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I morti (di sete) e quelli che "t'arraspanu" i piedi: in Sicilia i cari estinti non fanno paura

Una consuetudine antichissima, una tradizione che in ogni caso poco ha di lugubre. Un tempo era l'unica festa in cui i bimbi ricevevano regali, dolci o balocchi

Maria Oliveri
Storica, saggista e operatrice culturale
  • 2 novembre 2022

La Festa dei Morti in Sicilia

“Le feste dei morti sono il tempo fatidico in cui mundus patet, si spalanca la porta che tiene separati i vivi e i morti, i quali ultimi, per così dire, si sparpagliano nel mondo dei viventi. Naturalmente tale ritorno dei morti sulla terra è solo metaforico e fittizio” (Sergio Todesco).

Da Palermo a Messina, da Trapani a Catania, ancora oggi la tradizionale festa dei morti, che ha origine antica e deriva da credenze precristiane, è molto sentita in tutta l’isola. A Novembre le vetrine delle pasticcerie e le bancarelle delle “Fiere dei morti” si riempiono di golosi biscottini, di variopinte dolcezze di zucchero che profumano di buono l’aria autunnale.

A Messina la "festa dei morti" ha il sapore dei motticeddi, i dolci tipici, i scaddillini (scardellini) o ossa di morto, aromatizzati con chiodi di garofano e realizzati in forma di ossicini. A Catania non possono mancare: rame di Napoli, crozzi i mottu, pupatelli, ‘nzuddi, bersaglieri, biscotti regina, totò (detti anche tetù e teio). A Palermo si preparano taralli, tetù o catalani, reginelle e pupaccene, i cosiddetti “pupi di zucchero”: statuine dai colori sgargianti che riproducono paladini a cavallo, damine, ballerine, galletti, scarpette di zucchero…
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Scriveva Giuseppe Pitrè che “pupi di cena sono certe pupattole di zucchero fuso (cena è detto lo zucchero fuso) che si fanno trovare come strenna dai parenti defunti ai bimbi il giorno dei morti". Immancabile in tutta l’isola è oggi la frutta di marzapane: dolcetti a base di mandorle e zucchero, manipolati in forma di frutto e dipinti, tanto da sembrare reali, specialità in tempi passati delle monache del monastero della Martorana di Palermo.

In alcune zone è ancora diffusa l’usanza di "cunzari a tavola" (imbandire la tavola) sulla quale si dispone "u canistru": un cestino pieno di dolciumi, biscotti, frutta secca (cibo di significato vitale come sementi: castagne secche-in siciliano cruzziteddi- nocciole, mandorle, semi di zucca, melagrana). “È un’offerta al defunto che verrà però materialmente consumata dai bambini” (I.Buttitta).

"Festa dei morti" si chiama ancora oggi sull’isola questa ricorrenza, e non "commemorazione dei defunti", perché si tratta di un evento lieto, che rinsalda il legame con chi non c’è più o che in ogni caso poco ha di lugubre: un tempo era l'unica festa in cui i bimbi ricevevano regali: abiti, dolciumi o balocchi come carrettini, bambole, tamburini, trombette, sciabole.

"Chi ti purtaru i morti? U pupu cu l’occhi torti (in alcune versioni a pupa cu l’anchi torti)… U attu chi sunava, U surci chi abballava. Veni la zita ca’ vesti di sita La sita si vagna alla faccia di to nanna. To nanna muriu e chiddu chi voli Diu ”.

Così recitava una filastrocca, che in pochi forse oggi ricordano: secondo un’antica tradizione in Sicilia le anime dei defunti “nella notte dal 1 al 2 novembre lasciano la lor paurosa dimora” per regalare ai fanciulli loro parenti, che siano stati buoni, dolci, giocattoli e vestiti nuovi. (Pitrè)

A Messina, spiega Antonio Sarrica, appassionato studioso di tradizioni e di cucina “bisognava porre accanto ai lettini un bicchiere colmo d’acqua perché i morticini avrebbero gradito anzitutto bere, dopo tanto vagare”. Le mamme dicevano ai piccoli: loro non verranno certo a mani vuote. Lasceranno giocattoli e soprattutto dolciumi, i motticeddi. Così, all’alba, carichi di fremiti e di gioia nascente, i piccoli si svegliavano per trovare i doni dei morticini. “Guarda cosa hanno portato i morticini!”, dicevano ai genitori, e notavano subito che il bicchiere era vuoto, e si incantavano vedendo quella sorpresa.”

“Gli odierni settantenni”, come racconta il catanese Mimmo Rapisarda nel suo Blog, “si ricorderanno certamente della fiera a Piazza Vittorio Emanuele, conosciuta da tutti come a chiazza de motti proprio perché lì, si vendevano di notte i giocattoli per i bambini.” Un tempo i genitori mettevano a dormire presto i bambini e li ammonivano: "Andatevene a letto, altrimenti vengono i morti e vi grattano i piedi!...E non vi lasciano niente!” Allora i piccoli si coricavano, si rannicchiavano nel lettino e si coprivano tutta la testa con le lenzuola, per paura dei morti (“paura che non fa male…”).

Qualcuno correva pure a nascondere la grattugia del formaggio: "palpiti, trepidazioni, speranze li agitano ma pure tengono chiusi gli occhi per non dispiacere ai morti o per non appaurirsi della lor vista. Finalmente pur viene il sonno e tutto s'immerge nel profondo silenzio della notte" (Pitrè).

Solo qualche monello recitava ancora le sue preghiere: "Armi santi, armi santi, Io sugnu unu e vuatri síti tanti: Mentri sugnu ‘ntra stu munnu di guai Cosi di morti (giocattoli) mittitimìnni assai!". I genitori uscivano e andavano a comprare i giocattoli alla Fiera dei morti. A mezzanotte tornavano a casa e incominciavano a preparare il canestro e se c'era qualche bambino che si svegliava e voleva un po' d'acqua o fare la pipì, esclamavano: “Zitto! che li morti vennu e t'arraspanu i pedi!”.

Al mattino i bambini e le bambine balzavano fuori dal letto impazienti di cercare le cose dei morti, nascoste dove meno potevano sospettare... frugavano sotto il letto, sull’armadio, nel balcone e anche nel più risposto angolo della casa, finché quando erano sul punto di abbandonare l’infruttuosa ricerca, eccolo saltar fuori il balocco tanto desiderato!

Oggi il 2 Novembre ha perso un po' quell’alone fiabesco e magico di una volta e sembra essersi ridotto a una mera operazione commerciale e gastronomica. Anche il maestro Andrea Camilleri ricordava con nostalgia la festa dei morti e la sua infanzia, quando scriveva: “Nel 1943, con i soldati americani arrivò macari l’albero di Natale e lentamente, anno appresso anno, i morti persero la strada che li portava nelle case dove li aspettavano, felici e svegli fino allo spàsimo, i figli o i figli dei figli.

Peccato. Avevamo perduto la possibilità di toccare con mano, materialmente, quel filo che lega la nostra storia personale a quella di chi ci aveva preceduto e "stampato", come in questi ultimi anni ci hanno spiegato gli scienziati.

E così diventiamo più poveri: Montaigne ha scritto che la meditazione sulla morte è meditazione sulla libertà, perché chi ha appreso a morire ha "disimparato a servire”.
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