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In Sicilia San Giuseppe si celebra (anche) ad agosto: la festa "profana" vicino a Palermo

I papà nell'isola meritano ben due feste, una inizia il primo weekend (lungo) di agosto con tanto di bancarelle decorate, spettacoli e un maestoso jocu ri focu finale

Sara Abello
Giornalista
  • 26 luglio 2022

La festa di San Giuseppe a Bagheria (Foto da Web)

L’arrivo del mese di agosto per il vero baarioto doc non vuol dire solamente ferie e sudate, o sudate ferie, dipende un po’ dai mestieri. Per noi, da tradizione, con la stessa sacralità che riveste il festino di Santa Rusulia per i palermitani, si festeggia il patrono: San Giuseppe.

La festività sacra dedicata ai papà, compreso quello "du signuruzzu", ricorre come sapete il 19 marzo e prevede celebrazioni in chiesa, processione, vampe di fuoco (che ormai sono n’anticchia proibite) e sfince strabordanti di ricotta.

San Giuseppe però, per noi merita non una ma ben due feste, e quella "ranni", grande insomma, si svolge d’estate. La festa “profana” o, più semplicemente popolare infatti, ricorre il primo weekend (lungo) di agosto, dunque il giovedì per poi concludersi come di consueto il lunedì sera con il maestoso jocu ri focu che per tradizione a Bagheria spetta alla famiglia La Rosa, che agli spettacoli pirotecnici ha dedicato tutta la vita.



La scelta di agosto si ricollega evidentemente al momento delle ferie e del ritorno a casa dei tanti baarioti emigrati per lavoro, che così potevano partecipare alla celebrazione del loro santo ma, e di questo mi sono stupita anch’io nell’apprenderlo, non sempre è stato così.

Più anticamente infatti, la festa laica ricorreva il mese di maggio. Figuratevi come doveva essere folto il calendario di feste di quartiere dalla primavera a tutta l’estate e oltre per i cittadini di Bagheria.

Oggi delle tradizioni di un tempo rimane poco, è piacevole però fare un salto indietro con la memoria. Tanti di voi ricorderanno quando ad esempio, dalla chiesa Madre a tutta la via Diego D’Amico, si respirava il profumo delle leccornie.

Zucchero filato che si alternava a torroni, mele caramellate che, giuro, i miei denti non sono mai riusciti ad addentare fino in fondo, e poi l’immancabile croccante di mandorle che in quanto a durezza non "babbiava" neanche, ma che buono è buono.

Non mancavano neanche le immense bancarelle in legno, finemente decorate a mano dai più illustri pittori di carretti, per la vendita della calia, e ancora giocattoli e strucchiulerie varie.

Durante il giorno si susseguivano, e si è tornati a fare anche adesso, le celebrazioni in chiesa, la proces- sione per le vie della cittadina che un tempo come ora richiedono che i balconi vengano illuminati e decorati con le più preziose tovaglie ricamate o coperte intessute a mano, in arrivo dritto dritto dai bauli colmi della propria dote. Anche le strade erano addobbate a festa con file di bandierine plasticose colorate.

Luminarie per le strade, oggi più sobrie e all’insegna del risparmio, e scritte “W San Giuseppe” si susseguivano casa per casa e ognuno, per come poteva, rendeva omaggio al santo patrono.

La processione, con gli stremati portatori che, ad ogni fermata, venivano supportati dai concittadini che gli offrivano da bere in segno di ringraziamento per il servizio reso al patrono e alla comunità tutta, portava l’antica statua del patrono realizzata dal Gagini e che è accolta all’interno della chiesa Madre, da dove la parata inizia e dove si conclude dopo il giro cittadino.

I cinque giorni di festa iniziavano e ancora oggi lo fanno, all’insegna di quel colpo al cuore che assale i baarioti svegliati dall’alborata e che, pur sapendolo, vengono sempre colti da quell’ansia da possibile bombardamento fino a quando non realizzano che è solo l’annuncio di un nuovo giorno di festa.

L’ultimo giorno si conclude con lo spettacolo pirotecnico che sempre ha la capacità di tenere tutti, grandi e piccini, col naso all’insù per un tempo imprecisato.

La lunghezza dei fuochi d’artificio generalmente è indice dello stato economico del Comune. Anticamente lo spettacolo si teneva nni Palaunia e anche più di recente è stato così per qualche edizione della festa, più frequentemente però, si tiene in periferia, dove i rischi sono minori e l’isolamento dalle luci di strade e case rende ancora più facile apprezzare lo spettacolo in cielo.

Subito prima dei “giochi di fuoco”, ad aprire la serata conclusiva della festa, tradizione voleva che sul palco della madrice si esibissero dapprima le bande della pubblica sicurezza giunte da Roma oltre a quelle locali, per poi vedere, negli anni successivi, spettacoli con interpreti del firmamento musicale italiano.

Vi sono stati anche anni di magra ovviamente, senza spettacoli, per poi tornare più recentemente, ma puntando sulla comicità che di questi tempi paga sempre. Le vie delle zone limitrofe al centro sono da sempre state dedicate ai giostrai, altra tradizione di ogni festa di paese che si rispetti.

