sicilia che, pur conservando lo spirito nomade, rifiuta d’essere assimilato ai rom. È il popolo dei Caminanti che vive da oltre 70 anni nella Valle di Noto

Simona Russo
Giornalista
  • 10 aprile 2021

Un gruppo di sinti e rom nel 1941

Il movimento rappresenta un elemento costitutivo dell’esperienza umana che ha nel nomadismo di alcuni popoli l’icona del nostro immaginario.

Dal neolitico ad oggi il nomadismo ha attraversato profonde trasformazioni ed è attualmente in declino, spesso visto con sospetto e disprezzo dalle popolazioni stabili e dalle loro istituzioni.

Sopravvivono ancora popoli gitani sparsi in Europa, ciascuno con un proprio nome e una storia diversa, tutti annotati ai margini delle città e battezzati come "genti del vento", perché dall’aria si fanno trascinare: come nel film Chocolat dove l’irrequieto vento del Nord arrivava e cambiava destini e destinazioni.

Tra queste popolazioni esiste una comunità in Sicilia che, pur conservando lo spirito nomade, rifiuta d’essere assimilato ai rom: sono i Caminanti di Noto.

Da oltre 70 anni nella valle di Noto, in provincia di Siracusa, troviamo il popolo dei Caminanti (dall’italiano camminanti), popolazione seminomade oramai ridotta a qualche migliaio di unità. Si tratta di un gruppo "invisibile" di girovaghi siciliani, continuatori di un’antica tradizione incentrata sulla parola, il canto e le leggende.



Questa frangia etnica, ben radicata nel territorio, cerca di far valere la propria identità popolare ricordando a tutti come la parola "rom" abbia un significato ben diverso dall’uso oggi in voga, e sia semplicemente la traduzione di "uomini liberi".

Vivendo isolati nei quartieri poveri, i Caminanti si dedicano ancora oggi a mestieri ormai dimenticati come l’arrotino, lo stagnino e l’ombrellaio che affollano le feste di paese.

La loro origine non è nota con certezza, sono state formulate diverse e curiose ipotesi, come quella secondo cui sarebbero dei discendenti dei sopravvissuti al terremoto del Val di Noto del 1693 o la tesi che i loro antenati remoti fossero schiavi d'origine gitana mescolati con altre etnie e affrancati grazie alla fine della schiavitù in Sicilia.

Quest'ultima ipotesi trova riscontro in alcuni atti notarili del XVI secolo riguardanti la compravendita di schiavi che, negli stessi documenti, sono denominati col termine gizo, parola che deriverebbe dal termine aegyptius (da cui anche "gitano"). Un'altra ipotesi sulla loro origine sostiene che siano discendenti di carrettieri siciliani che hanno continuato la tradizione del nomadismo.

Stando a degli studi che hanno incrociato i pochi dati anagrafici, sembrerebbe che il ceppo originario provenga da Adrano, in provincia di Catania, e che frequentassero Noto come meta di passaggio già verso gli inizi del secolo scorso. Intorno alla metà del '900 ottennero la residenza a Noto.

I Caminanti hanno mantenuto intatta l’originaria organizzazione familiare, sotto la guida di un capogruppo più anziano e con matrimoni stabiliti all’interno della comunità, un’unica e grande famiglia. Si distinguono in tre sottogruppi: nomadi, seminomadi e sedentari.

Solo i nomadi continuano la tradizione di allontanarsi dalla terra sicula, ritornando a Noto a Novembre e ripartendo a Febbraio. I seminomadi invece si spostano non oltre lo Stretto di Messina per esercitare il lavoro di ambulante durante le feste patronali e non allontanandosi mai da Noto per più di una settimana.

I sedentari hanno invece del tutto abbandonato la pratica di nomadismo, in particolare questo allontanamento dalla tradizione è quasi sempre dovuto alla presenza in famiglia di un parente anziano o disabile. Le case dei nomadi sono visibilmente diverse da quelle dei sedentari in quanto i primi abitano in grandi ville caratterizzate da portoni d'ingresso a tre ante, mentre i secondi abitano all’interno di palazzi.

Le case dei nomadi sono quasi del tutto disabitate, l'unica stanza utilizzata più frequentemente è quella cui si accede dal portone d'ingresso che funge da unico ambiente, ciò richiama l'antica usanza di vivere all'interno dei furgoni con cui giravano il paese. Data la pratica, ancor oggi comune, di sposarsi tra consanguinei non sono purtroppo rare le patologie disabilitanti, specialmente di tipo più psichico che organico.

I matrimoni sono combinati dalle famiglie, generalmente tra cugini. In origine avevano un loro particolare linguaggio, il baccagghiu: una lingua inventata dalla fusione tra siciliano stretto e italiano e colorata dall’aggiunta d’accenti diversi.

Negli ambienti della malavita siciliana e nelle rappresentazioni dell'Opera dei Pupi era un gergo usato da malavitosi e cantastorie che volevano trasmettere contenuti eversivi. Questa "lingua inesistente" sta progressivamente scomparendo a favore del dialetto del posto e dell'italiano, usato soprattutto da coloro che hanno intenzione di avere rapporti col resto della società.

Sembra che il baccagghiu sia stato inventato da cinque capi famiglia della comunità dei Caminanti e ha subìto l'influenza di viaggiatori greci che hanno frequentato Palermo intorno al 1500.

Questi "siciliani erranti" sono gli ultimi eredi di una cultura fondata sul movimento, ma hanno fatto proprie le tradizioni locali, favorendo la nascita di una mescolanza variopinta di stili di vita. Possiamo definirli un popolo nel popolo, nei gesti traspaiono i tratti dell’appassionata teatralità siciliana, ma il loro spirito è carico d’orgoglio gitano.
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