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Il Carnevale "immorale" di Palermo: balli in maschera, giostre e altre strane usanze

Tra prodigiose macchine da festa, messe in scena e invasioni di maschere nel centro storico: un tempo durante i giorni del Carnevale succedeva di tutto e di più

Santi Gnoffo
Ricercatore storico e delle Tradizioni popolari siciliane
  • 13 febbraio 2019

Colombina e Arlecchino nel dipinto di Giovanni Domenico Ferretti (1692-1768)

«Allora, non era sempre Carnevale e la vita si svolgeva attraverso un succedersi di feste e di avvenimenti, che la tradizione rispettosamente manteneva, secondo gli usi e i costumi, con l’avvicendarsi delle stagioni e le ricadenze del calendario». Lo scrisse Oreste Lo Valvo, ne 'L’ultimo Ottocento palermitano'.

Nei secoli passati, l’arte di un buon governo era: feste, farina e forca. Il Carnevale era la “festa” del popolo, per eccellenza.

Il popolo, infatti, era il protagonista principale di questo avvenimento: durante questi giorni poteva esprimere la propria opinione sui potenti, divertirsi per le piazze e le strade. Il Carnevale era una “festa” spontanea. Il Carnevale palermitano ha una tradizione antica. Nei festeggiamenti che si svolsero negli anni 1544 e 1549, il Senato palermitano emanò il divieto di indossare le maschere durante questi giorni.

Durante il Carnevale del 1575, a causa della peste che imperversò in quel periodo, il Senato di Palermo emanò un Bando nel quale si proibiva di indossare maschere, fare tornei cavallereschi a piedi oppure a cavallo per evitare il contagio.

Nei giorni di Carnevale, in Città si svolgevano anche le corse di cavalli berberi e come attesta un documento del 2 Febbraio 1578: 'Si corsiro li palii della città per la strada del Cassaro e foro bellissimi palii'. E pigliavano ancora un altro palio li secundi; 'ma li palii di li secundi volse l’Eccellenza del giorno Signor Marco Antonio Colonna vicerè', che si corressero il giorno di Sant’Agata.

E ancora corsiro li bagasci (dal francese Bagasse, cioè servente, ragazza, in seguito assunse la voce di prostituta); e il premio fu una faldetta (gonna) con lo busto di raso.

La sera del 18 Febbraio del 1601, si svolse presso la Piazza Marina, alla presenza del Vicerè, del Pretore e di altri personaggi importanti, una bellissima giostra. A causa del protrarsi delle gare, la giostra fu sospesa e ripresa il Lunedì. Anche il 25 Febbraio ed il 3 Marzo si svolsero altre giostre. Gli spettatori furono circa venticinque mila persone «ogni sorte e condizione».

Si fecero anche i giochi di corda. Da un padiglione comparve un carro trionfale trainato da quattro cavalli che trasportavano dodici musici travestiti da sirene, Nettuno in cocchio. Alla fine della giostra furono sparati i fuochi artificiali.

Il Carnevale del 1616 fu particolarmente bello. Il Senato: "buttò Bando l'ultimo di Carnevale, che ogn'uno s'avesse di vestire mascara, s'andava in cocchio con donne amascarato, e li cocchieri e sigitteri e tutti altri sorte di genti; che si vittiro cose rare e belle', il Vicerè aveva fatto fare quattro carri, portati da alcuni buoi et alcuni da cavalli, pieni di quartalori di vino, et appisi quarti di genco di porco, carne salata, prisutti (prosciutti), salsizoni e cose simili; che partitisi dal palazzo con mascari appresso, e giunti all'Arcivescovato, fóro dal popolo saccheggiati; che si vide una gran festa, come si può considerare".

Anche nel secolo successivo, sotto il viceregno di Pietro Teller de Giron duca di Ossuna, si svolsero edizioni fastose e divertenti.
Nell’anno 1648, Palermo, dopo la rivoluzione dell’anno prima (Giuseppe D’Alessi), il Vicerè per accattivarsi la benevolenza del popolo perciò organizzò feste e sollazzi d'ogni genere. I nobili aprirono le porte e le sale dorate dei loro sontuosi palazzi. Dal 19 Gennaio al 17 Febbraio fu un mese di carri, spettacoli, maschere, cavalcate, e perfino di cuccagne, alle quali partecipò il popolo, ma quando vide che il Viceré si divertiva cessarono le esultanze e rimase freddo spettatore.

