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Ha trasformato il metallo in opere d'arte: l'ultimo maestro "firraro" di Petralia Soprana

Ogni paese ha i suoi "maestri firrara", custodi della tradizione artigiana della lavorazione del ferro. Tra questi c'è Alberto Richiusa, l'ultimo "firraro" di Petralia Soprana

Giovanna Gebbia
Esperta di turismo relazionale
  • 2 marzo 2022

Alberto Richiusa

C’era una volta un suono che dall’alba al tramonto scandiva la vita e il tempo dentro i paesi e che si poteva ascoltare fino a qualche decennio fa. Lo si udiva provenire dai vicoli dove si aprivano le porte delle botteghe artigiane. Era il tintinnìo di uno dei mestieri più duri, ma anche straordinari, della nostra tradizione artigiana e la cui utilità era duplice: per uso comune e per bellezza estetica.

Erano le botteghe dei "firrara" o "furgiara", secondo le differenze dialettali. Non solo maestri d’opera, ma anche veri e propri artisti, la cui sapienza derivava dalla trasformazione di quel metallo che ha dato il nome ad una delle ere più importanti della civiltà, ossia l'Età del Ferro.

A raccontarcela è Alberto Richiusa, di Petralia Soprana – lucidissimo e arzillo, novantenne tra qualche mese - uno dei borghi dove anticamente l’arte del ferro era uno dei mestieri più diffusi con la presenza di diversi “maestri firrara”, dei quali si può ancora ammirare la bravura alzando gli occhi verso le balconate dei palazzi, dove resistono bellissime opere d’arte in ferro battuto, con interventi di richiamo floreale, volute e bombature a petto d’oca perfette, che rendono le facciate eleganti e leggere.



Di tutti questi lui è rimasto l’ultimo, almeno della sua generazione, e i suoi ricordi sono quelli di un bambino affascinato da quelle forge dove dal fuoco e dai colpi del martello, precisi e cadenzati, prendeva vita il metallo; dalla forza del maestro che diventava padrone e artista insieme.

Lo ascoltiamo raccontare davanti alla sua vecchia incudine datata 1964, ovvero l’anno nel quale aprì l'attuale bottega, oggi passata al figlio Pietro - un esempio ormai raro di passaggio di padre in figlio -, anche lui rimasto affascinato dall’arte paterna, un po’ come se il ferro fosse davvero passato attraverso le vene e il sangue.

Un caso - davvero sempre più sporadico - di longevità, che nella sua continuità, a conti fatti, dura da settanta anni.

Siamo nella bottega all’ingresso del paese insieme a Pietro che lo aiuta a sistemare cronologicamente i ricordi.

«Qui entrando c’era la vecchia forgia nell’angolo e qua - racconta Alberto -, davanti al ceppo con sopra l’incudine, avevo i ferri che mi servivano per modellare, le forme, le pinze e le forbici, attrezzi che mi costruivo anche da solo per lavorare meglio le lamiere. Praticamente vivevo qui, lavorando tutto il giorno fino a tardi e ogni tanto mia moglie doveva scendere da casa a chiamarmi se ancora non ero tornato. Perchè per me non era solo lavoro ma una passione che non mi faceva accorgere del tempo che passava».

Mentre lo ascoltiamo, prende i vecchi attrezzi che mostra orgoglioso - e che Pietro mi dice di usare perchè ancora perfettamente funzionanti - che hanno il tipico colore che il tempo dà alla cose antiche, quel bruno scuro o antracite, liscio e levigato dall’uso costante.

«Le prime volte che andavo ad imparare è stato in una bottega vicina alla Chiesa di San Teodoro. Ero caruso e avevo forse dieci anni. Andavo dopo la scuola. Mi mettevo lì a guardare e restavo fino a quando non vedevo finito il lavoro».

I firrara, come i falegnami, erano indispensabili e facevano tutto: dagli attrezzi più umili per l’agricoltura a quelli per gli operari, chiavi e serrature, cancelli e portoni, ferri per muli e cavalli, canne fumarie.

«Certo la parte più bella era quella artistica per fare le balconate o le inferriate eleganti, e che si vedono ancora nei palazzetti nobiliari. I colpi dati sul ferro incandescente si alternavano a quelli della pesante incudine d’acciaio, a ritmo continuo, sempre uguale. Subito dopo aver battuto il ferro, si controllava la forma e si lavorava alle rifiniture e poi si finiva il pezzo per montarlo dal cliente».

Successivamente, tra gli anni Sessanta e Settanta, arrivarono i primi macchinari moderni per lavorare meglio e fare le cose più faticose. Con il cambiare dei tempi e delle esigenze, la bottega aveva acquisito anche l’idraulica per le costruzioni.
C’era bisogno di modernità e quindi una parte del lavoro artistico veniva richiesto sempre meno, soppiantato da una idea diversa di abitabilità.

Pietro racconta, invece, il passaggio dall’artigianato all'arrivo dei pezzi assemblati e prodotti in fabbrica, che hanno fatto abbassare i costi. L'arte del ferro battuto diventa così sempre più rara: non è più competitiva sebbene sia un lavoro di altissima qualità, che non ha nulla a che vedere con i pezzi seriali. Un'arte faticosa ma straordinaria, che fonde insieme bellezza e forza, eleganza e alchimia.

Salutiamo Alberto, che prima di andare via prende in mano un martello e una barra di ferro e ci mostra come si forgiava. Nonostante l’età, la sua maestria e bravura si fanno vedere ancora.
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