In passato pare che la festa durasse “solo” tre giorni e una delle principali usanze era quella di imbandire lunghe tavolate per le strade dove i tavernari accoglievano i palermitani accorsi per partecipare. Due sono però le tradizioni alle quali i baarioti erano particolarmente legati e che per evidenti ragioni si sono perse negli anni: il volo ri l’ancili e a cursa ri cavaddi.

La folla di fedeli radunata aspettava il momento della volata degli angeli che, non ripetendosi ogni anno, atti- rava sempre un gran numero di curiosi.

Da due balconi opposti, con un sistema di carrucole, due bambini tra-vestiti da angeli con le tipiche grandi ali bianche e i riccioli d’oro, scivolavano attraverso delle corde davanti il simulacro del Santo.

Silenzio e paura dominavano in piazza sino a che la voce degli angioletti lo interrompeva per invocare il santo chiedendogli di apparire.

Non saprei dirvi precisamente quando si sia ripetuto per l’ultima volta questo rito a dir poco rischioso. Ho un ricordo d’infanzia, risalente più o meno a metà anni ‘90, di una volata dell’angelo che mi ha angosciata non poco per il timore che il bimbo finisse spiaccicato sull’asfalto, altro che volo, però non saprei dirvi se si trattasse della celebrazione di San Giuseppe o di Pasqua, altro momento in cui l’angelo volava proprio davanti la facciata della chiesa Madre.

La corsa dei cavalli invece partiva dalla Puntaguglia e saliva sino o’ Palazzu, Villa Butera insomma, con il palco allestito quasi a ridosso del passaggio a livello, incorniciato sullo sfondo del mare d’Aspra.

I baarioti, suddivisi in due grandi ali di folla in festa, si accalcavano ai lati del corso sempre in cerca della posizione che offrisse loro la visuale migliore. Così c’era gente che sbucava dalle stradine laterali, tra le transenne, abbarbicati ai pali, e i più fortunati invece chiedevano asilo nei balconi di coloro che abitavano sullo "stratuni" ed erano molto invidiati in quei giorni.

Per molti anni di corse non ve ne fu neanche l’ombra sino a quando, se la memoria non mi inganna, tornarono per una singola ed ultima edizione nel 1998.

Ricordo che le trasmisero anche in tv le emittenti locali. Ormai le corse dei cavalli durante le feste sono però solo un ricordo lontano, sono state ufficialmente vietate con decreto prefettizio così da evitare pericoli per le folle eccitate che partecipano, ma anche sporcizia lungo le strade...capitemi!

A proposito di sporcizia, un ricordo indelebile che nessuno potrà togliermi è lo scricchiolio, sì avete letto bene, che si sentiva calpestando "u stratunieddu" il giorno dopo la fine della festa.

Immaginate con quanta cura e attenzione venivano pulite le strade prima dell’inizio dei festeggiamenti e dell’allestimento di tutte le bancarelle che affollavano la via principale, e poi i baarioti che per cinque giorni passiavano mangiando scaccio e buttando per terra gusci di arachidi e semi vari.

Il martedì mattina era tutto un cric croc per fare due passi in centro. Quasi tutti i ricordi miei o che mi sono stati tramandati, si riferiscono a tradizioni per lo più perse.

Ciò che più di tutto è andato via però, è lo spirito del baarioto. L’animo di chi poteva pur starsene rintanato tutto l’anno ma non poteva non uscire per la passiata pa festa.

Vestiti con cura uscivano fuori dalle loro case come "crastuna" dopo la pioggia ed era lì che li vedevi, a passeggio, a dirti che c’erano ancora e che stavano bene.

Questa è del resto la festa popolare, il momento di un immaginario censimento della popolazione, quello in cui con piacere rivedi persone almeno quella volta l’anno, oppure in altri casi senza piacere ma con ipocrisia magari li saluti e ti soffermi lo stesso a scambiare due parole.

La festa era un momento di ritrovo, raduno, scambio. L’evento per eccellenza. E non dimenticate che per intere generazioni è stata anche l’occasione giusta per trovare marito.

Altri nella confusione di quelle serate, approfittando dell’unica uscita annuale dei familiari, hanno organizzato la loro fuitina, oppure i fidanzati che certo non godevano di grande libertà, ma almeno in quell’occasione potevano uscire, con famiglia al seguito sia chiaro, ma senza rendersene quasi conto per la folla che li attorniava.

Ci sono stati i tempi in cui non dovevi lasciare la mano di tua madre perchè quella folla, tale era fitta, ti poteva ingoiare e ti saresti perso in non si capisce quale modo dal momento che tolta la confusione, Bagheria tornava sempre quella, e perder l’orientamento qui è quanto meno complicato.

In quei giorni il coprifuoco per fidanzati e ragazzini che potevano in quell’occasione organizzare le prime uscite con gli amici si spostava più avanti, e l’atmosfera di gioia si iniziava a respirare già con il toto preparativi per scoprire quale sarebbe stato il protagonista della serata finale.

Per non parlare dello spirito di competizione che regnava sovrano, dal momento che poche settimane dopo un’altra festa di San Giuseppe si celebra non lontano, a Casteldaccia.

Tutto questo è stato e, stavolta non senza un velo di malinconia nonostante tutto, vi devo dire che purtroppo adesso non è più.
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