Il 19 Gennaio incominciarono molte mascherate, fatte da cavalieri ed altre persone, conforme era costume. Le genti ordinarie comparvero vestite alla turchesca facendo nelle piazze castelli di legno, dove esercitavano a suo tempo nelle battaglie ed assalti di guerra. Il 22 Gennaio, i cavalieri gettarono uova e dolci ai popolani. Il 26, Domenica, vi fu una grande festa. In questo giorno molti artigiani mascherati inscenarono finte battaglie e assalti ai castelli.

Vi furono dei motti contro la nobiltà, il popolo, indisturbato li scherniva. Per questo motivo, i nobili nascosti sotto le maschere che indossavano, avevano una frusta o un frustino per vendicarsi degli sfottò e quando occorreva 'menavano botte a destra e a sinistra senza guardare a chi ed a come'. Il travestimento era una bella occasione per penetrare impunemente nelle case, e permetteva ciò che la rigidezza dei costumi del nostro popolo negava, ma soprattutto si rimaneva impuniti.

Altro passatempo graditissimo era pur quello di buttare qualche cosa addosso alle persone, nel Gassaro (Cassaro) e nella Via Macqueda. Questo gioco risaliva al Quattrocento: uomini, donne, adulti e fanciulli si divertivano lanciando la cruscherella (canigghia); la polvere di gesso (pruvigghia) era quasi sempre calce polverizzata; acqua o urina.

Il 16 Febbraio 1663, il Viceré Ossuna fece recitare una commedia spagnuola innanzi la porta di Nostra Signora di Piedigrotta, presente il signor Cardinale ed altri signori. E la mattina fece dire molte messe cantate innanzi detta Madonna». Ad una giostra di cavalieri furono presenti più di venticinquemila persone.

Alla fine della giostra, i vincitori, percorrevano tutto il Gassaro (Cassaro), anche dopo d'aver cavato un occhio ad un cavaliere. Si svolgevano anche commedie teatrali scostumate che spesso destavano scandalo alle autorità ecclesiastiche e civili: quella del 10 Febbraio 1678, fu definita immorale dal Viceré Marcantonio Colonna e dalla consorte Donna Felice Orsini.

Gli attori, definiti scandalosi e disonesti, furono esiliati da Palermo. Le feste del Carnevale dell’anno 1779, furono scarse a causa della povertà dovuta alla carestia dell’anno precedente. Non vi furono giuochi d'oca, castelli, maestri di campo, furono aperti i due teatri di Santa Cecilia quello per le commedie in musica in Santa Caterina. Anche il Carnevale del 1780 ricalcò quello dell’anno precedente. Le edizioni dei secoli XVIII, XIX e XX, ci sono state tramandate dai palermitani Francesco Maria Emanuele e Gaetani, marchese di Villabianca e dall’etno-antropologo Giuseppe Pitrè.

I nobili disprezzavano il Carnevale, anche se lo celebravano con balli in maschera al Teatro di Santa Cecilia alla Fieravecchia, al Santa Caterina (in seguito Real Carolina, oggi Bellini), aprivano i migliori saloni dei loro sontuosi palazzi e organizzavano carri allegorici, alberi della cuccagna e partecipavano controvoglia allo sfrenato divertimento della 'gentuzza' (popolino). Il motivo di questo disprezzo era dovuto al fatto che in quei giorni, dovevano venire a contatto con il popolo, subendo critiche e sberleffi.

Nell’Ottocento, il Carnevale, oltre ad essere la festa del popolo, fu anche la festa della nascente piccola e media borghesia. C’era il Comitato e Società del Carnevale che organizzava il programma annuale, le mercerie esponevano nelle vetrine maschere di cartapesta, variopinti berretti, coriandoli (pittiddi) e stelle filanti. Giuseppe Pitrè, a tal proposito così si espresse; passatempo graditissimo era pur quello di buttare qualche cosa addosso alle persone, massimamente nelle vie principali della città, nel Cassero specialmente, e, dal XVII secolo in qua, nella Via Macqueda.

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