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Ha molti nomi, la ricordi per le magnifiche grotte: è la riserva tra le più estese in Sicilia

Vi suggeriamo un'escursione in quella che è una delle aree naturali più ricche e variegate dell'Isola, tra rocche a strapiombo, eremi spirituali e panorami unici

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 6 febbraio 2024

Grotta di Pizzo Cane

Le aree naturali in Sicilia sono uno dei contesti da scoprire che riservano sorprendenti habitat ricchi di vegetazione e fauna ma anche di luoghi ancestrali e remoti, rocche a strapiombo ed eremi spirituali dove ricongiungersi con la natura e la fede soprannaturale.

In questo caso stiamo parlando della Riserva naturale orientata Pizzo Cane, Pizzo Trigna e Grotta Mazzamuto, che insiste sul territorio di ben sei comuni: Altavilla Milicia, Baucina, Caccamo, Casteldaccia, Trabia e Ventimiglia di Sicilia.

Regalatevi un'opportunità per fare una escursione in questa che è una delle riserve più estese con caratteristiche ambientali che la rendono affascinante dal punto di vista geologico, botanico, faunistico e paletnologico e spirituale.

Già il nome ci da l’idea della complessità del luogo che abbraccia uno dei paesaggi naturalistici più vari e diversificati dentro la quale è possibile camminare su sentieri che fanno scoprire zone umide e boschive, altre rocciose affioranti e insediamenti rupestri.
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Rocce calcaree formate da sedimenti di gusci di conchiglie e scheletri di animali emersi dai fondali marini dell’epoca mesozoica insieme alla presenza di pareti silicee.

Sono due le vette che danno già parte del nome alla riserva: a Pizzo Trigna spetta l’altezza più elevata di 1.257 metri s.l.m. mentre appena più in basso si trova Pizzo Cane con i suoi 1.243 metri s.l.m.

Da queste altezze il paesaggio è mozzafiato: ci si affaccia sui golfi di Palermo e Termini Imerese a perdita d’occhio, su un Tirreno dai colori cangianti tra il blu oltre mare e l’azzurro verde, sotto un cielo incombente che nei giorni di massima limpidezza arriva fino a intravedere le isole minori.

Le aree verdi dentro le quali si cammina sono quello che rimane di zone ben più vaste, relitti di boschi naturali dove si ammirano il leccio e la quercia da sughero, querce caducifoglie, orniello, acero campestre, cespugli tipici della macchia mediterranea.

Fioriscono il pero mandorlino, il biancospino comune, l’erica arborea, la ginestra spinosa e di cisto, Salici e Pioppi nelle aree più vicine agli impluvi d’acqua, o la vegetazione rupestre dell'olivastro, cespugli di euforbia arborea fino alle aree sommitali dove si incontra l’agrifoglio.

L’orografia dell’area interessata viene indicata come una "U" inclinata in senso antiorario all’interno della quale vi è il solco di una profonda valle sopra la quale sovrasta una sequenza rocciosa e aguzza con pareti a strapiombo, comprese tra i 400 ed oltre 800 metri nel versante costiero tirrenico, oltre la valle invece, i rilievi raggiungono i 1257 metri di Pizzo Trigna, un comprensorio che in totale copre un’area protetta di ben 4.641 ettari, classificati tra Zona A e Zona B.

Questi rilievi si posizionano come l’anello di congiunzione fra i monti di Palermo e le Madonie insieme alla successione di Monte San Calogero che sovrasta Termini Imerese.

In questo habitat paesaggistico surreale si nascondono fenditure aperte nel cuore della roccia, grotte di straordinaria importanza geologica: la grotta Mazzamuto - che completa il nome della riserva - le grotte Brigli, dei Leoni, du Ficu.

Rilevanti sia dal punto di vista archeologico e paleontologico, che sotto il profilo speleologico sono uno scrigno aperto del tempo, un libro che racconta la storia geologica quanto quella antropologica di un luogo abitato fin dai tempi più remoti, i cui reperti archeologici sono visibili al Museo Salinas di Palermo, che hanno dato origine a leggende che narravano di un popolo di uomini giganti.

La loro importanza ha attratto diversi studiosi che hanno stabilito come questo luogo proprio per la sua conformazione sia stato popolato fin dall’età preistorica, grazie al rinvenimento di elementi e reperti che hanno confermato questa tesi.

Un ricco giacimento fossile che ha restituito i resti dell’elefante nano, i reperti fossili dell'Elephas mnaidriensis e ippopotamo.
Durante il periodo del dominio normanno il viaggiatore e geografo Idrisi nel XII sec. racconta di quest'area come fertile e ricca di colture, di nobili e feudi rurali; del resto il nome del non lontano comune di Altavilla Milicia lo si deve alla presenza di Roberto Altavilla, detto il Guiscardo.

Su queste alture trovano posto costruzioni antichissime, insediamenti di pietra che rappresentano un collegamento tra la terra e il cielo: questo è l'Eremo di San Felice a circa 540 metri d'altezza, una tappa diventata famosa sui cammini sacri.

La sua è una storia che si perde tra le nebbie del tempo: edificato da Frà Guglielmo Gnoffi di Polizzi Generosa - oggi Beato - nel 1290 e abitato dalla una piccola confraternita che viveva di agricoltura coltivando l'orto e gli ulivi, praticando pastorizia, devoti alla Madonna come testimonia la piccola chiesa con entro la quale rimane la traccia di un affresco che la raffigurava.

Durante le due grandi guerre fu rifugio e ricovero di molti sfollati che salivano dalla costa e qui trovavano asilo e protezione. Recuperato dopo anni di abbandono e incuria, usato come stalla e quasi crollato fino al 1989, è stato restaurato e reso fruibile per i moderni pellegrini e per gli escursionisti, con sale dedicate alla consumazione dei cibi, dormitori e ovviamente la chiesa.

Il complesso dell’Eremo di San Felice è attivo tutto l’anno ed è gestito dall’Associazione “Amici di San Felice”, dove si possono trascorrere giornate di attività escursionistiche e collaterali a queste, o educazione ambientale.

Una curiosità scovata durante le ricerche storiche: durante l'attività di pesca del tonno, il rais della tonnara di Trabia per posizionare esattamente la calata delle reti, utilizzava una finestra dell'eremo che pochi giorni prima veniva colorata di bianco, per essere visibile dal mare.
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