In un corto la Sicilia de "La banda muta": dal funerale silenzioso al selfie col morto
La regista Alessia Bottone mostra cosa succedeva una volta durante un funerale, a confronto con quello che capita oggi, soprattutto se se ne va una celebrità
La regista Alessia Bottone
Gaetano Savatteri, lo scrittore e giornalista che ha firmato i libri su cui è basata la serie televisiva Rai “Màkari”, aveva toccato questo tema – la morte e la cultura del lutto che lo circonda ronzante – in un suo racconto, a sua volta ispirato a una leggenda popolare siciliana, intitolato “La banda muta”. Adesso, parte di quel racconto diventa un cortometraggio, intitolato proprio “La banda muta”, scritto e diretto dalla veronese di origini siculo-napoletane Alessia Bottone, prodotto da Pistacchio Film della produttrice Stefania Balduini, con il contributo del Nuovo Imaie – nella cui graduatoria dei progetti ammessi il cortometraggio è arrivato al quarto posto su 280 candidature.
“La banda muta”, nelle pagine di Savatteri, racconta di una banda musicale di paese che, strumenti alla mano, segue il morto senza però suonare, forse perché tamburi e trombe che esprimono il proprio suono solo in potenza, nella testa degli spettatori, restando di fatti muti, possono onorare la vita del defunto più di quanto possa fare una litania.
Protagonista del cortometraggio tratto dal racconto (e dalla leggenda) è l’attore siciliano Piero Nicosia, nato ad Agrigento e da lì poi approdato a produzioni come “Alla luce del sole” di Roberto Faenza o “Diario di un vizio” di Marco Ferreri, e proprio da lui è arrivato lo spunto per raccontare questa storia.
«Stavo presentando “7 minuti”, il mio secondo cortometraggio – racconta la regista Alessia Bottone – , ad un festival a Roma, e qui ho conosciuto Piero Nicosia, che fra una chiacchiera e l’altra mi ha parlato della “Banda muta”.All’inizio ero un po’ reticente, non tanto verso la storia ma verso l’idea di fare un altro cortometraggio perché mi sentivo pronta per passare al mio primo lungometraggio. Poi però ho letto il testo di Savatteri, m’è piaciuto molto e ho pensato che sarebbe stato bello da trasporre sullo schermo. Fra l’altro ero rimasta molto colpita da un’amica che mi aveva raccontato di un funerale simile a quello che racconto ne “La banda muta”, cioè un evento che più che una commemorazione di un defunto diventa un luogo di network».
Sì, perché “La banda muta” non si limita a far vedere cosa succedeva nella Sicilia di una volta durante un funerale, ma lo mette a confronto con quello che oggi capita durante i funerali, soprattutto se ad andarsene è un personaggio pubblico o una celebrità. «Volevo raccontare come si gestiva il dolore sino a poco tempo fa e come si gestisce oggi. Non voglio dire che prima fosse per forza meglio, anche la leggenda della banda muta forse, a modo suo, spettacolarizzava il dolore, però prima c’erano dei canoni, dei limiti. Adesso quei limiti sono stati superati, ci si fanno i selfie con la salma, o con i parenti del defunto. Non è più nemmeno la foto “del” defunto, ma il selfie “con” il defunto, e questa cosa succede dappertutto. Col cibo, ci facciamo la foto di noi col cibo, con il turismo, ci facciamo le foto con i monumenti. Lo stesso succede ai funerali. E non sono d’accordo perché il fatto di essere in un’era diversa non può far andar bene tutto».
Il cortometraggio è stato girato interamente a Roma, ricreando un afoso paese siciliano dell’entroterra, in cui il protagonista (Manfredi, interpretato da Piero Nicosia) riceve notizia della morte dell’amico di una vita, Elio. «Io ho origini sia napoletane sia siciliane – continua la Bottone – , i miei nonni materni erano entrambi di Messina e lì continuo ad avere parte della mia famiglia. Conosco molto bene il rito del funerale sia in Sicilia sia a Napoli, dove in centro si abbassano ancora le saracinesche al passaggio di un carro funebre, ci si ferma completamente, non si fa uso di clacson. L’ho visto accadere in Sicilia, anche se col tempo alcuni riti sono venuti meno. Un tempo ad esempio ci si vestiva a nero per settimane, o mesi, la barba non si poteva fare per diverso tempo, i primi giorni dovevano venire le persone a far visita a casa e poi non doveva venire più nessuno, era per certi versi una cultura invasiva, però non c’era la necessità di dire “Eccomi, io ci sono, io valgo” sommergendosi di fotografie con una persona scomparsa. E apprezzo tantissimo, nonostante gli estremismi del passato, la cultura del lutto siciliana, che non è un rito freddo, anzi, sembra dare il tempo di abituarsi all’idea della morte».
Chissà cosa penserà Savatteri, adesso, del suo racconto adattato. Il cortometraggio, che sarà distribuito nei prossimi mesi e dopo essere stato sottotitolato inizierà un giro internazionale, ancora non l’ha visto. «Ci siamo sentiti – dice la Bottone – su proposta di Piero Nicosia, che lo conosce direttamente e mi ha dato subito il suo numero. Lui ci ha subito detto di sì, è stato molto gentile, sono curiosissima di sapere cosa penserà di cosa ne è stato di parte del suo racconto».
|
Ti è piaciuto questo articolo?
Seguici anche sui social
Iscriviti alla newsletter
|










Seguici su Facebook
Seguici su Instagram
Iscriviti al canale TikTok
Iscriviti al canale Whatsapp
Iscriviti al canale Telegram




