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I divertimenti della Vicaria: fra i dolori delle celle bastava una moneta e qualche mosca

Un carcere orribile, dove tutto poteva accadere nella Palermo del Settecento e dove ci si doveva inventare anche qualche gioco per far trascorrere il tempo in cella

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 17 dicembre 2019

Il dipinto "Avremo anche giorni migliori" di Zehra Dogan

Cu’ dici mali di la Vicaria, Cci facissi la facci feddi feddi; Cu’ dici ca la càrzara castia, Comu vi nni ’ngannati, puvireddi! La càrzara è violu chi vi ’nvia, Chi vi ’nsigna li strati e li purteddi. (A chi dice male del carcere, Io darei coltellate su viso, Chi dice che il carcere castiga, Povero lui, come s’inganna! Il carcere è viottolo che vi avvia, Che vi conduce nelle strade e nei luoghi isolati dove si derubavano i passanti purteddi).

Questo amaro canto palermitano, ancor oggi, probabilmente, era valido per quanto concerne quel regime carcerario. Ancor prima che si innalzasse la prigione denominata Vicaria, sul luogo c’era il fondaco della Dogana e la sede dei Tribunali. Come per irrisione, ai lati della ferrata d’ingresso del carcere Vicaria, rumoreggiavano gaiamente le argentee acque di due fontane.

All’angolo destro sporgeva la grande trave della vergogna. Sopra, per tutta la facciata meridionale e intorno all’edificio, c’erano finestre a grosse spranghe, che dalle prime ore della sera sino alle prime ore del mattino successivo venivano incessantemente martellate da vigili guardie. I vicini non si potevano assuefare a questo molesto rumore notturno che disturbava il loro sonno. A questo si aggiungevano i «sospiri, pianti ed alti lai» dei carcerati.

Miss Cornelia Knight, signorina di compagnia della Principessa Carlotta di Wales, nei pochi giorni che abitò nei pressi nel Gennaio 1799, udiva tutta la notte «i gemiti ed i lamenti delle povere creature» carcerate. Dopo la prima entrata, c’era un secondo atrio, era l’abitazione del carnefice e 196 spiccavano sinistri arnesi di dolore, i tre legni delle forche, le scale, lo steccato per gli atti di giustizia e la temutissima “pila“ in pietra, terrore di ogni siciliano e oggetto della più brutta imprecazione: «Chi putissi vidiri la pila!» come per dire: «Che tu possa andare in galera!».

I carcerati vivevano in condizioni disumane. Il Vicerè Caracciolo, il 25 Aprile 1785, emanò un Bando a loro favore ma non fu mai applicato. Il 12 Agosto del 1794, il Vicerè Caramanico, impressionato delle frequenti fughe di detenuti, prese provvedimenti per impedirle. Qualche anno dopo, si cercò di migliorare le condizioni dei detenuti; le donne furono separate dagli uomini, i giovanetti dagli adulti e furono condotti alla Quinta Casa al Molo (il 29 Maggio 1787), le prostitute vennero condotte alla Prigione della Vetriera (nei pressi di piazza Kalsa).

«Prima marcivano nell’ozio, fomite a mal fare; ora, col nuovo Istituto, rigenerati pel lavoro, attendavano; i maschi a fabbricare ceste e funicelle, le fanciulle a fila Re. Avevano sofferto il digiuno, la sete, il freddo: ed ebbero pane, minestra, cacio, verdure, vino, letto, vesti, quanto insomma potesse bastare alla vita; ma ebbero pure qualche cosa che non avrebbero voluto avere: carcerieri, ed un firraloru, che a sferzate li metteva a dovere».

I delinquenti del Molo perciò potevano dirsi felici a paragone di quelli della Vicaria. Qui i detenuti per reati civili vivevano confusi coi criminali, i debitori coi ladri, i falsari coi violenti. Fosse, dammusi, «segrete», eran sottoterra, buie, grondanti umidità, sudice, muffite, angustissime.

Qui languivano mesi ed anni, in lenta agonia o in angosciosi palpiti disfacendosi, stracciati, scalzi, seminudi talvolta, centinaia e centinaia d’imputati in attesa di un giudizio che non veniva mai. Salvo i rari casi di delitti atroci e clamorosi in città, i quali venivano
giudicati in forma direttissima e con giustizia esemplare, tarde le istruzioni, lente le procedure, eterna l’aspettativa dei giustiziandi; e quando non ci si pensava più, ecco l'esecuzione!

Codesto carcere, già sin dal 1773 orribile, parve atroce dopo i subbugli di quell’anno. Rifatte in grosse spranghe di ferro certe grate di legno, impiccolite le celle, divennero per difetto di aria e di luce sepolture di vivi. Ogni anno, il Vicerè nella festa di Natale ed il Capitan Giustiziere nella festa della dell’Assunta (15 Agosto), concedevano la grazia di libertà o la riduzione di pena, o il condono dei debiti ma non era un atto di pietà piuttosto un modo di sfollate il carcere di un centinaio di reclusi.

Vivendo nell’ozio i carcerati in comune cercavano romperne l’insopportabile monotonia con alcuni giochi. Ma non avevano denari, perciò come dice Va il Villabianca: «I carcerati, son quasi ignudi; prendono una moneta e vi fanno volare le mosche della camera. Vince quello sulla cui moneta viene a posarsi la mosca, detto perciò “Jocu di pidocchiu, o di la musca, o di carcerati”, passatempi pei quali non occorreva loro altro che una moneta e ciò che il sudiciume purtroppo non faceva mancare in tanta miseria: gli insetti. I pidocchi e la mosca erano i preferiti; e da essi prendeva nome il passatempo, quanto schifoso altrettanto alieno da inganni».

Naturalmente le malattie prolificavano. Alla Vicaria non c’era l’ospedale e gli ammalati gravi erano condotti all’Ospedale Grande (Via Biscottari) in sedia volante e fiancheggiati da birri. Alla fine del ‘700 fu munita di una semplice infermeria. I carcerati più pericolosi erano tormentati da manette, ceppi, catene e grilletti (alcuni carcerati dovevano trascinare due catene del peso complessivo di chilogrammi 19 e grammi 200).

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